Tetyana Shevchuk: «La corruzione è un’arma della Russia, l’Europa usi i fondi congelati per contrastarla»
Tetyana Shevchuk è una giovane e brillante avvocata, ma è soprattutto membro del board e responsabile delle relazioni internazionali dell’Anticorruption Action Center, la più grande organizzazione ucraina che da oltre dieci anni è impegnata nella lotta alla corruzione, che ha al suo attivo la partecipazione a gran parte delle principali norme nazionali sulla trasparenza, ma che intrattiene anche stretti rapporti con le istituzioni europee soprattutto in materia di sanzioni contro la Russia.
La incontro nella sede che l’organizzazione gestisce al centro di Kyiv chiarendo il mio interesse nelle recenti proteste di piazza scatenatesi in tutto il paese in conseguenza dell’approvazione da parte della Verkhovna Rada della riforma delle agenzie anticorruzione, poi corretta frettolosamente proprio in ragione delle manifestazioni. Una vicenda che ha destato sorpresa e attenzione in tutto il mondo.
In realtà – ci tiene a spiegare Shevchuk – non c’è nulla di nuovo nell’attenzione che la gente in Ucraina rivolge al tema della corruzione.
La Rivoluzione della Dignità del 2014 è stata voluta anche per mettere fine al regime cleptocratico di allora e da quel momento secondo tutti i sondaggi il tema della lotta alle ruberie di politici e funzionari è stata in cima alle priorità dei cittadini, subito dopo i problemi legati all’occupazione russa prima e delle guerra ora. Lo stesso programma politico col quale l’attuale presidente Zelensky si è presentato alle elezioni nel 2019 prevede la lotta contro la corruzione.
D’altra parte, la guerra e la trasparenza sono materie strettamente connesse per tre ragioni. Innanzitutto la corruzione erode la governance democratica e rende le istituzioni governative vulnerabili all’influenza russa. In secondo luogo, i soldi che il governo può investire nello sforzo bellico rischiano di essere spesi male. In un sistema corrotto possiamo comprare meno munizioni, costruire meno fortificazioni e, naturalmente, di scarsa qualità. Abbiamo avuto diversi scandali all’inizio legati alle qualità delle fortificazioni e alla corruzione durante la loro costruzione. Il terzo aspetto è la giustizia. Perché le persone chiedono giustizia, e in un contesto di guerra, dove l’ingiustizia è generalizzata e a più livelli, questo argomento diventa particolarmente sensibile. Ciò che forse non era scontato è che le persone fossero pronte a scendere in piazza, a chiedere giustizia per le strade e pubblicamente, rompendo una sorta di tacito accordo intersociale per cui non si tengono raduni politici pubblici durante la legge marziale, per questioni di sicurezza e per questioni di unità nazionale. Ma come ho detto, la gente ha ritenuto che il governo avesse in un certo senso violato questo accordo, quindi ha scelto di protestare.
Le riforme anticorruzione e la sovranità ucraina
La retromarcia di esecutivo e Parlamento, seguita alle proteste, secondo la rappresentante di AntAC è sicuramente positiva, ma la soglia di attenzione deve rimanere alta, perché, spiega «le persone che assumono decisioni sono le stesse e alcune di loro hanno i loro motivi per non gradire organismi indipendenti».
Tra gli argomenti utilizzati per varare la riforma che aveva colpito l’indipendenza delle due agenzie anticorruzione NABU e SAPO c’era la modalità di designazione dei loro componenti, che prevede il coinvolgimento di soggetti stranieri, col rischio che il processo di nomina diventasse lesivo per la sovranità dell’Ucraina e potenzialmente esposto alle ingerenze russe, timori che Shevchuk afferma di non condividere.
«Quei membri sono in realtà nominati dalle autorità ucraine. Coinvolgiamo gli esperti internazionali nel processo di nomina, ma solo per garantire l’indipendenza del processo, per avere persone esterne con una reputazione impeccabile, ma senza legami politici nel Paese, che ci aiutino nella selezione. Le persone selezionate sono cittadini ucraini, hanno l’esperienza necessaria e sono nominate dalle autorità ucraine. Questi meccanismi sono stati attentamente elaborati, innanzitutto per garantire la trasparenza e l’indipendenza della selezione di queste persone, e in secondo luogo proprio per non violare le questioni di costituzionalità o sovranità ucraina».
La giovane avvocata racconta anche il grande lavoro fatto dall’organizzazione in questi anni.
«AntAC è ormai parte di un ecosistema insieme alle agenzie, alla procura e al tribunale anticorruzione, e insieme a questi organismi sono stati fatti enormi progressi soprattutto nel settore del controllo sugli appalti pubblici, che rimane quello al quale anche da noi è naturale rivolgere maggiore attenzione, pur con tutti i comprensibili limiti ed i problemi che derivano dalla necessità, ad esempio, di non rendere completamente pubblici alcuni dettagli legati alle forniture per la difesa per questioni di sicurezza nazionale. Non esistono nazioni al mondo che siano immuni alla corruzione, ma il fatto stesso che se ne parli così tanto è di per sé un successo perché qui la stampa è libera di pubblicare ogni notizia e denunciare scandali, e la società civile, come dicevo, scende anche in piazza per protestare. Se si va su Google e si fa una ricerca utilizzando le parole “Ucraina” e “corruzione” vengono fuori centinaia di risultati. Se lo si fa con la Russia, se ne trovano pochi. E questo non perché la Russia non sia corrotta, ma solo perché lì è vietato parlarne».

Molte delle attività, aggiunge, sono poi legate alla necessità di soddisfare i requisiti per l’accesso all’UE, anche se, dice con rammarico «i negoziati non sono ancora cominciati a causa dell’opposizione dell’Ungheria, quindi al momento non abbiamo una vera e propria lista di cose da fare. Di certo c’è che quando questo succederà saremo molto avanti. Diversi membri attuali dell’Unione, al momento del loro ingresso, non avevano implementato il nostro stesso sistema di controlli».
Ma il paese secondo lei deve anche prepararsi per tempo alla ricostruzione.
«Confidiamo che arrivino molti fondi per rimettere in piedi la nostra nazione, ma sappiamo anche che quando quei soldi arriveranno sarà troppo tardi per stabilire regole, per questo stiamo collaborando con le istituzioni già adesso per rafforzare un sistema che garantisca che ogni centesimo venga speso correttamente. E siamo a buon punto, in considerazione di come riusciamo a monitorare i fondi che arrivano dall’inizio della guerra, che sono circa la metà del budget totale dello Stato».
Le sanzioni e il sostegno internazionale
Particolare attenzione Shevchuk la rivolge infine al tema delle sanzioni, le quali, afferma, «non funzionano da sole. Soprattutto quelle individuali. Possiamo inserire 140 milioni di russi nella lista delle sanzioni e probabilmente la guerra non si fermerebbe. Le sanzioni devono essere mirate economicamente, essere pensate affinché fermino davvero gli sforzi russi. E a volte penso che il processo decisionale occidentale dimentichi che le sanzioni sono anche un “bersaglio mobile”. Voglio dire che non è sufficiente sanzionare nel 2022 un’azienda affinché non possa importare componenti per armi e poi dimenticarsene. Perché in tre anni e mezzo quell’azienda avrà costruito un sistema per aggirare le sanzioni. Va organizzato un processo costante per impedire ai russi, prima di tutto, di acquistare componenti per le armi. Con la Cina dalla loro parte, è molto difficile, ma va fatto. E in secondo luogo, smettere di alimentare la macchina da guerra. L’UE sta facendo un buon lavoro. Ma si è fermata. Voglio dire, Ungheria e Slovacchia stanno ancora comprando petrolio russo. C’è di positivo che tutti gli altri si sono invece adattati molto rapidamente e l’Europa non sta pagando per il gas russo. Sappiamo però che esistono rotte alternative, incluso il Mar Baltico, per trasportare il petrolio. L’altra parte su cui ci stiamo concentrando sono i beni sovrani russi bloccati nell’Unione. Si tratta di circa 200 miliardi di euro dei quali l’UE al momento ci versa i soli proventi. È indispensabile che questo denaro possa essere almeno parzialmente dissequestrato e dato all’Ucraina per continuare la lotta per acquistare armi e difenderci dai russi. Tutti vedono che la guerra costa miliardi ogni giorno. Non ci sono molte altre risorse da investire e gli Stati Uniti non sono più dei donatori. L’UE in questo momento ha 200 miliardi di dollari in mano che non usa, ma che potrebbero essere utilizzati non solo per difendere le nostre città, ma anche per dimostrare ai russi che quella difesa saranno loro a pagarla. Qualcuno in Europa credeva all’inizio che la minaccia di trattenere quegli asset avrebbe convinto Mosca a sedersi ad un tavolo. È evidente che non ha funzionato, per cui è il momento di cambiare strategia. Dobbiamo utilizzare quei soldi contro di loro. Dopotutto i danni causati dalla guerra sono di gran lunga superiori alla cifra sequestrata, che quindi in ogni caso, presto o tardi la Russia dovrà pagare. Il punto è – conclude – che averli ora potrebbe fare la differenza per garantire la difesa aerea, proteggere le città e le infrastrutture energetiche e continuare a proteggere le nostre libertà».
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