Dopo il terremoto mediorientale. L’asse saudita di Trump e i vecchi amici dimenticati
Il secondo mandato presidenziale di Donald Trump ha riscritto la grammatica della diplomazia americana in Medio Oriente. Non più centrata su Tel Aviv o sulle dicotomie classiche tra democrazia e islamismo, la politica estera statunitense ruota oggi intorno a Riyad e alle monarchie del Golfo, divenute i nuovi poli gravitazionali. La manifestazione più teatrale di questo riallineamento? La foto che ha scosso il Levante: il presidente siriano Ahmed al-Sharaa—già comandante jihadista, oggi insediato dopo Assad—nel Giardino delle Rose accanto a Trump.
Un nuovo ordine Regionale, consolidato
Da maggio, la campagna diplomatica iperattiva di Trump ha accelerato lungo molteplici direttrici. Il dato più eclatante: la guerra dei 12 giorni fra Iran e Israele ha rivelato nuove linee rosse strategiche. Contenere Teheran, anche al costo di sconvolgere vecchie alleanze, è ora la priorità.
In questo contesto, l’incontro alla Casa Bianca con Sharaa rappresenta un punto di svolta senza precedenti. Ahmad al-Sharaa entra oggi nello Studio Ovale come nessun siriano aveva mai fatto. Non solo perché è il primo capo di Stato di Damasco a varcare la soglia della Casa Bianca, ma perché la sua presenza segna la fine di un’epoca: quella dei decenni di isolamento e conflitto che avevano relegato la Siria ai margini dell’ordine internazionale.
A meno di un anno dalla caduta di Bashar al-Assad, l’ex leader del movimento islamista Hayat Tahrir al-Sham, e prima ancora comandante di al-Qaeda, si presenta a Washington come partner politico degli Stati Uniti, simbolo di una riconversione geopolitica che sta ridisegnando gli equilibri regionali. Il percorso che lo ha portato fin qui è paradossale e strategicamente rivoluzionario: il movimento che lo sostiene ha demolito le ultime vestigia del regime di Assad e con esse, l’influenza di Russia e Iran.
Dopo un primo incontro a Riyad, Trump ha avviato la rimozione progressiva delle sanzioni americane in vigore dal 1979, segnando la fine dell’isolamento economico siriano. Al tempo stesso, il Consiglio di Sicurezza ha adottato una risoluzione che attenua alcune misure personali contro i vertici del nuovo governo siriano.
Il nodi del nuovo tavolo siriano. I rapporti con Israele e il controllo della Regione
Dietro le quinte, l’amministrazione americana lavora per siglare un patto silenzioso: Israele interrompe i raid aerei in cambio di un blocco delle forniture militari a Hezbollah. Sul tavolo anche la riapertura dei canali per la ricostruzione e l’installazione di una base americana vicino a Damasco, destinata al monitoraggio del rispetto degli accordi e alla gestione logistica di operazioni umanitarie.
L’agenda del vertice Trump-Sharaa è focalizzata su difesa e sicurezza. La Siria firmerà l’adesione formale alla coalizione internazionale anti-Isis, permettendo un progressivo disimpegno statunitense. Ma le sfide restano: ricostruire un esercito statale dalle macerie delle milizie jihadiste, gestire l’integrazione delle Syrian Democratic Forces, che chiedono garanzie di autonomia.
L’ambizione più ampia è includere la Siria negli Accordi di Abramo, aprendo la strada a una normalizzazione anche con Israele. In cambio, Damasco non chiede il riconoscimento della causa palestinese, ma rilancia il nodo del Golan: una novità negoziale che apre spiragli rispetto alla rigidità dell’era Assad.
Il presidente Trump punta a legare la nuova Siria a un sistema di alleanze pragmatiche. Secondo fonti americane, l’avamposto militare statunitense servirà anche da leva strategica per favorire una “pace fredda” tra Damasco e Tel Aviv.
Questo “pivot siriano” si cristallizza anche nella decisione — confermata da fonti diplomatiche — di costruire una base americana permanente nei pressi della capitale, destinata a ospitare unità di supporto logistico, intelligence e protezione civile. Non si tratta solo di deterrenza militare: è un avamposto semantico, un presidio simbolico della nuova alleanza. La sua funzione sarà duplice: da un lato monitorare l’attuazione dell’accordo con Israele sul blocco dei flussi verso Hezbollah; dall’altro servire come hub di coordinamento per le operazioni umanitarie e per i piani di ricostruzione multilaterali, con la partecipazione di agenzie ONU e capitali del Golfo. Un segnale inequivocabile: la Siria post-Assad può diventare un pilastro del nuovo ordine regionale, se accetta le regole del gioco occidentale.

Russia e Iran all’angolo
Sul piano sistemico, il riconoscimento della Siria come attore legittimo si inserisce in una strategia americana di marginalizzazione delle sfere d’influenza russo-iraniane. Con il graduale allontanamento di Mosca dal teatro siriano, costretta a concentrare risorse altrove, e l’erosione del soft power iraniano tra i sunniti del Levante, Washington prova a colmare il vuoto con uno schema di stabilizzazione condizionata.
A questo schema partecipano anche attori come la Turchia, cui viene offerta una co-partecipazione nei progetti di ricostruzione, a patto che il dossier curdo non ostacoli l’integrazione delle SDF nel nuovo assetto siriano. Ankara, pur diffidente, si trova a dover scegliere tra l’opportunità di contenere l’autonomia curda attraverso canali multilaterali e il rischio di isolamento diplomatico. Il compromesso si gioca qui: fra i vincoli della geopolitica e le aspettative di influenza regionale.
Israele e il disallineamento simbolico
Nonostante la retorica tradizionalmente filo-israeliana di Trump, Tel Aviv è stata visibilmente esclusa (o marginalizzata) dai nuovi assetti regionali. I margini d’autonomia sono stati progressivamente ristretti, ogni azione ora passa prima dalla Casa Bianca, come dimostra l’irritazione del Pentagono – più che di Washington – per il raid in Qatar. Un segnale chiaro: Israele non è più il protagonista indiscusso della diplomazia statunitense nella regione.
Il riavvicinamento a Riyad resta un obiettivo, ma l’Arabia Saudita chiede condizioni precise: una riduzione delle tensioni a Gaza e una leadership israeliana più presentabile. La figura di Netanyahu, oggi delegittimata, complica il processo.
Le trattative dirette tra gli Stati Uniti e Hamas per la liberazione di ostaggi e l’accordo separato con i ribelli Houthi (che non ha contemplato garanzie per le navi israeliane), sono solo alcuni dei segnali di marginalizzazione.
Il caso Gaza è il più spinoso. Washington ha proposto a Gerusalemme un’uscita negoziata per un nucleo ristretto di miliziani Hamas, disarmati e sotto supervisione internazionale. L’obiettivo: evitare una strage finale e trasformare la tregua in una struttura di sicurezza. Per Israele, il rischio è politico e simbolico: concedere un passaggio ai responsabili del 7 ottobre 2023 può apparire come una resa.
Non si tratta, tuttavia, di un’amnistia mascherata. L’iniziativa americana è stata concepita come un “corridoio condizionato”, sotto controllo multilaterale, per consentire il passaggio controllato di un numero ristretto di miliziani Hamas — poche centinaia secondo fonti di intelligence — disarmati e selezionati, in cambio di una struttura di monitoraggio condivisa. La logica è quella della “demobilitazione verificata”, mutuata da altri processi di pace: un compromesso fragile, ma funzionale a evitare un massacro finale che darebbe a Hamas la narrativa del martirio. L’idea, già discussa in forma riservata tra Washington, Doha e Il Cairo, evidenzia il tentativo di costruire architetture di tregua che aprano a strutture di governance postbelliche, sostenute da capitale politico arabo e garanzie operative occidentali.
L’amministrazione americana scommette su un effetto di disinnesco. Se il piano riuscisse, rafforzerebbe la percezione della Casa Bianca come unica superpotenza capace di mediare con tutti. All’interno degli Stati Uniti, però, il dibattito è acceso: il Congresso si divide sulla legittimazione concessa al nuovo governo siriano e sull’effettiva sostenibilità di una pace imposta dall’alto.
In parallelo, il Kazakistan ha firmato l’adesione agli Accordi di Abramo. Sebbene il paese riconosca Israele dal 1992, l’atto formale ha valore simbolico e geopolitico. Lega Israele all’Asia Centrale, inserisce Tel Aviv in una rete energetica e idrica strategica e invia un messaggio: la normalizzazione con lo Stato ebraico è ancora percorribile, anche post-Gaza.
La firma kazaka è molto più che una formalità. Pur riconoscendo Israele dal 1992, il Kazakistan aveva sempre mantenuto un profilo basso nel dossier mediorientale. Il suo ingresso ufficiale negli Accordi di Abramo — in coincidenza con un vertice di leader centroasiatici a Washington — lega ora la regione alla mappa geopolitica israelo-americana, ampliando il raggio della diplomazia economica. Energia, idrogeno, acqua e sicurezza alimentare sono i nuovi asset che entrano nel gioco. L’integrazione simbolica tra Tel Aviv e Astana rappresenta anche una proiezione della diplomazia americana verso la “cintura musulmana pragmatica”, utile per controbilanciare le influenze di Russia, Cina e Iran nei corridoi eurasiatici. Un segnale che l’“Abrahamic Peace” non è soltanto una formula araba, ma un paradigma geopolitico adattabile.
A Washington, si definisce questa strategia una “somma di piccoli avanzamenti”: corridoi umanitari, sospensione parziale delle sanzioni, gesti simbolici capaci di generare stabilità incrementale. Funziona solo se tutti cedono qualcosa: Israele accetta compromessi tattici; la Siria rinuncia a padrini ingombranti come Putin e Khamenei; i partner musulmani superano i tabù sulla normalizzazione.
I rischi? Interni e internazionali. Il Congresso americano è diviso, e l’idea di un’ex jihadista accolto nello Studio Ovale è dura da digerire. Ankara osserva con sospetto l’esclusione del dossier curdo. E nell’opinione pubblica israeliana si fa strada il timore che aprire a compromessi equivalga a tradire le vittime.
Eppure, in un contesto così fluido, l’unico attore che sembra capace di imporre un’agenda è la Casa Bianca. Con pragmatismo, spregiudicatezza e una narrazione che, al di là delle apparenze, mira a trasformare un Medio Oriente ideologico in un Medio Oriente ingegnerizzato.

Khamenei rifiuta il palcoscenico USA
In questo scenario in trasformazione, l’Iran rappresenta l’eccezione assoluta. Le parole della Guida Suprema Ali Khamenei sono eloquenti: “Trump vuole usare la forza per la pace: ha mentito. Hanno usato il potere per i massacri a Gaza e per sostenere i loro alleati dovunque potessero.” Non si tratta solo di una condanna delle azioni americane, ma di un rifiuto più profondo: quello dell’intero impianto simbolico e strategico della diplomazia trumpiana.
Teheran rifiuta il linguaggio della reintegrazione. A differenza delle monarchie del Golfo o della nuova leadership siriana, che cercano visibilità, legittimazione e accesso alle reti globali, l’Iran si alimenta della sua alterità. La sua strategia è fondata sulla permanenza nel ruolo di antagonista, non sulla conversione a un ordine internazionale dominato dagli Stati Uniti. Partecipare alla messinscena negoziale americana equivarrebbe a cedere il cuore della propria narrativa rivoluzionaria.
Trump, nella sua concezione della politica estera come teatro ad alta intensità, ha cercato di coinvolgere anche l’Iran in una nuova versione del JCPOA, il patto nucleare da tempo in stallo. Ma nonostante tentativi di canali paralleli, offerte bilaterali non ufficiali e mediazioni saudite, Teheran ha rifiutato persino di riconoscere la cornice della trattativa. Non si tratta più di discutere sui termini, ma sull’intero presupposto del dialogo.
A questo si aggiunge un altro elemento strategico: l’Iran ritiene che l’attuale architettura americana in Medio Oriente—con l’inclusione della Siria post-Assad, l’alleanza rafforzata con le monarchie del Golfo e la marginalizzazione di Israele—sia progettata proprio per isolarla e contenerla. Non è dunque percepita come una proposta negoziale, ma come una manovra ostile in abiti diplomatici.
La risposta iraniana, dunque, è duplice: da un lato, rafforzare il proprio asse con Hezbollah, le milizie sciite irachene e gli Houthi yemeniti; dall’altro, investire nella resistenza simbolica. In questo senso, l’Iran rifiuta la scenografia trumpiana perché sa di non poterne controllare la regia. A differenza di altri attori regionali che accettano un ruolo pur di rimanere nel frame geopolitico, Teheran preferisce rimanere fuori campo, esercitando potere attraverso attrito, proxy e asimmetria.
Per l’amministrazione Trump, questo rappresenta un limite strutturale della propria visione performativa: dove non c’è platea, lo spettacolo non può funzionare. Ma per l’Iran, rimanere fuori scena è esso stesso un atto di potere, un modo per riaffermare la propria indipendenza ideologica e strategica.
In definitiva, finché Washington continuerà a proporre soluzioni vestite da “grandi eventi”, l’Iran risponderà con l’assenza. Un’assenza che se da un lato può tradursi in isolamento, dall’altro può inasprire il clima di tensione permanente.
Limiti e opportunità del riallineamento performativo statunitense
Il secondo mandato di Donald Trump ha rilanciato con forza la centralità americana nel Grande Medio Oriente. Non con eserciti o dottrine, ma con una grammatica tutta personale: una diplomazia performativa, centrata su gesti spettacolari, incontri ad alta intensità simbolica, alleanze ricostruite a misura del proprio storytelling. È una diplomazia da produttore, più che da stratega classico. Trump non si limita a muovere pedine sulla scacchiera: le crea. Sharaa, il nuovo presidente siriano ed ex jihadista, è diventato un interlocutore credibile perché è entrato nella narrazione trumpiana; la Siria, da Stato canaglia, è stata convertita in potenziale partner perché è servita allo spettacolo del cambiamento.
Ma il Medio Oriente non è solo teatro. Sono traumi, memorie, rapporti di forza che non si lasciano addomesticare dalla comunicazione. È un archivio di frustrazioni storiche che resistono a ogni tentativo di editing geopolitico. Trump può scegliere le luci, le inquadrature, il ritmo narrativo. Ma non può scrivere da solo il finale. Lo ha dimostrato l’Iran, che rifiuta non solo le proposte, ma anche il linguaggio stesso dell’America; lo dimostrano le ambiguità di Israele, sospesa tra l’istinto di chiudere i conti e la necessità di rientrare nel nuovo ordine; lo suggeriscono le resistenze del Congresso e dei partner europei, più attenti ai rischi strutturali che ai ritorni d’immagine.
Eppure, proprio in questo sforzo spettacolare e controverso si rivela una verità strategica di fondo: gli Stati Uniti restano l’unico attore in grado di dettare ritmo, sequenza e architettura nel sistema mediorientale. La Cina resta defilata, la Russia indebolita, l’Europa confusa. Nel caos degli attori regionali, solo Washington riesce a proporre una cornice — discutibile, parziale, ma concreta — dentro cui i dossier si muovono. La sua forza, al netto delle derive egocentriche, è proprio questa: costringere gli altri a reagire al proprio racconto.
Il Medio Oriente trumpiano non è ancora un nuovo ordine. È una transizione piena di contraddizioni. Ma oggi, più che mai, si muove — e si muove in risposta agli Stati Uniti. Se Trump riuscirà a trasformare performance in struttura, simboli in leve durature, allora il suo progetto potrebbe avere una traiettoria. Altrimenti, resterà un copione incompiuto.









