Se Teheran applaude, forse abbiamo sbagliato noi
C’è qualcosa che non torna nel momento in cui un regime come quello iraniano si prende la briga di fare i complimenti all’Italia, e non è solo una questione simbolica. Dopo la decisione di non rinnovare automaticamente il memorandum di difesa con Israele, da Teheran è arrivato un messaggio di apprezzamento piuttosto esplicito, e al di là delle letture diplomatiche più caute resta un dato politico difficile da ignorare. Perché in politica estera nessuno applaude per caso, e soprattutto non lo fa un attore come l’Iran senza un motivo preciso.
Non è un passaggio tecnico, è un segnale politico
Ridurre tutto a un fatto tecnico è una tentazione tipicamente europea, ma in questo caso regge poco. Il memorandum tra Italia e Israele, in vigore dal 2005, riguarda cooperazione militare, scambi tecnologici e rapporti industriali consolidati nel tempo; non si tratta quindi di una formalità amministrativa che si può lasciare scadere senza conseguenze. Il suo rinnovo è sempre stato quasi automatico proprio perché inserito dentro un quadro politico più ampio, quello delle alleanze occidentali, e interrompere o sospendere quel meccanismo, anche temporaneamente, significa inevitabilmente mandare un messaggio. Il punto è che quel messaggio non lo controlliamo fino in fondo.
Il problema non è cosa intendiamo dire, ma cosa si capisce fuori
In Italia si tende a leggere questa scelta come un tentativo di equilibrio, una presa di distanza calibrata, quasi prudente. Tuttavia, fuori dai confini europei la logica è molto più semplice e meno sfumata: un paese occidentale decide di raffreddare un rapporto strategico con Israele in una fase già estremamente delicata, e questo viene interpretato come un segnale di indebolimento. Il fatto che l’Iran lo abbia letto come un passo nella direzione giusta dovrebbe almeno far sorgere il dubbio che quel segnale non sia arrivato esattamente a chi era destinato, o non nel modo in cui si immaginava.
Tra critica legittima e confusione strategica
Criticare Israele è legittimo, ed è proprio la natura democratica dello Stato israeliano a rendere possibile un confronto anche duro. Ma qui non siamo nel campo del dibattito politico interno o dell’opinione pubblica, bensì in quello della postura internazionale, che dovrebbe rispondere a logiche diverse e più stabili. Il rischio, sempre più evidente, è quello di confondere questi due livelli, lasciando che dinamiche interne — pressione mediatica, polarizzazione, necessità di abbassare la tensione — influenzino decisioni che hanno invece un impatto diretto sugli equilibri esterni.
Un alleato imperfetto, ma necessario
Israele non è un alleato perfetto, e non lo è mai stato, ma resta uno dei pochi attori della regione con cui l’Europa condivide interessi concreti e strutturali. Cooperazione tecnologica, sicurezza, intelligence: non sono elementi secondari, ma pezzi di una relazione che ha una sua razionalità strategica. Trattarlo come un partner tra i tanti, o peggio come una variabile negoziabile a seconda del contesto politico del momento, rischia di essere una semplificazione che nel medio periodo si paga.

Una scelta che sembra guardare più dentro che fuori
La sensazione è che questa decisione risponda più a dinamiche interne che a una visione coerente di politica estera. È comprensibile, in un contesto così polarizzato, cercare di mandare segnali all’opinione pubblica o di ridurre la pressione su un tema sensibile, ma la politica estera difficilmente può permettersi questo tipo di oscillazioni. Perché mentre si cerca un equilibrio interno, all’esterno qualcuno osserva, interpreta e, soprattutto, si regola di conseguenza.
Quando non scegli, qualcuno sceglie per te
Alla fine, l’idea di poter restare in una posizione intermedia, senza esporsi troppo, funziona fino a un certo punto. Le scelte, in politica internazionale, emergono comunque, anche quando si prova a rimandarle o a renderle meno visibili. E quando non vengono definite con chiarezza, rischiano di essere interpretate dagli altri, spesso in modo molto più netto di quanto si vorrebbe. Il rischio, allora, non è solo quello di indebolire un rapporto, ma di lasciare che siano altri — alleati o avversari — a definire il nostro posizionamento. Con il paradosso, non secondario, di essere giudicati più dagli applausi di chi non ci è vicino che dalla fiducia di chi lo è sempre stato.









