Storia di un declino: se il 20% del PIL va in debiti e pensioni
Se volete capire dove sta andando l’Italia, fatevi un favore: spegnete la TV, ignorate i talk show e aprite il bilancio dello Stato.
I numeri hanno un pregio meraviglioso: non devono candidarsi alle elezioni e non sanno mentire. E la fotografia che ci restituisce l’ultimo rendiconto della spesa pubblica in percentuale sul PIL è un capolavoro di surrealismo macroeconomico.
La tesi di fondo della nostra classe dirigente sembra essere la seguente: “il futuro è un concetto ampiamente sopravvalutato”.
Perché investire sui giovani o sulla ricerca, quando possiamo comodamente dilapidare le nostre fortune per espiare i peccati fiscali degli anni Ottanta e finanziare la più imponente gerontocrazia del mondo industrializzato?
Se il PIL italiano fosse una torta, lo Stato ne taglierebbe una fetta ( tra le più grandi) per le pensioni, che da sole fagocitano il 15,5% della nostra ricchezza nazionale, lasciando alla sanità pubblica un modesto 6,6%. Per l’istruzione spendiamo appena il 4,0%, tallonato da vicino dal 3,9% che bruciamo per pagare i soli interessi sul debito. Fanalini di coda rimangono i trasporti pubblici al 2,4% – il che spiega l’esperienza mistica dei treni regionali – e la difesa al 2% ( con qualche artifizio contabile. Ma andiamo oltre) .
In economia, pensioni e interessi vengono definiti “spesa per il passato”, mentre l’istruzione sarebbe la “spesa per il futuro”. Ecco, nel bilancio italiano la spesa per il passato è cinque volte superiore a quella per il futuro. Siamo un Paese che viaggia in autostrada fissando stabilmente lo specchietto retrovisore, stupendosi se poi va a sbattere.
Il capolavoro: più interessi sui debiti che istruzione
Il vero culmine della nostra finanza allegra è il sostanziale pareggio tra l’Istruzione (4,0%) e gli interessi sul debito (3,9%). Una coincidenza talmente poetica da meritare un applauso.
Ogni singolo anno, la Repubblica Italiana spende per pagare le semplici cedole ai mercati finanziari – ovvero il disturbo che i creditori si prendono per averci prestato i soldi con cui abbiamo finanziato le baby pensioni e i bonus edilizi – la stessa identica cifra che investe per istruire i propri figli. Attenzione: quel 3,9% non serve a ridurre il debito pubblico. Non stiamo restituendo il capitale. È solo il costo vivo del denaro per non andare in default domani mattina.
Mentre il resto d’Europa investe sui cervelli dei propri giovani per prepararli all’intelligenza artificiale, noi spendiamo gli stessi soldi per farci perdonare dai mercati le follie del passato. Il risultato? Scuole con gli intonaci cadenti, professori peggio pagati del continente e un tasso di abbandono scolastico imbarazzante. Una scelta strategica impeccabile: meno i giovani studiano, meno capiranno che stiamo lasciando loro un conto in banca con il segno meno davanti.
L’ipertrofia previdenziale in un deserto demografico
Se il costo del debito è una palla al piede, la spesa pensionistica al 15,5% del PIL è il nostro orgoglio nazionale.
Intendiamoci: proteggere chi ha lavorato una vita è un dovere sacrosanto. Il piccolo dettaglio è che l’Italia ha trasformato il bilancio dello Stato in un gigantesco fondo d’investimento interamente dedicato alla terza età, lasciando ai giovani le briciole.
Con il nostro 15,5%, siamo sul podio dell’area OCSE, staccando la media UE di oltre quattro punti percentuali. Il risultato è un mostro contabile: spendiamo per le pensioni quasi quattro volte più che per l’istruzione, e ben più del doppio dell’intera sanità pubblica.
Il problema è che questo sistema funziona “a ripartizione”: i giovani che lavorano oggi pagano le pensioni di chi è a riposo oggi. Un meccanismo perfetto, se non fosse che in Italia nascono meno bambini che nella Germania del dopoguerra e i ragazzi scappano all’estero non appena capiscono che in inglese non c’è una traduzione per “stage non pagato”.
Ci sono sempre meno lavoratori e sempre più pensionati. Le proiezioni dicono che la spesa previdenziale toccherà il picco del 17% del PIL intorno al 2040. In pratica, tra qualche anno avremo un solo lavoratore precario che dovrà mantenere tre pensionati.
La trappola dello “zerovirgola”
Sommando pensioni (15,5%) e interessi sul debito (3,9%), arriviamo alla cifra magica: il 19,4%. Quasi un quinto di tutto ciò che l’Italia produce in un anno svanisce nel nulla per pagare i conti del passato, prima ancora che lo Stato possa comprare una matita per una scuola elementare.
Poi, puntuali come le tasse, arrivano i talk show della sera dove i politici si domandano, con lo sguardo sinceramente smarrito, come mai l’Italia sia l’unico Paese europeo a non crescere.
La Commissione Europea ha appena confermato le stime per i prossimi anni: la nostra crescita rimarrà inchiodata allo “zerovirgola” (+0,5% nel 2026, +0,6% nel 2027), stabilmente sul fondo della classifica UE.
Ma cosa c’è da stupirsi?
Se decidi di non mettere un euro di carburante nel motore del futuro perché devi usarlo per pagare i debiti di ieri, il motore si spegne. È fisica, prima ancora che economia.
Ma la vera beffa è che senza crescita il debito pubblico diventa matematicamente insostenibile, alimentando un circolo vizioso in cui saremo costretti a togliere sempre più soldi alla scuola per darli ai creditori.
Mettere a posto questo bilancio non è un favore che dobbiamo fare a Bruxelles per evitare una procedura d’infrazione del Patto di Stabilità. È l’unico modo per evitare che l’Italia chiuda per fallimento generazionale.
Fino a quando non avremo il coraggio politico di toccare i veri tabù della spesa pubblica, il nostro destino sarà segnato. Resteremo un Paese bellissimo, ma museale. Una nazione meravigliosa in cui i padri accumulano debiti, i nonni incassano assegni e i figli, se hanno un minimo di sale in zucca, fanno le valigie e vanno a pagare le tasse altrove.








