Solo la resa di Hamas può mettere fine ai crimini di entrambe le parti
A Gaza si consuma da mesi una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo. I numeri parlano da soli, ma non bastano a descrivere la profondità del dolore, la distruzione di intere comunità, la fame, la sete, le ferite invisibili lasciate nei corpi e nelle menti di milioni di persone. Le responsabilità sono molteplici: da un lato i crimini di guerra dell’esercito israeliano, dall’altro quelli di Hamas, che ha scelto da tempo di trasformare la popolazione civile in uno scudo umano, in un’arma propagandistica, in una trincea disperata.
L’assedio è una forma arcaica e terribile di guerra. Lo era già nell’antichità, quando le città venivano circondate e ridotte alla fame. Lo è oggi, quando la tecnologia militare e la comunicazione globale amplificano sia l’efficacia dell’assedio sia la sua portata simbolica. Ma la vera domanda non è solo quanto sia crudele questa guerra: è come possa finire.
Non finirà con una stretta di mano
Non finirà con un accordo tra gentiluomini. Non finirà con una foto celebrativa. E non finirà, di certo, con una rinuncia da parte di Israele alla propria sicurezza esistenziale, minacciata in modo brutale il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco terroristico su larga scala, uccidendo civili, prendendo ostaggi, scatenando la reazione militare che ha poi devastato Gaza.
La sicurezza di Israele non è un capriccio politico, né un pretesto retorico. È un diritto elementare, riconosciuto a ogni Stato. E quel diritto è oggi eroso non solo dalle azioni violente di Hamas, ma anche dal clima crescente di antisionismo e antisemitismo che si respira in molte parti del mondo, spesso travestito da solidarietà verso i palestinesi. Come se i crimini di guerra da una parte potessero giustificare quelli dall’altra. Come se la disperazione di Gaza dovesse cancellare il terrore vissuto da Israele.
La resa di Hamas come atto di salvezza
Per questo la guerra può finire solo con la resa di Hamas. Non si tratta di una resa incondizionata celebrata con fanfare e bandiere, ma di una resa concreta, politica, funzionale alla cessazione delle ostilità. Hamas non ha né i mezzi militari né la legittimità politica per sostenere un conflitto che, giorno dopo giorno, si combatte soprattutto sulla pelle dei palestinesi. La sua prosecuzione della guerra è una condanna inflitta alla propria gente, non una forma di resistenza legittima.
È importante ricordare che questa posizione non è isolata. Alcuni tra i principali Paesi arabi – Egitto, Giordania, Arabia Saudita – hanno esplicitamente chiesto la fine delle ostilità, ponendo implicitamente (e in alcuni casi esplicitamente) la fine del potere armato di Hamas come condizione necessaria per avviare un percorso politico.
Nessuna indulgenza verso Israele
Sostenere la resa di Hamas non equivale ad assolvere Israele. L’esercito israeliano ha commesso violazioni gravi, e alcune azioni condotte nella Striscia di Gaza – bombardamenti su aree densamente popolate, ostacoli agli aiuti umanitari, uso sproporzionato della forza – meritano indagini internazionali e, laddove necessario, sanzioni. Ugualmente inaccettabili sono le frange estremiste della politica israeliana che sognano un’annessione permanente di Gaza, magari sull’onda del modello populista e muscolare alla Trump.
L’Europa non può accettare questa deriva. Ma non può nemmeno fare finta che Hamas sia un interlocutore politico credibile. Chi continua a invocare un “cessate il fuoco” che tenga sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito, il terrorista e il difensore, sta negando la realtà e facendo un danno ai palestinesi stessi.
Dopo la guerra: una Palestina riconosciuta, uno Stato legittimo
La vera pace arriverà dopo la guerra, non al posto della guerra. E potrà costruirsi solo sul reciproco riconoscimento tra Palestina e Israele, su basi nuove e reali. Ma affinché questo riconoscimento sia possibile, occorre che a rappresentare la causa palestinese non sia più un’organizzazione paramilitare, fondamentalista e corrotta, ma un governo legittimato, pacifico e responsabile.
Non serve che sia un governo perfettamente democratico – l’illusione della democrazia liberale immediata è fuorviante – ma è indispensabile che sia un governo rispettoso dello stato di diritto, capace di garantire la sicurezza del proprio popolo, dei cittadini e delle minoranze. Un governo che sappia dialogare con l’esterno, che protegga le scuole anziché usarle come depositi di missili, che costruisca ospedali invece di scavarvi cunicoli bellici.
Contro la retorica folle di certa sinistra europea
Chi sostiene oggi Hamas in nome dell’antimperialismo, o chi ne relativizza le responsabilità per ragioni ideologiche, tradisce la causa palestinese e contribuisce ad allungare l’agonia del popolo di Gaza. Una certa sinistra europea, accecata da uno schematismo ideologico che vede negli Stati e nelle democrazie sempre e comunque i colpevoli, ha perso il senso della realtà.
Il Medio Oriente ha bisogno di lucidità, non di slogan. Ha bisogno di un nuovo ordine, non di nuove rivoluzioni. E ha bisogno soprattutto di un’Europa capace di dire la verità, anche quando è scomoda. Se le cose venissero messe in quest’ordine, e non in quello illusorio e regressivo di certa opinione pubblica, il Medio Oriente – e con esso milioni di donne, uomini e bambini – potrebbe finalmente vedere un futuro.










