Le solitudini tornate insuperabili

Filippo Blengino e Bianca Piscolla
18/05/2026
Radici

Sono giorni di retorica, ed è inevitabile.
Del resto, è sempre stato così.
Come ricordava Emma Bonino ai funerali di Marco Pannella: deriso e irriso da vivo, celebrato trasversalmente da morto.
E forse non è nemmeno un male in assoluto. Le commemorazioni, anche quando sono piene di retorica, possono almeno servire a rilanciare riflessioni e battaglie.

Chi scrive appartiene alla prima generazione che Marco Pannella non l’ha mai conosciuto.
Lo abbiamo incontrato da ragazzini su YouTube e su Radio Radicale. Ci siamo avvicinati così a quello strano e pazzo mondo Radicale: per un’ostinata passione, forse ossessione persino.
Una politica spesso minoritaria, a volte auto-emarginante, ma capace di usare gli strumenti della nonviolenza in modo così potente da cambiare questo Paese.

Da adolescenti, sugli schermi dei nostri telefoni, guardavamo persone disposte a finire in carcere, a consumarsi in scioperi della fame e della sete interminabili. Ma soprattutto guardavamo persone che lo facevano senza inseguire consenso o visibilità personale. Lo facevano per amore dello Stato di Diritto, per difendere diritti che nessuno voleva difendere.

Per alcuni tutto questo è quasi normale, per noi no.
È stata la scintilla che ci ha avvicinati ai Radicali in uno dei momenti più difficili della loro storia.
Non tanto per la santificazione di un uomo che ha rivoluzionato la politica italiana ma che, inevitabilmente, ha avuto anche molti limiti. Ci siamo avvicinati per qualcosa che andava oltre la politica stessa: la capacità di stare dalla parte degli ultimi, dei detenuti, dei drogati, degli emarginati.

La capacità di trasformare storie personali di dolore e sofferenza in lotte collettive capaci di cambiare la vita di milioni di persone.

Dunque, Marco non lo abbiamo mai conosciuto, ma abbiamo imparato a riconoscerlo.
E non solo nella politica e nel metodo, ma soprattutto nelle parole e negli occhi delle persone. Marco è nell’emozione travolgente, negli occhi lucidi, nel fuoco interiore dinanzi all’ingiustizia. Un fuoco che, però, non ha nulla a che vedere con un sentimento di odio, ma che nasce da un amore sconvolgente nei confronti del diverso, dell’ultimo, dell’ignoto, del Diritto. 

È da un fatto privato e individuale, dall’amore appunto, che si fa politico, che si ritrovano quegli occhi blu. 

Ma oggi, a dieci anni dalla sua morte, resta soprattutto un’amarezza: quelle “insuperabili solitudini”, di cui Pannella parlava spesso, sono tornate.
Solitudini che tante generazioni di Radicali erano riuscite ad attraversare insieme, dando corpo alle proprie battaglie, sottraendosi ai circuiti della violenza e del conformismo e riuscendo a canalizzare quel sentimento.
Il sentimento di un amore intransigente, che non resta a guardare, che non è mai indifferente, che alza la voce, che è disposto a perdere tutto, pur di far valere anche le proprie ragioni.

Quel metodo politico manca terribilmente: manca una politica fatta di ore di dibattiti veri, di scontri durissimi che avevano però come obiettivo l’incontro. Manca una politica capace di dettare l’agenda, invece di inseguire ossessivamente le paure e le tendenze del momento. Manca la capacità di pagare un prezzo personale per ciò in cui si crede, il coraggio dell’impopolarità. Manca il rigetto dell’ossessione del potere.

I Radicali, e Pannella per primo, hanno commesso errori. E alcune conseguenze oggi le paghiamo tutte. Tra queste, proprio il ritorno di quella sensazione di solitudine che si è tramutata in angoscia.
Ed è forse da qui che dovremmo ripartire: quando finiranno le inaugurazioni di vie e giardini, non dovrebbe restare soltanto il ricordo rituale di qualche anniversario.

A dieci anni dalla morte di Marco Pannella, e dalla trasformazione della galassia radicale in un pulviscolo disperso, la cosa più forte che possiamo fare è individuare – pur nelle differenze – battaglie da condurre insieme, disponibile ad anteporre l’azione alle tante divisioni.

Abbiamo una storia troppo grande, un patrimonio di idee troppo prezioso e troppe battaglie ancora aperte per concederci il lusso di lasciare soli quelli che continuano a credere che il mondo non si cambi inseguendo il posizionamento del momento, ma avendo il coraggio di attraversare anche l’impopolarità.

Noi in quel metodo continuiamo a credere. In modo laico, certo. Ma con quello stesso fuoco dentro che è molto più della semplice politica, e che ci anima da quando, quindicenni, leggevamo di Pannella e dei Radicali.

Marco manca. Ci sarebbe piaciuto conoscerlo, ascoltarlo dal vivo, discutere con lui, chiedergli conto di tante vittorie e di tanti errori. Ma ciò che manca di più oggi è la capacità di condividere tratti di strada insieme sulle cose essenziali.

Ed è forse proprio questo il modo migliore per ricordarlo: non con i santini laici, ma tornando ad usare insieme la nonviolenza per continuare a far vivere quelle lotte. 

Noi siamo pronti ad essere speranza e a testimoniare quell’amore, ma la responsabilità che pesa sulle nostre spalle oggi è enorme. Sarà la storia a dirci se saremo stati all’altezza. 

Filippo Blengino è segretario di Radicali Italiani. Bianca Piscolla è membro della Direzione.