I soldi russi, i bambini ucraini e gli azzeccagarbugli del diritto di guerra

Carmelo Palma
20/12/2025
Interessi

La scorsa notte a Bruxelles, con una decisione salomonica e contraddittoria, il Consiglio Ue ha deciso di salvare gli asset russi congelati nei forzieri europei e di provare comunque a salvare l’Ucraina, con un contributo biennale al suo bilancio di 90 miliardi (circa la metà rispetto a quello considerato necessario da Ursula Von Der Leyen).

Ha pesato l’opposizione dei Paesi ufficialmente alleati di Mosca, come Ungheria e Slovacchia, e anche la contrarietà di Paesi come l’Italia, preoccupati dalle conseguenze che questa sfida a Mosca avrebbe comportato per l’Europa. Forse ritorsioni su imprese europee in Russia. Certamente un rischio reputazionale, anche se in termini tutt’altro che morali.

Gli asset-canaglia della Russia

Confiscando i capitali di uno stato canaglia l’Ue potrebbe apparire agli occhi di altri stati della stessa risma (o di istituzioni e imprese a questi collegate) un mercato meno affidabile e una fuga di capitali, poco importa se sporchi o puliti, potrebbe avere un effetto sul mercato finanziario europeo e potenzialmente sulla stessa tenuta dell’euro.

Una critica del genere, però, vale anche per il sequestro (il cosiddetto “congelamento”) di questi capitali, che l’Ue ha deliberato immediatamente dopo l’inizio della guerra su vasta scala nel 2022 e che non ha avuto alcun effetto sui mercati europei.

A rendere grottesca la discussione su questa opzione è stata però l’opposizione per così dire giuridica, avanzata da quanti non volevano aiutare l’Ucraina o volevano evitare di indispettire troppo la Russia e si sono avventurati in disquisizioni a metà tra il casuistico e il patetico, come se la loro preoccupazione fosse di dimostrarsi più buoni del nemico cattivo e radicati in una cultura del diritto intransigente, costi quel che costi o addirittura di finire vergognosamente inseguiti da un ufficiale giudiziario, che intimasse loro la restituzione del maltolto.

Il “solito” doppiopesismo degli zuavi di Putin

Gli azzeccagarbugli sul possibile “furto” di 200 miliardi di capitali del Cremlino da parte dell’Ue non sono mai stati così scandalizzati dal rapimento di 20.000 bambini ucraini da parte della Russia (più fortunati, del resto, delle migliaia che sono stati uccisi o feriti nei bombardamenti contro obiettivi civili).
Ovviamente non stupisce che la sensibilità per le questioni giuridiche degli zuavi politici di Putin – per intendersi, gente come Salvini o Conte – sia corrispondente a quella del loro beniamino.


Stupisce di più (ma neppure così tanto) che in tutti gli altri trattativisti e pacifisti di destra e di sinistra, che però molto si offendono per la qualifica di putiniani e ostentano al contrario un’addolorata solidarietà per la martoriata Ucraina, la paura delle conseguenze dell’uso degli asset russi sia politicamente molto più forte e decisiva di quella di regalare un pezzo di Europa a uno che rapisce i bambini, quando non li ammazza o li storpia bombardando asili, giardini e ospedali pediatrici.

Non ci sarà pace senza la restituzione dei bambini rapiti

Se si prova a dire loro che forse qualunque accordo di pace dovrebbe partire dal preventivo ritorno a casa di tutti questi bambini rapiti, che invece sono letteralmente spariti dalle cronache della guerra, questi fanno la faccia di Francesca Albanese quando gli si nominavano gli ostaggi israeliani di Hamas.

Non fanno così perché non soffrono per i bambini, sia chiaro, ma perché sollevare questo tema significa volere… continuare la guerra, che comunque per i bambini rapiti continuerà fino a che non torneranno a casa, e continuerà dunque anche se la resistenza degli amici e dei non nemici del Cremlino costringesse l’Europa a mollare l’Ucraina (previsione: non accadrà) e regalasse alla Russia la “pace” che vuole.