Lo smartphone è l’oppio dei popoli. E Putin lo sta togliendo ai russi

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Emanuele Pinelli & Sara Lajoux
23/03/2026
Interessi

Da settimane, Mosca si sveglia senza connessione. Il cellulare diventa un oggetto inutile: siti inaccessibili, messaggi che non arrivano, pagamenti bloccati.

A febbraio 2026, infatti, Putin ha firmato una legge che dà ai servizi segreti dell’FSB il potere di spegnere internet in qualsiasi momento, anche senza bisogno di una minaccia reale.

A marzo, le interruzioni sono diventate quotidiane, colpendo anche Mosca e San Pietroburgo. Secondo i dati di Top10VPN, già nel 2025 la Russia aveva registrato 37.166 ore di blackout, il numero più alto al mondo, con un danno economico stimato in 11,9 miliardi di dollari.
E’ facile stimare la portata del disastro attuale.

Il bersaglio principale è Telegram. Lo scorso 10 febbraio, l’autorità di controllo sui media Roskomnadzor ha iniziato a rallentarne l’uso. Il 24 febbraio Pavel Durov, fondatore della app, è stato accusato di “terrorismo” (qualsiasi cosa voglia dire).
Già entro metà marzo, l’80% delle richieste ai suoi server in Russia falliva.
Oggi un messaggio su quattro non arriva al destinatario.

Ma il Cremlino non si ferma qui: sta spingendo gli utenti verso Max, un’applicazione di Stato che raccoglie dati senza crittografia e che è già usata da 77,5 milioni di russi al mese.

La “cortina di ferro digitale” non è più un incubo da fantapolitica. Il 1° marzo 2026, Mosca ha ottenuto il potere di isolare completamente la Rete russa dal resto del mondo, creando una “Runet” per il solo utilizzo interno.
Il motivo ufficiale era proteggersi dai sempre più frequenti attacchi dei droni ucraini, che si connettono alle reti locali per individuare e colpire i loro bersagli.

Ma un sospetto circola tra gli analisti. I raid statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno ucciso gran parte degli alti ufficiali del regime hackerando le telecamere di sorveglianza disseminate per tutta Teheran.
Putin ha visto profilarsi il rischio di attacchi cibernetici simili anche contro la sua cerchia più stretta.
E così la sua paranoia è si è fatta legge, e il processo di isolamento dei russi da Internet a marzo ha avuto una paurosa accelerazione: meglio spegnere tutto che rischiare di essere spiati e assassinati a tradimento.

Le “liste bianche”, elenchi di siti autorizzati durante i blackout, sono diventate lo strumento con cui il Cremlino decide cosa i russi possono vedere.
Tra febbraio e marzo 2026, il Ministero della Digitalizzazione ha aggiornato più volte questi elenchi, che includono siti di banche come Alfa-Bank, VTB e PSB, ma escludono ad esempio Sberbank, T-Bank e Gazprombank.

Sono presenti servizi governativi e regionali, ma mancano i principali siti di e-commerce, social media e messaggistica. Durante le interruzioni, solo i domini nella lista funzionano: tutto il resto scompare.
Il problema è che i siti essenziali per le imprese — come quelli di logistica o per le prenotazioni — spesso non sono inclusi, costringendo aziende e cittadini a improvvisare soluzioni offline. A Mosca, alcuni quartieri sono rimasti senza accesso anche a servizi di emergenza, nonostante fossero in teoria “protetti”.

I danni economici sono stati immediati.
Solo a Mosca, le attività commerciali hanno avuto perdite stimate tra 7 e 60 milioni di euro al giorno tra corrieri, ristoranti e servizi di trasporto. A San Pietroburgo, già a gennaio, il servizio di taxi e consegne Taksovichkoff aveva registrato un calo del 13% delle corse e il suo concorrente Citymobil del 65%: non è difficile immaginare cosa possa essergli successo a marzo.
Le imprese tornano ad affidarsi a walkie-talkie e mappe cartacee. Anche i politici sono rimasti al buio: la Duma, ovvero il parlamento, ha subito blackout per due giorni consecutivi, e i deputati non riuscivano nemmeno a collegarsi al Wi-Fi del palazzo.

Ma le conseguenze sono ancora più gravi per l’esercito impegnato nell’invasione dell’Ucraina.
Telegram, infatti, era lo strumento usato dalle truppe per coordinare gli attacchi, scaricare le mappe, trasmettere i filmati dai droni ai blogger militari “Z” e soprattutto raccogliere fondi.
Ora è inutilizzabile.

Le unità sono costrette a tornare alla radio o ad alternative di fortuna come la costellazione di satelliti Starlink, che però Elon Musk non sta più concedendo all’esercito invasore da qualche settimana.
La reazione non si è fatta attendere: canali come Two Majors” e“Fighterbomber”, tra i più seguiti dai militari, hanno denunciato la scelta come un “suicidio operativo”.

Ilya Remeslo, noto blogger fedele al Cremlino che si costituì persino parte civile nel processo contro Navalny, ha invitato a processare Putin per crimini di guerra e per tutta risposta è finito internato in una clinica psichiatrica.

Ironia della sorte: lo scoppio del conflitto in Iran, sulla carta, avrebbe dovuto dare respiro a Mosca, facendo impennare i prezzi di gas e petrolio.
Invece ha aggravato il delirio paranoico di Putin. E questi, in preda alle sue ossessioni securitarie, ha tolto al popolo russo la connessione a Internet dallo smartphone.
Gli ha tolto quel dolce, costante, narcotizzante rilascio di dopamina a piccole dosi che è in grado di rabbonire anche l’uomo che sta soffrendo di più.
Gli ha tolto quella distrazione perenne, quella saturazione per ogni singolo minuto di tempo libero, che aiuta il suddito a non pensare all’odio che prova verso il suo sovrano.

E, soprattutto, ha tolto ai soldati al fronte uno strumento che salvava vite: mai come negli ultimi giorni i russi eliminati dagli ucraini sono stati così numerosi.

Che cosa potrà mai andare storto?

D’altronde sono gli inconvenienti delle dittature.
I colpi di fortuna possono anche arrivare, la situazione geopolitica può anche essere la più favorevole, ma nessun vento è buono per una barca che ha al timone un vecchio ipocondriaco che vive nel terrore di essere tradito.