Quando il silenzio diventa legge: di ciò di cui non si deve parlare è meglio tacere?

Francesco Cisternino
21/03/2026
Radici

Leggi anche: L’inizio della Decade nera in Algeria; Halida Boughriet, L’Europeista


Sullo scrittore Kamel Daoud e sua moglie Aicha pendono due mandati di cattura internazionale, entrambi spiccati nel 2025 dallo stato algerino a seguito di altrettante denunce partite da un unico studio legale di Algeri.

Il primo si basa sull’accusa di una donna, Saada Arbane, secondo la quale il romanzo Houris (2024, Gallimard) sarebbe basato sui racconti da lei fatti nelle sessioni di psicoterapia con la compagna, poi divenuta moglie, di Daoud. In un’intervista televisiva Arbane ha sostenuto di non aver mai dato il consenso per l’uso della propria vicenda; a pubblicazione avvenuta, quindi, ha deciso di denunciare entrambi per violazione di segreto professionale. Lo scrittore, dal canto suo, nega tutto.

Il secondo, invece, si riferisce a una presunta “strumentalizzazione di tragedia nazionale”, un reato introdotto nel codice penale algerino nel 2005 a seguito degli accordi di pace intercorsi tra lo stato e il Fronte Islamico per la Salvezza (FIS), che dovevano mettere fine a oltre dieci anni di guerra civile — anzi, di guerra contro i civili, poiché il popolo subiva angherie da entrambe le parti. L’avvocato Fatima Benbraham avrebbe avuto mandato da un’associazione di vittime del terrorismo in virtù del fatto che per legge di questi argomenti non si deve parlare.

La “Decade nera” e le sue radici

È legittimo dubitare su queste accuse, perché è la prima volta che tale reato viene contestato al di fuori della politica. Di certo, però, Houris tratta senza attenuazioni delle violenze, torture e massacri accaduti durante la cosiddetta Decade nera — mutatis mutandis, gli Anni di piombo algerini — intercorsa tra il 1991 e il 2002.

In breve, dopo l’indipendenza dalla Francia del 1962, l’Algeria divenne una dittatura monopartitica di marca nazional-terzomondista, caratterizzata da un potere accentrato e dispotico. L’economia si reggeva quasi unicamente sull’esportazione di idrocarburi, gestiti da aziende pubbliche in armonia con gli interessi francesi, e non esisteva libera impresa, poiché lo stato perseguiva un modello socialista sovietico.

Da lì aveva anche importato corruzione illimitata, assenza dello stato di diritto e l’impossibilità per i cittadini di partecipare alla vita pubblica, oltre naturalmente ad armi e formazione del KGB per gli apparati. Questo equilibrio precario si ruppe nella seconda metà degli anni Ottanta, quando il prezzo del petrolio diminuì e le finanze pubbliche soffrirono: al deterioramento delle condizioni di vita seguirono manifestazioni di piazza.

Finite male: nei moti dell’ottobre 1988 il regime di Chadli Ben Jedid fece centinaia di morti. Sempre più sotto pressione, lo stato avviò riforme con elezioni multipartitiche. Le amministrative del 1990 e il primo turno del 1991 premiarono il FIS, movimento abile nello sfruttare religione e dinamiche claniche locali.

Piuttosto che concedere il potere, il regime lo mise fuori legge con un colpo di stato: seguì una guerra con centinaia di migliaia di morti e scomparsi.

L’oblio imposto dallo Stato

Questa vicenda è poco conosciuta perché non vi sono mai state commissioni bicamerali, reportage giornalistici, lavoro storiografico né sentenze di tribunale: la riconciliazione si reggeva sull’impunità.

Le responsabilità venivano attribuite solo a titolo personale, mentre lo stato imponeva un vero e proprio oblio per legge: bisognava dimenticare. I danni materiali e morali venivano ignorati; non era possibile né parlarne pubblicamente né perseguire i crimini.

Houris: un romanzo sotto accusa

È per questo che sul capo di Daoud pende il secondo mandato. La storia di Houris è narrata dal punto di vista di una donna sopravvissuta allo stupro e allo sterminio della propria famiglia durante l’attacco al villaggio di Had Chekala nel gennaio 1998.

Menomata ma salvata, viene adottata, studia e costruisce una nuova vita. Tuttavia, eventi successivi la portano a riflettere sulla tragedia in un monologo che diventa un atto d’accusa contro una società repressiva, maschilista e ossessionata dai precetti religiosi.

Non è pura fiction: Daoud ha ammesso di aver rielaborato storie raccolte come giornalista. Se il romanzo abbia infranto la legge lo stabiliranno i giudici — con quale imparzialità, resta una domanda aperta.

Arte contro censura: una memoria che resiste

Il mondo delle arti ha più volte cercato di forzare i limiti imposti, pagando un prezzo altissimo: nel 1994 furono assassinati Chebb Hasni, Tahar Djaout e Ahmed Asselah.

Tra gli artisti più attivi figura Zineb Sedira, che ha raccolto vignette satiriche della stampa dell’epoca, pubblicate nel volume A personal collection of jokes (2018).

A Personal Collection of Jokes. Zineb Sedira. Sharjah Art Foundation (2018)

Si distingue anche il fotoreporter Ammar Bouras, autore di immagini che raccontano la vita quotidiana durante il conflitto, raccolte nel volume 1990_1995 Algérie, chronique photographique (2019).

Archivi visivi contro l’oblio

Altro contributo fondamentale è quello di Sofiane Zouggar, che raccoglie testimonianze e le trasforma in archivi visivi anonimi, proteggendo l’identità dei protagonisti.

Les Onzes, Ultra’s Politics project, installation “detail”, archives, figurines, tracing paper, 160×12-x70 cm, from the group exhibition “Ces voix qui m’assiègent…” La cité internationale des arts Paris. 2024

Il suo lavoro restituisce una memoria plurale: per alcuni immagini di sicurezza, per altri di terrore. In ogni caso, un atto di resistenza contro l’oblio di stato.

Simboli e denuncia nelle arti contemporanee

Tra le opere più significative vi è il Sudario (1999) di Halida Boughriet, una bandiera algerina monocroma che diventa simbolo delle vittime invisibili.

Djamel Tatah, invece, con Donne di Algeri rappresenta figure femminili che chiedono verità e giustizia, denunciando la persistenza dell’oppressione.

Le donne di Algeri, Djamel Tatah, 1996, polittico in olio e cera su tela e legno, 350×450 cm. Collezione museo les Abattoirs di Tolosa

Lo scandalo Benfodil

Nel 2011 l’opera Ecritures sauvages di Mustapha Benfodil provocò uno scandalo alla Biennale di Sharjah: installazione rimossa, direttore licenziato.

I manichini senza testa e i testi provocatori denunciavano la violenza socio-politica e gli stupri di guerra, mostrando come il linguaggio stesso potesse diventare arma.

Mustapha Benfodil, “Maportaliche / Ecritures Sauvages,” (2011) Installation view at the Sharjah Biennial. Courtesy of the Artist.

Arte, memoria e conflitto

A questo punto la domanda è inevitabile: è segno di salute culturale quando l’arte scende in strada e racconta ciò che non si può dire?

Se è impossibile negare le tragedie, esistono molti modi per raccontarle — tutti legittimi e necessari. La vicenda Daoud mostra una volontà crescente di confrontarsi con il male in modo diretto.

Come ha scritto Rym Khene, la “riconciliazione nazionale” imposta dall’alto non riconcilia né carnefici né vittime.

E quando giornalismo, politica e magistratura non possono agire, resta un solo spazio: quello delle arti, ultimo baluardo della memoria e della verità.