Sicurezza senza illusioni: perché l’accumulo di reati non rende lo Stato più forte
Dopo aver introdotto 48 nuovi reati e un numero analogo di aggravanti in poco più di tre anni di governo, l’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha varato pochi giorni fa l’ennesimo “decreto sicurezza”. Essere arrivati alla quarta versione di una legge sull’ordine pubblico è già di per sé indicativo del fallimento e delle difficoltà da superare. Ma è sempre giusto ragionare e giudicare i provvedimenti per ciò che producono, non per le intenzioni che li accompagnano.
Nella cultura liberale più numerose sono le leggi dello Stato, più lo Stato si corrompe. Ecco, la destra sovranista ha finora affrontato la cronaca come occasione per leggi bandiera, utili più a rafforzare identità politiche che a risolvere problemi reali. Una sovrabbondanza normativa pensata come feticcio contro nemici ricorrenti — immigrati, magistratura, Europa — o come strumento punitivo da agitare per soddisfare la piazza, dentro una narrazione semplificatoria che oppone una polizia che arresta a una magistratura che libera.
Una politica repubblicana non dovrebbe dividersi su questi temi e preoccuparsi solo di ristabilire un principio diffuso di legalità e sicurezza, fondato sull’efficacia delle regole e sul rispetto dei diritti.
Un impianto più equilibrato, ma non risolutivo
In questo quadro, la mediazione esercitata dalla Presidenza della Repubblica nella definizione dell’ultimo provvedimento e i contenuti anticipati dalla stampa delineano un impianto che, nel complesso, sembra muoversi in una direzione più equilibrata. Non si ravvedono derive illiberali o autoritarie, né i consueti allarmi per la democrazia denunciati dalla sinistra. L’ispirazione generale del decreto è condivisibile, seppure sia auspicabile a mio avviso integrarlo con strumenti di maggiore tutela per tutti, come la piena riconoscibilità degli agenti delle Forze di polizia e l’uso di dispositivi di registrazione durante il servizio, nell’interesse sia dei cittadini sia degli operatori.
Resta aperta una questione ineludibile: dove metteremo tutti questi nuovi condannati, in un sistema carcerario già al collasso con un sovraffollamento indegno di un Paese civile? Recuperare lo spirito costituzionale che assegna alla pena una finalità rieducativa non è un cedimento ideologico, ma una condizione di razionalità dello Stato di diritto. Il tema è ancora più grave se si guarda alla detenzione minorile, dove permane un vuoto preoccupante nella costruzione di percorsi di recupero, formazione umana e responsabilizzazione civile.
C’è poi un grande assente nell’agenda del governo. Tanto si è severi nel reprimere i reati, quanto poco nel combatterne le cause. La destra populista continua a curare i sintomi, ignorando la malattia. Nulla viene previsto per prevenire disagio, marginalità, povertà materiale e impoverimento educativo. Nulla di strutturale per sostenere scuola e famiglia nel loro ruolo formativo, che resta il primo presidio di sicurezza di una società libera.
Sicurezza, prevenzione e istituzioni credibili
Altro capitolo infine quello sull’immigrazione, dove pare si sia tornati al richiamo della foresta, forse per anticipare le sirene da remigrazione dell’estremismo vannacciano, con farneticazioni sui blocchi navali e i centri in Albania. Bene sia stato tutto stralciato e rinviato a un disegno di legge autonomo affidato al dibattito parlamentare.
La sicurezza non si costruisce con l’accumulo di reati, ma con istituzioni credibili, norme applicabili e una società più forte delle sue paure. Questa è la linea di una destra autenticamente liberale in cui io credo.








