Sicurezza o indipendenza? Per Groenlandia e Moldavia torna un vecchio dilemma

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Emanuele Pinelli
22/01/2026
Radici

Una settimana fa Jens-Frederik Nielsen, il primo ministro della Groenlandia (che da 47 anni ha un proprio parlamento e un proprio governo, pur restando legata alla Danimarca come “territorio della Corona”) ha pronunciato parole che in passato sarebbero state impensabili.

“Se dobbiamo scegliere tra Stati Uniti e Danimarca, qui ed ora, allora scegliamo la Danimarca. Scegliamo la Nato, la Corona danese e l’Unione Europea”.
Ha aggiunto, poi, che “una cosa deve essere chiara: la Groenlandia non verrà mai posseduta dagli Stati Uniti. Non verrà mai governata dagli Stati Uniti, non sarà mai parte degli Stati Uniti. Noi scegliamo la Groenlandia che conosciamo adesso, e che è parte del Regno di Danimarca”.

La volontà prevalente tra i 55.000 abitanti dell’isola, come è noto, sarebbe quella di consumare il distacco completo anche da Copenhagen. Gli indipendentisti sono da tempo in maggioranza, e si dividono solo sui tempi e sulle modalità con cui diventare una nazione a sé stante.

Ma la seconda presidenza Trump ha rovesciato il loro tavolo. Nel momento in cui gli americani, da che si dicevano custodi di un ordine mondiale fondato sull’autodeterminazione dei popoli e sul divieto di spostare i confini con la forza, si sono trasformati in predatori che dichiarano candidamente di “aver bisogno” di annettere l’isola, Nielsen e i suoi elettori si sono trovati di fronte a un dilemma: separarsi da Copenhagen ormai significa esporsi alla conquista da parte di Washington.
Che, a sua volta, si giustifica sostenendo che una Groenlandia lasciata a sé stessa verrebbe presto occupata da Pechino o da Mosca.

Ritorno alla realtà

E così ci siamo ricordati di una verità brutale ma elementare: la sicurezza e l’indipendenza, che nella bolla dell’ordine liberale tra 1945 e 2025 ci eravamo assuefatti ad abbinare e a reclamare insieme per ogni popolo, al di fuori di quella bolla diventano purtroppo due valori da ponderare. Raramente un popolo può godere di entrambe, e spesso deve rinunciare all’una per avere l’altra.

Se nell’arco delle nostre vite questo non è accaduto, perlomeno in Europa occidentale e nelle Americhe, è stato grazie agli Stati Uniti, che per alcune generazioni hanno usato la loro forza militare per garantire, invece che per demolire, il diritto delle nazioni a non venire annesse le une dalle altre. (Lo stesso intervento in Vietnam, con la scia di atrocità che l’ha contrassegnato, in fondo nasceva da questo impegno, come anche il primo intervento contro l’Iraq).

Ma se adesso, come sembra, Donald Trump ritiene conclusa quella fase della politica americana e considera di nuovo legittime le conquiste armate ai danni di altri paesi, la bolla scoppia e si torna al normale funzionamento della storia umana, dove i paesi troppo piccoli e con vicini troppo aggressivi sono costretti a scegliere il male minore e il dominatore meno intrusivo.

La Moldavia non resiste più

Vale tra i ghiacci dell’Artico, ma vale anche nell’Europa centrale, dove Maia Sandu, la presidente moldava, aveva pronunciato parole simili a quelle di Nielsen appena due giorni prima di lui.

“Se tenessimo un referendum, io voterei per la riunificazione con la Romania” ha dichiarato. “Guardate che cosa sta succedendo oggi intorno alla Moldavia. Guardate che cosa sta succedendo nel mondo. Sta diventando sempre più arduo, per un paese piccolo come la Moldavia, sopravvivere come democrazia e come nazione sovrana, oltre che ovviamente resistere alla Russia”.

La Sandu, che ha respinto in due anni ben due tentativi di installare al suo posto un regime fedele a Putin simili a quelli di Georgia e Bielorussia, ha subito aggiunto che conosce bene l’orientamento della maggior parte dei suoi concittadini, due terzi dei quali sono tuttora ostili alla riunificazione.
La sua speranza è che entrando nell’Unione Europea i moldavi possano godere dell’integrazione militare ed economica con Bucarest anche senza sparire dalla carta geografica.

L’Europa come scappatoia

Anche lei, come Nielsen, confida quindi nell’Unione Europea come sistema “soft” che offre protezione senza togliere la libertà.
La buona reputazione di Bruxelles, grazie a questa qualità vera o presunta, non è mai stata così alta: persino in Canada, dopo che Trump ha minacciato di farne il suo “51° stato”, si parla sempre meno per scherzo di associarsi in qualche modo all’Unione, con la regione del Québec che è già entrata nel Comitato Europeo delle Regioni (un organo comunitario che ha solo funzioni consultive, ma è comunque un organo comunitario).

Certo, sarebbe bello se questa fiducia fosse ben riposta e l’Europa riuscisse davvero a conservare, almeno tra gli stati che ne fanno parte, il clima di convivenza pacifica nel quale siamo cresciuti noi, i nostri genitori e gran parte dei nostri nonni. Purtroppo nessuno ha la sfera di cristallo per scoprire in anticipo se ce la farà.

Ma finora, dai guai di Groenlandia e Moldavia, possiamo trarre almeno un’importante lezione su come leggere con più onestà la storia del passato, inquadrando i fenomeni di “colonizzazione” e la formazione degli imperi europei nel vero contesto in cui avvennero, invece di fingere (come spesso si è fatto negli ultimi 80 anni) che fossero avvenuti infrangendo un ordine liberale che era ben al di là dal venire.

ll contesto del “colonialismo”


Rileggendo il discorso di Nielsen, sembra a tutti gli effetti una descrizione di come avveniva, in tempi molto remoti, la cosiddetta “colonizzazione” di un territorio extraeuropeo da parte degli europei.

Prima dell’ordine liberale, infatti, anche se oggi fatichiamo a immaginarlo, il combinato di indipendenza e sicurezza non era affatto la condizione di base in cui viveva un popolo, non lo era mai stato e nessuno pretendeva che lo fosse.

La tendenza ad aggredire era naturale quanto la paura di venire aggrediti. Anzi, fa sorridere che nei nostri manuali scolastici si parli con naturalezza di “espansione macedone”, “espansione araba”, “espansione mongola” e poi tutt’a un tratto di “colonizzazione europea”, come se fosse stata un’azione abnorme e innaturale rispetto alle altre.

Anche gli imperi europei, come quelli delle altre civiltà, si formarono perlopiù incorporando principati o tribù minori che invocavano il soccorso dei nuovi arrivati contro i loro nemici storici, oppure che sceglievano tra due nuovi arrivati quello che offriva condizioni migliori.
Fu così, per esempio, che gli spagnoli conquistarono con poche centinaia di uomini il Messico, il Perù e altre regioni delle Americhe: un “Se dobbiamo scegliere qui ed ora” dopo l’altro, un “Sta diventando sempre più arduo sopravvivere” alla volta.

Partire dalle basi

Si dice che la Groenlandia abbia proposto a Trump una “soluzione cipriota”, ovvero la sovranità diretta statunitense solo su piccole porzioni dell’isola da destinare a basi militari o commerciali: ebbene, chi conosce la storia sa che proprio così iniziava il più delle volte la “colonizzazione” nel mondo pre-liberale.
Genovesi e veneziani lo fecero nel Medioevo, portoghesi e olandesi nella prima età moderna, francesi e inglesi gettarono così le loro teste di ponte in India e nell’Africa nera secoli prima di riuscire a esplorarne l’entroterra.

Delle due l’una, dunque: o si fa di tutto per ripristinare l’ordine liberale che è esistito dal 1945 al 2025, o non ha senso indignarsi di fronte a fenomeni di espansione imperiale che fuori da quell’ordine sono inevitabili. Indignarsi retrospettivamente per eventi di secoli fa, poi, è assurdo in entrambi i casi.

E, a proposito di “basi” temporanee poste sotto la sovranità degli europei, c’è un’altra isola che ne ha avute per gran parte dell’ultimo millennio: Taiwan.
Taiwan che quindi, nell’era moderna, non è mai stata “tutt’uno con la Cina”, come oggi sostiene Xi Jinping per giustificare il suo eventuale attacco.

Taiwan che oggi, di fronte alla consapevolezza che gli USA potrebbero non proteggerla più come stato indipendente, si prepara mentalmente anche lei a “dover scegliere qui e ora”: ed ecco che, sui profili social di milioni di cittadini, compare come nazionalità Taiwan, Giappone.