Sessant’anni di “Dignitatis humanae”. Chiesa ed Europa nel tempo dei diritti

Stefano Maria Capilupi
07/12/2025
Radici

Libertà religiosa, Manzoni, Dostoevskij e il cantiere incompiuto dell’Europa

Il 7 dicembre 1965, alla vigilia della chiusura del Vaticano II, l’aula conciliare approvava uno degli ultimi testi del Concilio, ma forse il più esplosivo per la modernità: la dichiarazione “Dignitatis humanae” sulla libertà religiosa. Oggi, 7 dicembre 2025, mentre l’Europa attraversa una stagione di guerre, identitarismi religiosi e democrazie affaticate, quella pagina torna a parlarci con una forza sorprendente. È un testo che riguarda non solo i credenti, ma chiunque pensi la democrazia come spazio di coscienze libere.

“Dignitatis humanae” non nacque facile. Fu oggetto di rinvii, riscritture, votazioni contrastate: alla fine i voti contrari furono ancora settanta, un numero insolitamente alto per la prassi conciliare. Non era un dettaglio tecnico, ma il segno che si stava toccando il nervo scoperto del rapporto tra Chiesa, verità e libertà. Il passaggio decisivo è questo: da una difesa astratta dei “diritti della verità” al riconoscimento che il soggetto titolare del diritto alla libertà religiosa è la persona concreta, prima ancora del cammino che compie verso la verità. Il diritto non è premio per chi “sta già dentro” il recinto della dottrina, ma condizione affinché ogni coscienza possa cercare senza coercizione.

In questo senso, “Dignitatis humanae” è una svolta anche politica

La Chiesa accetta il sistema di libertà e garanzie tipico del costituzionalismo moderno, riconosce allo Stato il compito – limitato ma essenziale – di garante della convivenza tra fedi diverse, rinuncia in linea di principio all’antico sogno del “braccio secolare”. Come ricorda John Courtney Murray, tra i principali artefici del testo, non si tratta di sacralizzare il mondo, ma di riconoscere che il Vangelo non ha bisogno di privilegi giuridici per essere annunciato.

Per cogliere tutta la portata di questo anniversario, conviene guardare più indietro. L’Unità d’Italia segna nel cattolico moderno una ferita duplice: da una parte il senso di colpa legato alla necessità subita di “restituire a Cesare ciò che è di Cesare” (cf. Mt 22,21; Mc 12,17; Lc 20,25), accettando uno Stato laico e le leggi eversive che incamerano i beni ecclesiastici (R.D. 7 luglio 1866, n. 3036; legge 15 agosto 1867, n. 3848); dall’altra la ferita di una modernità anticlericale che ha smantellato scuole, ospedali, biblioteche, opere pie, distribuendo i beni presso le elites e contribuendo a creare la “Questione Meridionale”. “Dignitatis humanae” arriva in fondo a questo travaglio: non chiede più di difendere un sistema di privilegi confessionali, ma invita ad abitare da credenti lo spazio laico dei diritti, senza smettere di credere che la verità interpella la coscienza.

Alessandro Manzoni questa strada l’aveva intuita quasi un secolo prima

L’autore che difese la morale cattolica contro le semplificazioni di Sismondi e affermò, per primo (cosa spesso dimenticata), che Cristo “ha rivelato l’uomo all’uomo”, è lo stesso che accetta la nomina a senatore nel 1860, in pieno conflitto fra Stato unitario e Santa Sede, e non si piega al “non expedit” di Pio IX. Per Manzoni la fede non è un rifugio dalla storia, ma una forma più esigente di responsabilità civile: la grazia non cancella la libertà, la eleva, e la politica va giudicata a partire dalla dignità dei più fragili, non dal successo dei più forti.

In controluce, l’“ideale precostantiniano” che accomuna Manzoni e Dostoevskij aiuta a capire l’attualità di “Dignitatis humanae”. Agostino aveva smontato la teologia della vittoria che esaltava Costantino: i veri “felici” non sono gli imperatori vittoriosi, ma i martiri, i perdenti che restano fedeli alla coscienza. La Provvidenza non si identifica mai con un potere storico; lavora nella debolezza, nella “peregrinatio in spe”. Manzoni traduce questa intuizione ponendo al centro del romanzo i poveri e gli umili; Dostoevskij scende con i suoi personaggi nelle prigioni, nei bassifondi di Pietroburgo, nella colpa che diventa invocazione di senso.

Il Poema del Grande Inquisitore è forse la parabola più lucida di questa diffidenza evangelica verso ogni sacralizzazione del potere. Quando l’Inquisitore rimprovera a Cristo di aver dato agli uomini una libertà troppo pesante, non attacca una confessione particolare, ma ogni sistema – religioso o politico – che prometta pane e sicurezza in cambio della coscienza. Per l’Inquisitore gli uomini “non sopportano” la libertà; per Dostoevskij, al contrario, la libertà del cuore è l’unico luogo in cui la verità può essere amata. Meglio una Chiesa povera che una Chiesa trionfante ma infedele al mistero della persona.

Il Vangelo dei diritti della “Digitatis humanae”

“Dignitatis humanae” non è dunque un semplice aggiustamento disciplinare, ma il riconoscimento ufficiale, da parte della Chiesa di Roma, che questa tradizione “precostantiniana” non è un residuo romantico, bensì il cuore del Vangelo nell’epoca dei diritti. La dichiarazione afferma che la dignità dell’uomo creato a immagine di Dio si concretizza nei diritti e nelle libertà che gli permettono di cercare la verità: in primo luogo nella libertà religiosa, intesa come inviolabilità della coscienza. Non c’è opposizione tra verità e libertà: la verità cristiana esige che lo Stato non costringa nessuno a credere e garantisca a tutti lo spazio per vivere e professare le proprie convinzioni, finché non sia messo a rischio l’ordine pubblico.

Qui entra in scena, con forza contemporanea, il libro di Alfonso Pascale e Mario Campli, “Il concilio e la democrazia” (2024). Questo volume ricorda come il Vaticano II non sia stato solo un evento intraecclesiale, ma un passaggio in cui la Chiesa ha preso sul serio le categorie stesse della democrazia costituzionale: la distinzione fra ordine del diritto e ordine del dovere morale, il “favor libertatis” che deve guidare le leggi, la centralità della coscienza personale come soggetto di diritti. Il Concilio – e “Dignitatis humanae” in particolare – non hanno inventato la democrazia, ma l’hanno riconosciuta come spazio naturale della testimonianza cristiana, preferibile a ogni modello di Stato confessionale.

Nel tempo di un umanesimo tecnicista e di democrazie antiliberali, questa memoria è tutt’altro che ovvia

Da un lato riemerge la tentazione di fondere religione e nazione in un unico idolo politico – ciò che nel mondo ortodosso fu condannato come filetismo e che oggi assume forme diverse anche altrove. Dall’altro, in una certa cultura europea, la religione viene tollerata solo se resta invisibile, ridotta a sentimento privato, come se lo spazio pubblico dovesse essere neutro non solo rispetto alle fedi, ma rispetto a qualsiasi domanda di verità. “Dignitatis humanae” indica una terza via: né stato confessionale né laicismo di rimozione, ma una città pluralista in cui le diverse tradizioni religiose e umanistiche possono parlare, discutere, contribuire al bene comune.

Se l’Europa vorrà essere più di un mercato o di un recinto identitario, dovrà tornare a interrogarsi su questa promessa: non c’è libertà senza verità sull’uomo, e non c’è verità dell’uomo che non passi per la libertà della sua coscienza.