La sentenza sui dazi di Trump è una lezione di buonsenso, di politica e di storia

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Emanuele Pinelli
24/02/2026
Radici

“Decidiamo se l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) autorizzi o no il Presidente ad imporre dazi”.

Con queste parole, candide e dirette, inizia il pronunciamento con cui venerdì scorso la Corte Suprema ha dichiarato illegittimi i dazi imposti da Donald Trump sui prodotti importati da decine di paesi.

La sentenza ha dato ragione alle due aziende che nello scorso aprile avevano iniziato la battaglia legale contro i dazi: la Learning Resources, importatrice di giocattoli con sede nell’Illinois, e la V.O.S. Selections, importatrice di vini e sakè con sede a Manhattan.

Le reazioni

A salutarla con sollievo non è stato soltanto il mondo imprenditoriale, ma anche larga parte dell’opinione pubblica statunitense (preoccupata per l’ulteriore spinta che i dazi stavano dando all’inflazione), nonché quegli storici partner, come Canada, Messico, India, Regno Unito e Unione Europea, contro i quali Trump aveva preso la brutta abitudine di minacciare i dazi a scopo estorsivo.

Ancor più rilevanti di quelle economiche sono, però, le implicazioni politiche di questa sentenza.
In un clima di incupimento generale, dove milioni di persone ritenevano già riuscito il tentativo trumpiano di convertire gli USA in un regime semidittatoriale in stile ungherese, si credeva che la Corte Suprema “a maggioranza conservatrice” si sarebbe appiattita sempre e comunque sulle posizioni del governo, per assurde che fossero.
Anche il fatto che la sentenza fosse stata rimandata per ben tre volte veniva attribuito alla presunta viltà o complicità dei Giudici.

Ebbene, ogni sospetto è stato fugato. La Corte Suprema ci ha ricordato (come se ce ne fosse bisogno) che un conservatore non è per forza un fanatico Maga, che un magistrato conservatore ha ben poche ragioni per essere un fanatico Maga, e che un magistrato conservatore nominato a vita nel massimo organo giudiziario degli USA non ha letteralmente alcun motivo al mondo per essere un fanatico Maga.

Armi spuntate

Certo, non basterà questa battuta d’arresto per fermare l’offensiva protezionistica e accentratrice che il miliardario ha scatenato nel marzo 2025.
Ma gli strumenti che ha a sua disposizione per riprenderla sono meno affilati di quello che ha usato finora: una legge del 1977 (per l’appunto l’IEEPA) che consente al presidente di “regolamentare importazioni ed esportazioni” in casi di “minacce inusuali e straordinarie per la sicurezza nazionale”.

È una definizione dalle maglie alquanto larghe, in cui la Casa Bianca ha provato a far rientrare “il potere indipendente di imporre dazi sulle importazioni di qualunque prodotto da qualunque paese, di qualunque ammontare e di qualunque durata” senza il via libera del Congresso.
Di fatto, ha usato i dazi come un’arma di ricatto per imporre l’agenda personale del presidente entro i confini di altri stati sovrani, il tutto a spese dei consumatori americani.

Ora, nessun’altra legge, tra quelle che Trump può provare a sfruttare per arrogarsi di nuovo un potere così smisurato, gli offre un fondamento giuridico più solido dell’IEEPA.
Il Trade Act del 1974 sul quale sta ripiegando, ad esempio, limita i dazi al 15% e impone di dimostrare la presenza di uno squilibrio nella bilancia dei pagamenti, cosa impossibile fintanto che il dollaro ha tassi di cambio fluttuanti.

Non è detto, insomma, che la politica commerciale di Trump (che poi è il cuore della sua politica estera) riuscirà a riaversi dopo questo colpo.

Ma che cosa ha convinto la Corte Suprema a censurare l’uso che Trump stava facendo dell’IEEPA?
Come è stata motivata la decisione?

Le ragioni della bocciatura

L’argomentazione si svolgeva in tre passaggi:

1. I dazi sono tasse;

2. Solo il Congresso ha il potere di tassare;

3. Quand’anche il Congresso delegasse al governo il potere di tassare, tale mandato deve essere espresso in termini chiari.

I primi due assunti sono stati approvati a larga maggioranza (6-3).
La necessità di chiarezza nella delega, invece, è stata respinta da tre giudici nel merito e da altri tre con la scusa che non avrebbe comunque influito sul risultato finale: dopotutto Trump aveva imposto i suoi dazi senza alcuna delega, né chiara né ambigua.

La maggioranza della Corte, perciò, ha ritenuto inopportuno immischiarsi nei futuri rapporti tra il presidente e il Congresso, limitandosi a negare al presidente “il potere straordinario di imporre unilateralmente dazi di ammontare illimitato, di durata illimitata e per una varietà di scopi illimitata”.

Ad ogni modo, ciascuno dei tre passaggi argomentativi è un monumento al buonsenso, all’equilibrio politico e alla migliore tradizione della storia americana.

I dazi sono tasse


Cominciamo proprio dal primo: “Un dazio, in fin dei conti, è una tassa riscossa su beni e servizi importati”, e dunque, come affermava una sentenza che fece scuola già nel 1824, “il potere di imporre dazi è chiarissimamente un ramo del potere di tassare”.
La retorica Maga può sforzarsi quanto vuole di occultare questa ovvietà e di descrivere i dazi come un tributo inflitto ai paesi rivali: nei fatti, a pagarli sono i cittadini americani.

Nel suo parere, la Giudice Elena Kagan ha addirittura ripercorso la storia fiscale degli USA nel loro primo secolo e mezzo, per mostrare che “per gran parte della storia nazionale, il potere di tassare è stato essenzialmente un potere di imporre dazi. I Padri Fondatori avevano persino valutato la possibilità di dare al governo federale il potere di tassare solo attraverso i dazi.
Non c’è da stupirsi, perciò, se il primo caso in cui il Congresso esercitò il suo potere di tassare fu una legge sui dazi. E fino al XX secolo, i dazi hanno costituito tra il 50% e il 90% delle entrate del governo federale”.

Quei dazi, peraltro, erano assai diversi da quelli di Trump: il Congresso “discusse ogni singolo dettaglio della prima legge sui dazi. Alla fine, il malto d’importazione fu colpito da un dazio di 10 centesimi al moggio. Lo zucchero grezzo, un centesimo. Lo zucchero raffinato, tre centesimi. E così via. La prima legge sui dazi aveva una durata prevista di sette anni. Ne durò a malapena uno”.

Ma, come ha ricordato nel suo parere il Giudice Neil Gorsuch, “Gli americani fecero la Rivoluzione, in non piccola misura, perché credevano che soltanto i loro rappresentanti eletti (non il Re, e nemmeno il Parlamento inglese) possedessero l’autorità per tassarli. E credevano che ciò valesse non solo per le imposte dirette, come quelle dello Stamp Act, ma anche per i dazi sulle importazioni, come quelli previsti dallo Sugar Act. In seguito, gli americani codificarono queste convinzioni nella Costituzione”.

La disamina storica, ovviamente, non si limita alle origini, ma arriva ai documenti programmatici del Congresso risalenti agli anni in cui fu approvato l’IEEPA: lo scopo dichiarato di quest’ultimo, come ha ricostruito la Giudice Ketanji Brown Jackson, era “controllare o congelare le transazioni di proprietà quando vi era coinvolto un interesse straniero”, non certo di drenare centinaia di miliardi dalle tasche dei cittadini.

E dunque, poiché la Costituzione afferma che “il Congresso deve avere il potere di imporre e riscuotere tasse, dazi, imposte e accise”, nessuna tassa unilaterale può essere imposta dal presidente.

Valeva anche per Biden

Ironia della sorte, le due sentenze più recenti che la Corte ha citato in difesa di questo principio risalgono ai tempi in cui al potere c’erano i Democratici: Nebraska vs Biden, che dichiarò illegittimo il condono dei debiti universitari voluto dall’anziano presidente, e West Virginia vs EPA, che dichiarò illegittime le compensazioni ambientali che l’agenzia governativa sull’ambiente imponeva di pagare ad alcune centrali ritenute inquinanti.
In entrambi i casi il presidente e il governo avevano esulato dalle loro competenze, attribuendosi poteri che spettavano al Congresso: a maggior ragione l’ha fatto Trump con la sua politica dei dazi.

Certo, i dibattiti nelle aule del Congresso possono apparire lenti e faticosi nell’era dei social media. Per molti elettori è seducente immaginare che una proiezione del loro ego possa insediarsi nello Studio Ovale e da lì fare e disfare le leggi a proprio capriccio.
Il criptofascismo dei Maga si fonda in gran parte sull’insofferenza verso i ritmi e le forme della democrazia rappresentativa, a cui corrisponde il gusto per l’apparente efficienza del leader carismatico che ripara tutti i torti con uno schiocco di dita.

Ma proprio a queste tentazioni, così diffuse dentro e fuori dall’America, è dedicata una magnifica riflessione del Giudice Gorsuch, che forse riassume il senso dell’intera vicenda:

“Sì, legiferare può essere arduo e prendere tempo. E sì, è allettante la tentazione di scavalcare il Congresso quando si presenta qualche problema pressante.
Ma la natura deliberativa del processo legislativo era proprio il punto del modo in cui è stato organizzato.

Attraverso quel processo, la Nazione può attivare la saggezza combinata dei rappresentanti eletti dal popolo, non solo quella di una singola fazione o di un singolo uomo.

E’ là che la deliberazione intiepidisce gli impulsi e che il compromesso fonde le opinioni contrarie in soluzioni funzionanti.

E dal momento che le leggi devono ottenere questo ampio supporto per sopravvivere al processo legislativo, tendono a durare, consentendo alle persone comuni di pianificare le loro vite in un modo in cui non possono quando le regole cambiano di giorno in giorno.


A conti fatti, il processo legislativo aiuta ad assicurare che ciascuno di noi abbia voce nelle leggi che ci governano e nel futuro della Nazione.
Per alcuni, oggigiorno, lo spessore di queste virtù è evidente.
Ad altri potrebbe non sembrare altrettanto scontato.

Ma se la storia insegna qualcosa, i tavoli si rovesceranno, e verrà il giorno in cui saranno quelli che sono amareggiati per il risultato di oggi ad apprezzare il processo legislativo per il presidio di libertà che è”.