Se la Groenlandia può essere americana, allora New York è italiana

Riccardo Lo Monaco
19/01/2026
Poteri

Appunti ironici di geopolitica trumpiana applicata al Nuovo Mondo

Se prendiamo sul serio — anche solo per gioco — le argomentazioni geopolitiche dell’amministrazione Trump, scopriamo che il problema non è la Groenlandia. Il problema è che non stiamo spingendo abbastanza in là il ragionamento. Perché se un territorio può “appartenere” a qualcuno in base all’utilità strategica, alla forza contrattuale o alla semplice volontà del più forte, allora la geopolitica diventa un gigantesco gioco di Monopoly globale. E a quel punto, le carte vanno rimescolate davvero.

Partiamo dalla Groenlandia

Secondo la visione trumpiana, l’isola artica dovrebbe diventare americana perché strategica, ricca di risorse, scarsamente popolata e, soprattutto, difendibile meglio dagli Stati Uniti che dall’Europa. Un ragionamento semplice, brutale, apparentemente pragmatico. Ma allora una domanda sorge spontanea: perché fermarsi lì?

Se la storia, la demografia e l’interesse nazionale possono essere reinterpretati con tanta disinvoltura, allora non solo la Groenlandia deve restare europea — come di fatto è — ma anche gli Stati Uniti, per coerenza logica, dovrebbero rientrare sotto l’ombrello europeo. E magari farlo con un sorriso.

Del resto, l’America del Nord è, antropologicamente e culturalmente, una gigantesca appendice dell’Europa.

Dal XVI al XX secolo, decine di milioni di europei hanno attraversato l’Atlantico portando con sé lingue, codici giuridici, modelli economici, religioni, filosofie politiche e perfino il concetto stesso di stato moderno. Gli Stati Uniti non sono nati dal nulla: sono il prodotto di una lunga migrazione europea, spesso caotica, talvolta violenta, ma strutturalmente determinante.

Prendiamo New York

Prima di essere americana, è stata olandese. Prima ancora, esplorata da un italiano — Giovanni da Verrazzano — che oggi viene celebrato con un ponte che porta il suo nome. Tra Ottocento e Novecento, milioni di italiani, irlandesi, ebrei dell’Europa orientale, tedeschi e scandinavi hanno letteralmente costruito la città. Quartieri, infrastrutture, sindacati, ristorazione, politica urbana: tutto parla europeo. A questo punto, sostenere che New York possa diventare una provincia italiana non è più assurdo di quanto non lo sia pensare alla Groenlandia come 51° stato USA. Diciamo che sarebbe almeno una regione a statuto speciale, con competenza esclusiva su pizza, espresso e gestualità.

Ma non fermiamoci a Manhattan. Boston potrebbe essere irlandese a pieno titolo, Chicago tedesca con concessione polacca, San Francisco una città-laboratorio del pensiero illuminista europeo trapiantato sulla West Coast. Persino il sistema giuridico americano, tanto caro ai fautori della “tradizione americana”, è una stratificazione di diritto romano, common law inglese e filosofia politica francese. L’Europa non è un’influenza: è il codice sorgente.

E poi c’è il Canada

Qui il discorso diventa quasi serio. Storia britannica, francese, migrazioni italiane e ucraine, welfare di stampo socialdemocratico, multiculturalismo istituzionalizzato, economia di mercato regolata, sanità pubblica. Se esistesse un test di ingresso culturale per l’Unione Europea, il Canada lo supererebbe senza bisogno di esami di riparazione. Altro che 51° stato americano: il Canada è una Norvegia con gli orsi, una Francia con l’accento gentile, una Germania con la foglia d’acero. Se domani chiedesse l’adesione all’UE, il problema non sarebbe se accettarlo, ma come spiegare agli europei che il freddo non è poi così male.

A questo punto il paradosso diventa evidente

L’idea trumpiana di sovranità è selettiva: sacra quando riguarda gli Stati Uniti, flessibile quando riguarda gli altri. I confini sono intoccabili — tranne quelli altrui. La storia conta — ma solo quando fa comodo. Le identità sono immutabili — salvo diventare negoziabili sotto pressione economica o militare.

Eppure, se seguiamo questa logica fino in fondo, scopriamo che l’“America First” è in realtà un’Europa posticipata. Una civiltà europea che ha attraversato l’oceano, si è adattata, ha prodotto ricchezza e potenza, e ora finge di non riconoscere le proprie origini. È un po’ come rinnegare i nonni dopo aver ereditato la casa.

Dal punto di vista economico, poi, il legame è ancora più evidente

I flussi di capitale transatlantici, le catene del valore, le multinazionali, le borse finanziarie: Wall Street e la City di Londra sono più simili tra loro di quanto non lo siano Texas e Vermont. Culturalmente, filosoficamente, persino esteticamente, l’Atlantico non è mai stato un confine, ma una strada.

E allora forse il vero problema della geopolitica trumpiana non è la Groenlandia. È la nostalgia mal riposta. Un desiderio di forza ottocentesca applicato a un mondo che è diventato, suo malgrado, interdipendente. Un mondo in cui pretendere di “comprare” territori appare tanto anacronistico quanto rivendicare New York come provincia italiana — con la differenza che la seconda ipotesi ha almeno solide basi storiche, culturali e gastronomiche.

In conclusione, se davvero vogliamo giocare secondo le regole non scritte del nuovo paradigma trumpiano, facciamolo fino in fondo: lasciamo la Groenlandia dov’è, accogliamo il Canada in Europa, e riconosciamo che gli Stati Uniti, più che conquistatori del mondo, sono figli ribelli di un continente che fingono di aver dimenticato. Sarebbe un atto di onestà storica. E, per una volta, anche di elegante ironia geopolitica.