Scienziati o uccellini? La disputa sui nuovi euro
Tra qualche settimana la Banca Centrale Europea dovrebbe votare sul design delle nuove banconote degli euro.
Dopo 24 anni di finestre idealizzate e ponti inesistenti (almeno finché un simpatico artista olandese non li ha costruiti tutti nel ridente paesino di Spijkenisse), a quanto pare è giunta l’ora di dare un’identità forte e riconoscibile a quei biglietti che molti di noi maneggiano ancora ogni giorno.
Le ipotesi arrivate “in finale”, sulle quali è stato bandito il concorso di idee per grafici e disegnatori, erano due: personaggi della cultura europea oppure uccelli e fiumi.
Si chiamava Sklodowska, perdinci
Come era immaginabile, subito è partito il totonomi sui personaggi della cultura.
Si è parlato di Cervantes, di Beethoven, della divina Maria Callas (si spera senza alcun riferimento occulto a Kaja Kallas), di Marie Curie (pardon: Marie Sklodowska, come i polacchi fanno sempre pignolamente notare) e in quota Italia, ovviamente, di Leonardo da Vinci (è sempre commovente vedere il contributo italiano all’umanità rappresentato da un ingegnere militare appassionato di anatomia clinica).
Sarebbe un bello scatto di orgoglio, non c’è che dire.
Il messaggio sarebbe chiaro: gli europei hanno finito di vergognarsi e di nascondersi, vanno fieri della loro civiltà, hanno deciso di ricordarlo a sé stessi ogni volta che pagano una birra e di ribadirlo a centinaia di milioni di visitatori extracomunitari ogni volta che cambiano i soldi nella hall dell’aeroporto.
Pochi, per contro, hanno commentato l’alternativa con gli uccellini e i fiumi.
Il che è un peccato, anche perché, con ogni probabilità, uccellini e fiumi vinceranno e ci ritroveremo presto a tirarli dentro e fuori dai nostri portafogli.
Sembra di vedere un film già scritto: qualcuno protesterà perché tra quei “personaggi della cultura europea” non c’è nessun maltese, nessun lettone o nessun croato.
Gli inglesi contesteranno che la “cultura europea” venga ristretta ai soli paesi dell’Eurozona, scatenando un dibattito interminabile sul mettere Shakespeare al posto di Cervantes (“Meglio Amleto, il primo dei borghesi che non sanno decidersi a combattere, o Don Chisciotte, l’ultimo dei cavalieri che non sanno decidersi a non combattere?”) o magari John Lennon al posto di Beethoven, perché suvvia, l’Inno alla Gioia ormai è fuori moda rispetto a Imagine.
Alla fine, per non urtare la sensibilità di nessuno, si ripiegherà sul picchio muraiolo e sul gruccione.
Un fiume di interpretazioni
A un primo sguardo, l’opzione ornitologico-fluviale apparirebbe come il trionfo dello spirito decadente dei nostri tempi:l’uomo bianco si percepisce come un intruso in questo universo, liquida sfiduciato ogni propria creazione e si ritira nel silenzio, a passo felpato, lasciando padrona del campo la cosiddetta natura (o, più prosaicamente, l’uomo cinese che non ha gli stessi scrupoli).
Ma questa sarebbe solo una lettura superficiale. Tanto quanto è superficiale la lettura ufficiale data nel bando di concorso: gli uccelli nel loro volo non conoscono frontiere, i fiumi nel loro scorrere collegano paesi diversi, e così via con altre perle di sentimentalismo da Tiktoker.
In realtà, a voler guardare quelle immagini di fiumi e di uccelli con occhio malizioso, ci si potrebbe trovare qualcosa di ben più controverso.
Chi conosce un minimo la retorica dei nazionalismi dell’Ottocento e del primo Novecento, ad esempio, sa che i fiumi ne erano un ingrediente fisso: dall’Oro del Reno al Deutschlandlied, dal Marzo 1821 alla Canzone del Piave, dalla Moldava al Bel Danubio blu, gli esempi si sprecano.
Corsi d’acqua e fauna selvatica, infatti, richiamano un’appartenenza molto più ancestrale rispetto a romanzieri e scienziate: l’appartenenza alla propria terra.
Si tratta di un legame puramente sensoriale, istintivo, selvatico, non mediato dal linguaggio astratto e quindi non sindacabile secondo nessun parametro razionale. Le rive del mio fiume, il canto dei miei uccelli, i paesaggi della mia adolescenza rimangono il sostrato nascosto di ogni mia esperienza, formando la parte più inaccessibile e meno negoziabile della mia identità.
Dove osano le cicogne
Ora, l’Europa unita fino a questo momento ha provato a darsi un’identità collettiva di tipo ideale-astratto: al di là delle differenze di lingua, di religione e di gusti, condividiamo dei valori, una visione della società e (a grandi linee) uno stile di vita.
Che sia davvero possibile creare un senso di appartenenza del genere in 450 milioni di persone non è affatto detto, ma supponiamo per un attimo che sia possibile.
Ebbene: raffigurare sulle nuove banconote degli elementi naturali, e quindi farle parlare proprio alla parte più primitiva, non verbale e nostalgica del nostro Sé, sarebbe funzionale o controproducente?
Per chi considera l’orgoglio nazionale e l’attaccamento irrazionale alla terra come gli antagonisti che il progetto europeo doveva sconfiggere, di certo la risposta è “controproducente”.
Costoro dovrebbero tremare di fronte al biglietto da 50€ con una cicogna: visti da un castigliano, gli riporterebbero alla memoria i nidi di cicogna sugli alti e severi campanili nei villaggi della sua regione, mentre visti da una rumena della Bucovina le farebbero scendere una lacrima pensando ai nidi sui tralicci della corrente accanto ai campi di grano dove è cresciuta.
Per chi, invece, sostiene con più realismo che i valori europei e la visione europea della società siano solo strumenti procedurali sviluppati per tutelare identità preesistenti, e non possano, né debbano, costituire a loro volta un’ulteriore identità da sostituire ad esse, il richiamo all’acqua e alla natura selvaggia desta meno preoccupazioni.
Preservare l’ambiente. Ma per chi?
D’altro canto, il caso vuole che proprio la preservazione degli ambienti naturali sia stata una delle missioni nelle quali la comunità europea ha più brillato finora.
Non mi riferisco al “Green Deal” del 2020 e alla carica solitaria suicida contro il mulino a vento dell’effetto serra, ma alle legislazioni storiche su qualità dell’aria, quote pesca, impatto ambientale degli edifici, oasi protette e rigenerazione della biodiversità.
I risultati di queste iniziative sono stati concreti e, rispetto ad altre regioni del mondo, persino lusinghieri. Le banconote a tema naturale celebrerebbero dunque un successo.
Certo però, tirare a lustro le campagne e le montagne mentre gli insediamenti umani vicini si stanno svuotando può apparire ipocrita.
Il disagio della provincia è profondo, si avverte senza distinzioni in ciascuno dei ventisette stati e ingozza di voti i partiti ostili all’Unione.
Ritrovarsi l’allodola e il martin pescatore sulle banconote che non bastano a fare il pieno di benzina potrebbe essere una beffa che si aggiunge al danno per chi vive nelle aree interne, gratificando solo chi vive nelle grandi città e guarda alla “natura” come a un poetico diversivo.
È proprio necessario cercare guai?
In conclusione, le banconote con Leonardo e Cervantes potrebbero indispettire qualche lussemburghese e qualche cipriota, ma a parte questo scontato (e speriamo breve) risentimento non produrrebbero altri effetti collaterali.
Quali emozioni susciterebbero e quali messaggi veicolerebbero è facile da prevedere.
Gli uccellini e i fiumi, all’apparenza innocui, hanno invece un potenziale enorme nel causare danni imprevedibili. Il loro messaggio potrebbe sfuggire di mano in modi che oggi non riusciamo neanche a immaginare.
Forse – dico forse – sarebbe più prudente far tacere per cinque minuti il complesso di colpa dell’uomo bianco, stampare banconote tradizionali con gli artisti e gli scienziati, sopportare qualche bestemmia in lituano e risparmiarsi guai peggiori per il futuro.







