Gli scarafaggi non si fanno più schiacciare. Gen Z indiana in rivolta contro Modi
A metà maggio un giudice della Corte Suprema indiana ha paragonato i giovani disoccupati a scarafaggi.
Loro hanno preso quella parola e ne hanno fatto un partito.
Da allora l’India vive la protesta giovanile più grande degli anni di Modi, con lacrimogeni, manganelli, uno sciopero della fame di ventisei giorni e persino Rahul Gandhi caricato su di un furgone della polizia.
Lo scarafaggio, per definizione, si schiaccia
C’è un motivo se lo scarafaggio è l’insetto che nell’immaginario collettivo lo si associa più di ogni altro all’idea di essere calpestato. Piccolo, infestante, ritenuto sporco, buono solo da eliminare con una scarpa o con una bomboletta di insetticida: nessuno pensa mai allo scarafaggio come a qualcosa che si possa ribellare.
È esattamente questa l’immagine che il presidente della Corte Suprema indiana, Surya Kant, ha scelto — forse senza calcolarne le conseguenze — per descrivere i giovani disoccupati del suo Paese. Il 15 maggio 2026, durante un’udienza su una questione di deontologia forense, ha usato queste parole: “Ci sono ragazzi come scarafaggi, che non trovano lavoro, non hanno un posto nella professione. Alcuni di loro diventano media, alcuni social media, attivisti per il diritto all’informazione e altri tipi di attivisti, e iniziano ad attaccare tutti.”
Una frase pronunciata “en passant”, in un’aula di tribunale, da uno dei magistrati più alti in grado dell’India. Il giorno successivo, un consulente di comunicazione politica di 33 anni, Abhijeet Dipke, ha aperto un profilo X con un nome semplice e tagliente: Cockroach Janta Party, il Partito del Popolo Scarafaggio. In poche settimane ha superato i venti milioni di follower.
Da satira a movimento nazionale
Il progetto nasce come pura ironia. Il sito del CJP lo dichiara apertamente: “Costruire un partito per i giovani che continuano ad essere chiamati pigri, dipendenti da internet e, da ultimo, scarafaggi. Tutto qui. Questa è la missione. Il resto è satira.”
I criteri di adesione, scritti con lo stesso tono, chiedono di essere disoccupati, pigri, sempre connessi e capaci di lamentarsi professionalmente.
Ma la satira ha incontrato una rabbia reale che aspettava solo un nome sotto cui radunarsi.
A maggio l’esame nazionale di ammissione alle facoltà di medicina, il NEET, era stato annullato dopo la scoperta di una fuga di notizie sul testo d’esame: circa due milioni di studenti coinvolti, mesi di preparazione vanificati, nessuna vera assunzione di responsabilità da parte del ministero dell’Istruzione.
È qui che lo scarafaggio allora smette di essere una battuta e diventa un simbolo politico.
I ragazzi accusati di essere parassiti della società — pigri, senza ambizioni, incapaci di trovare un posto nel mondo — sono anche quelli che si sono visti rubare, per l’ennesima volta, il proprio futuro da un sistema educativo che considerano corrotto dalla radice.
Da giugno, centinaia di manifestanti si sono accampati a Jantar Mantar, il luogo storicamente deputato alle proteste nella Delhi coloniale, chiedendo le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan.
Studenti, professionisti, famiglie con bambini piccoli. Il 28 giugno l’attivista Sonam Wangchuk — già arrestato in passato per le sue battaglie ambientaliste e sociali — ha iniziato uno sciopero della fame in solidarietà, portato avanti per ventisei giorni e conclusosi solo nella notte fra il 23 e il 24 luglio, quando un tribunale ha ordinato il suo trasferimento urgente in ospedale.
Da lì a poi, sarebbe passato poco più di un giorno prima che il ministro Pradhan gettasse la spugna, segnando la vittoria degli scarafaggi.
La repressione, e perché non ha funzionato
Il governo Modi ha risposto nel modo consueto: prima ignorando, poi reprimendo.
Il 20 luglio, quando decine di migliaia di sostenitori del movimento hanno marciato verso il Parlamento, la polizia di Delhi li ha respinti con i lacrimogeni e i lathi — i lunghi bastoni di bambù usati dalle forze dell’ordine indiane — ferendo, secondo il fondatore del CJP Dipke, circa 150 manifestanti.
Sono circolate anche accuse sull’uso di proiettili di gomma, respinte dalla polizia come “completamente false e fuorvianti”. Il giorno dopo, più di diecimila persone si sono radunate di nuovo nel sito della protesta, in un clima di tensione totale.
C’è però un dettaglio, un episodio che va raccontato. Martedì 21 luglio, Rahul Gandhi — leader dell’opposizione e presidente dell’Indian National Congress — insieme alla sorella Priyanka e ad altri esponenti del partito, ha guidato un sit-in davanti alla residenza del primo ministro per chiedere conto della violenza poliziesca del giorno prima. La polizia lo ha prelevato di peso, caricandolo su di un furgone insieme agli altri parlamentari detenuti, in un’immagine che ha fatto rapidamente il giro dei media nazionali ed internazionali. Gandhi ha scritto sui social che Modi deve dimettersi per “aver distrutto il futuro dei giovani indiani”, e in seguito lo ha definito il primo ministro “più anti-giovani” nella storia dell’India, aggiungendo: “Lanciare lacrimogeni sugli studenti e caricarli a manganellate non è democratico. Le loro richieste sono legittime. Il primo ministro dovrebbe accoglierle e agire.”
Rilasciato dopo alcune ore, Gandhi è tornato in piazza il giorno seguente, mercoledì, guidando i parlamentari dell’opposizione — molti vestiti di nero, con cartelli che chiedevano le dimissioni di Pradhan — dentro l’aula del Parlamento, dove le proteste hanno costretto a sospendere ripetutamente i lavori sia della Camera bassa che di quella alta.
Non è la prima volta che Gandhi viene fermato dalla polizia durante una manifestazione — era già accaduto nel 2022, durante una protesta sul caso National Herald — ma il fatto che accada proprio nel pieno della rivolta degli “scarafaggi” ha un peso simbolico particolare: il leader dell’opposizione trattato, nei fatti, come uno degli insetti da spazzare via dalla società.
Stremato, a pezzi nel corso delle proteste, Ghandi esordisce così: “Democracy in India is happening right now”.
Perché conta, oltre l’India
Quello che sta accadendo a Delhi in queste settimane merita attenzione anche fuori dal subcontinente indiano, e per almeno tre ragioni.
La prima è la più semplice: si tratta della sfida pubblica più seria che il governo di Narendra Modi abbia dovuto affrontare negli ultimi anni.
Dodici anni di governo del Bharatiya Janata Party (BJP), un partito nazionalista indù che molti giornalisti accusano da tempo di reprimere il dissenso e incarcerare gli oppositori politici, si trovano ora davanti a un movimento che non nasce da un partito tradizionale, non ha una leadership gerarchica riconoscibile, e proprio per questo è più difficile da “normalizzare”.
La disoccupazione giovanile resta ostinatamente alta nonostante la crescita economica record: è il cortocircuito che lo slogan “scarafaggi” ha reso visibile a milioni di persone in poche settimane.
La seconda ragione riguarda il metodo. Un giudice della più alta corte indiana ha usato una metafora disumanizzante per descrivere un’intera generazione, e quella stessa generazione ha trasformato l’insulto nella propria bandiera. È un meccanismo di resistenza culturale che si è visto in altri movimenti di protesta nel mondo — dalla “flotta dei pezzenti” nel ‘500 agli operai industriali chiamati “straccioni” — ma raramente con la stessa rapidità e capacità di penetrazione digitale: da poche centinaia di persone a venti milioni di follower in settimane.
La terza ragione è la più politica, ed è la stessa che rende inquietante l’immagine di Rahul Gandhi issato su di un furgone della polizia: quando la repressione colpisce indifferentemente studenti disarmati e il leader dell’opposizione parlamentare, il messaggio che arriva è che in India, oggi, il dissenso — qualunque sia la sua fonte, satirico o istituzionale — riceve la stessa risposta.
Ed è forse questo il punto più importante da capire da un continente libero come il nostro: quando anche chi siede regolarmente in Parlamento viene trattato come un insetto da schiacciare, la domanda su quanto sia davvero libero lo spazio del dissenso in una democrazia diventa legittima, urgente, e non più rinviabile.
In conclusione, parlando di insetti, lo scarafaggio è l’animale che sopravvive praticamente a tutto: resiste alla fame, alle radiazioni, ai tentativi più ostinati di eliminarlo, entra ovunque. Forse, al primo ministro indiano, cominciano a far davvero paura.








