“Sanguinare per l’Ucraina”: tanto rumore per 72 euro

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Yuri Brioschi
17/08/2026
Interessi

Esiste una branca del dibattito pubblico continentale che non cessa mai di affascinare chi, di mestiere, prova a maneggiare i numeri con una minima parvenza di rigore. È la finanza creativa della percezione pop: quella disciplina surreale secondo cui la gravità di una spesa pubblica non si calcola in base all’ammontare del saldo o alla sua sostenibilità macroeconomica, ma in base a quanto sia comodo adoperarla come spauracchio elettorale.

Negli ultimi quattro anni e mezzo, il tormentone che risuona con stucchevole regolarità nei salotti televisivi, nei comizi da bar e nelle bacheche dei social network si riassume in una formula quasi ipnotica: “Basta aiuti all’Ucraina. Pensiamo prima a noi italiani. Ci stiamo svenando.”

Ora, che la propaganda politica viva di iperboli è acclarato. Ma quando l’iperbole incontra un’ignoranza sesquipedale sui dati oggettivi, il risultato cessa di essere una rispettabile opinione soggettiva per diventare comicità .
O, per essere più precisi, una narrazione a tratti vomitevole che merita un’operazione di alfabetizzazione numerica elementare.

Agevoliamo dunque un piccolo “bignamino” contabile per i più duri di comprendonio. Non è una colpa ignorare i saldi di finanza pubblica. La colpa, semmai, è pretendere di pontificare con saccenza su argomenti che si ignorano del tutto.

La contabilità del caffè: quanto ci costa davvero Kyiv?


Per riportare la discussione sui binari della realtà, ci viene in soccorso il Kiel Institute for the World Economy, centro di ricerca tedesco che traccia con ammirevole precisione ogni singolo euro, dollaro o corona inviato a Kyiv sotto forma di supporto militare, finanziario o umanitario.

L’ultimo report del Kiel Institute copre l’arco temporale che va dal 24 gennaio 2022 al 30 aprile 2026. Quattro anni e mezzo di conflitto, emergenze e decisioni geopolitiche strategiche.

Ebbene, facendo la tara al contributo complessivo erogato dalla Repubblica Italiana e dividendolo per la popolazione residente, il risultato finale del nostro presunto salasso finanziario equivale a 72 euro a persona.
Avete letto bene.
Non 7.200 euro, non 720 euro. Settantadue euro in quattro anni e mezzo.

Se questa cifra spaventosa vi sembra insostenibile per le casse della terza economia dell’Eurozona, proviamo a scomporla ulteriormente con la calcolatrice. Parliamo di circa 16 euro all’anno, che si traducono in poco più di 1,30 euro al mese. In sostanza, il contributo con cui l’Italia partecipa al sostegno di un Paese invaso alle porte dell’Europa equivale, per ciascun cittadino, a circa un caffè al bar al mese.
Questo è l’immane sacrificio contabile per il quale ci staremmo “svenando”.
Questo è il presunto salasso che starebbe mettendo in ginocchio lo Stato sociale italiano, costringendoci a rinunciare alle nostre priorità nazionali.

La mappa dell’ipocrisia: il divario di quaranta volte


Se però allarghiamo lo sguardo oltre le nostre Alpi, la mappa elaborata dal Kiel Institute racconta una storia ancora più deprimente, che mette a nudo l’assoluta frammentazione politica e strategica del nostro continente.

Di fronte al medesimo quadro geopolitico e alla medesima minaccia alla sicurezza europea, l’Europa si è spaccata in due blocchi nettamente distinti.
Da un lato abbiamo l’alleanza Nordico-Baltica, ovvero il formato di cooperazione NB8 che riunisce i cinque Paesi nordici e le tre repubbliche baltiche. Dall’altro, le quattro maggiori economie dell’Unione Europea, vale a dire Germania, Francia, Italia e Spagna.

Il contrasto tra questi due mondi è quasi grottesco.
Prendiamo i due estremi dell’alleanza Atlantica: la Norvegia ha erogato la bellezza di 1.909 euro per cittadino, mentre la Spagna si è fermata ad appena 47 euro, segnando un divario di ben quaranta volte tra due Paesi membri della NATO.

Guardando le cifre del blocco Nordico-Baltico, i dati pro capite assumono la fisionomia di un vero impegno strategico.
La Danimarca si posiziona subito dietro la Norvegia con 1.838 euro pro capite, seguita dalla Svezia con 999 euro e dall’Estonia con 688 euro. Anche la Finlandia, la Lituania, la Lettonia e l’Islanda registrano contributi rilevanti, rispettivamente pari a 644, 549, 348 e 259 euro per residente.

Complessivamente, la spesa media pro capite dell’area NB8 sfiora i 904 euro a persona.
E i cosiddetti “Big” 4 dell’Unione Europea?
La spesa media combinata di Germania, che si attesta a 354 euro, Francia a 115 euro, Italia a 72 euro e Spagna a 47 euro, si ferma alla ridicola cifra di 147 euro a testa. Un sesto dello sforzo sostenuto dai Paesi del Nord.

Il paradosso raggiunge vette surreali quando si nota che ogni singolo Paese del blocco NB8 spende pro capite più della Francia, o che l’Estonia — una nazione di appena 1,4 milioni di abitanti con un PIL non certo paragonabile alle corazzate industriali dell’Ovest — ha garantito un contributo per cittadino pari a quasi il doppio di quello della Germania.

Di fronte a questo scenario, sostenere che le grandi economie europee stiano esaurendo le proprie risorse per sostenere l’Ucraina non è solo un falso contabile: è una palese provocazione diplomatica nei confronti dei nostri alleati del Nord e dell’Est.

72 euro contro 52.000 euro: il vero paradosso italiano


Ma la vera perla del dibattito nostrano emerge quando si confronta la psicosi collettiva dei 72 euro con la reale struttura del bilancio pubblico italiano.

È sufficiente richiamare un singolo, granitico dato di realtà per far crollare l’intero castello di carte della narrazione populista: oggi, ogni singolo cittadino italiano — dal neonato al novantenne — porta sulla propria gobba un debito pubblico pro capite che si aggira intorno ai 52.000 euro.

Un macigno generazionale accumulato in decenni di scelte fiscali scellerate, spesa corrente in deficit, bonus a pioggia e manovre elettorali approvate con sconcertante disinvoltura da quasi tutto l’arco costituzionale. Cifre da capogiro che nessuno sembra contestare con la medesima foga, entità contabili mostruose che vengono liquidate con un’alzata di spalle o accettate come un ineluttabile destino cinico e baro.

Ed è qui che la percezione economica italiana sfiora l’assurdo.

Siamo un Paese che convive serenamente (o nell’indifferenza generale) con 52.000 euro di debiti a testa accumulati per finanziare la Qualunque, ma che va regolarmente in ebollizione e grida allo scandalo per 72 euro in quattro anni e mezzo destinati alla stabilità geopolitica del proprio continente.

Fa impazzire questa schizofrenia contabile per cui i 52.000 euro sulla schiena sono un dettaglio trascurabile, mentre i 72 euro in 54 mesi sono il colpo di grazia che ci manda al fallimento. I 72 euro. Non i 52.000.

L’illusione delle risorse rubate


C’è poi il grande classico dell’obiezione da bar, il riflesso condizionato di chi, con finta sollecitudine sociale, dichiara: “Quei soldi dovremmo metterli nella sanità o nell’assistenza, invece di mandarli all’Ucraina”.

Demolire anche questo benaltrismo contabile richiede non più di trenta secondi. Il Fondo Sanitario Nazionale muove 143 miliardi di euro  e le casse dello Stato erogano annualmente circa 200 miliardi per varie forme di assistenza e welfare. Eppure ci ritroviamo con liste d’attesa interminabili, pronto soccorso al collasso e servizi pubblici che spesso fanno pietà.

Non vi viene per caso il vago dubbio che il problema non siano i risibili contributi inviati a Kyiv, ma il modo strutturalmente pessimo con cui ogni santo anno allochiamo e sprechiamo queste vagonate di miliardi nostrani?

La verità è un’altra. Il problema non è il saldo di bilancio, ma il fatto che l’Ucraina, a una certa parte politica e sociale, stia semplicemente sulle scatole.
E sta sulle scatole per ragioni che di economico non hanno assolutamente nulla.
Smettiamola con le ipocrisie: se l’Ucraina fosse stata invasa dalla Francia invece che dalla Russia, stiamo certi che oggi starebbe molto più simpatica a tanti paladini della spesa pubblica prima-gli-italiani.
Sensazione mia, eh.

La dura legge dei numeri


La matematica, per nostra fortuna, conserva la rozza abitudine di non piegarsi alle opinioni personali o alle convenienze di propaganda.

Possiamo discutere finché vogliamo di strategie geopolitiche, di diplomazia, di scelte di politica estera e di posizionamento internazionale. Sono dibattiti legittimi e doverosi in una democrazia matura. Ma quello che non è ammissibile, in un’analisi economica degna di questo nome, è inventarsi una realtà finanziaria che non esiste per soffiare sul fuoco del risentimento popolare.

L’Italia non si sta svenando per l’Ucraina. L’Italia sta erogando il minimo indispensabile, muovendosi a passo di lumaca in coda alle grandi economie occidentali e lasciando ai Paesi baltici e nordici l’onere di sostenere la sicurezza del continente.

I 72 euro in quattro anni e mezzo sono la fotografia esatta del nostro contributo: una spesa perfettamente sostenibile, marginale sul piano del bilancio e fin troppo modesta sul piano geopolitico.
Tutto il resto è propaganda per analfabeti funzionali. E i numeri, piaccia o no ai pifferai magici della spesa pubblica, dicono esattamente questo.