San Tommaso l’europeo e le ferite di chi vuole risorgere
Quest’anno il calendario ci ha consegnato una coincidenza che vale più di molti discorsi ecumenici. Per i cattolici, il 12 aprile è la Domenica della Misericordia, cioè la Seconda Domenica di Pasqua, quella del Vangelo di Tommaso; per molti ortodossi che seguono il calendario giuliano, lo stesso giorno è invece la Pasqua, il giorno in cui si proclama che Cristo è risorto.
Non è soltanto un incrocio liturgico. È quasi una domanda storica rivolta all’Europa e al mondo: come si rinasce senza cancellare il male attraversato?
La scena evangelica è nota, ma la sua potenza non finisce mai. Tommaso non è semplicemente il discepolo che dubita: è l’uomo che chiede alla fede di non diventare evasione, propaganda spirituale, consolazione a buon mercato.
E Cristo non risponde con un argomento. Risponde con il corpo.
Nel racconto di Giovanni, il Risorto mostra le mani e il fianco; nella tradizione della Domenica della Misericordia, la Chiesa lega proprio questo passo al cuore stesso del suo annuncio: la pace donata non nasce dalla rimozione del trauma, ma dal suo attraversamento.
Tommaso dalla grande arte all’attualità
Non a caso, una pagina vaticana dedicata a questa domenica ricorda che Giovanni Paolo II volle dare alla Seconda Domenica di Pasqua il nome di “Divine Mercy Sunday”, e un’altra meditazione di papa Francesco insiste sul fatto che dalle ferite di Gesù vengono pace, gioia e forza per la missione.
È per questo che, nella grande pittura senese, il centro di questa scena non è davvero Tommaso. È Cristo. Nella Maestà di Duccio di Buoninsegna, dipinta tra il 1308 e il 1311 per il Duomo di Siena, il Risorto non appare come colui che ha lasciato la croce dietro di sé una volta per tutte. Porta ancora in sé il segno della violenza subita.
Il Museo dell’Opera del Duomo ricorda che la Maestà fu concepita come una gigantesca pala visibile su entrambi i lati, con una ricchissima serie di scene sul retro: non un’immagine isolata, dunque, ma un’intera teologia dipinta della memoria, del dolore e della gloria.
Il dilemma umano: o ricordiamo senza perdonare, o perdoniamo senza ricordare
Qui si manifesta quello che, a nostro giudizio, resta il paradosso decisivo del cristianesimo, forse l’unico paradosso logico ed empatico che sia davvero all’altezza del paradosso reale del mondo.
L’uomo conosce più facilmente due strade opposte: o ricordare senza perdonare, oppure perdonare dimenticando.
La storia dei popoli, non meno delle biografie individuali, è quasi sempre inchiodata a questa alternativa.
Se la memoria resta intatta, spesso continua a bruciare come domanda di rivalsa. Se il perdono arriva, arriva talvolta al prezzo di una smemoratezza morale, di una diplomazia dell’oblio, di una pace costruita sul silenzio delle vittime. Il cristianesimo afferma invece qualcosa di quasi insopportabile: che possa esistere una memoria senza vendetta e un perdono senza menzogna.
Per questo la figura di Tommaso parla oggi anche all’Europa politica e culturale.
Un continente che ha conosciuto guerre civili, totalitarismi, Shoah, gulag, pulizie etniche e nazionalismi non può salvarsi né con il culto rancoroso della memoria né con un ecumenismo superficiale delle buone intenzioni.
Ha bisogno di un’altra grammatica morale: una grammatica in cui la verità non sia sacrificata alla riconciliazione, ma in cui la riconciliazione non sia più ostaggio della vendetta.
In questo senso, il Risorto con le ferite aperte è un’immagine radicalmente europea, perché ci dice che la civiltà non rinasce negando le sue fratture, ma assumendole senza lasciarsene governare per sempre.
Dio è morto?
Ed è qui che il Vangelo incontra, sorprendentemente, anche la parola laica.
Pensiamo a “Dio è morto” di Francesco Guccini, nella voce di Augusto Daolio e dei Nomadi. Vi troviamo sia la matrice nietzscheana dell’espressione, che non è per forza sinonimo di nichilismo, ma di amore della vita che sale dalla terra, sia il rovesciamento finale della canzone, dove all’annuncio della morte segue il motivo della possibile risurrezione; ricorda anche il clima di censura del tempo, quando il brano fu bloccato dalla RAI per presunta blasfemia, mentre Radio Vaticana lo trasmetteva.
È un dettaglio storico che oggi colpisce più di ieri: una canzone giudicata scandalosa perché osava dire che Dio è morto nelle idolatrie del consumo, della violenza e della falsità, e proprio per questo lasciava intravedere una rinascita possibile nella coscienza, nella responsabilità, nella speranza.
Il punto, allora, non è confondere fede e cultura laica, né sciogliere Oriente e Occidente cristiano in un generico sentimentalismo religioso. Il punto è riconoscere che esiste un luogo in cui queste tradizioni possono ancora parlarsi seriamente: il luogo delle ferite.
Le ferite personali, le ferite storiche, le ferite dei popoli.
Toccarle non significa compiacerle. Significa rifiutare sia la retorica del trauma eterno sia la falsificazione del “va tutto bene”. Significa capire che la pace non è amnesia e che la misericordia non è debolezza. È, al contrario, la forma più esigente della verità.
Forse, oggi, il cristianesimo continua a essere credibile soltanto se ricomincia da qui.
Non dalla forza, non dal prestigio, non dall’identità brandita come arma, ma dal coraggio di mostrare le ferite senza farne un alibi per odiare.
Il Risorto non torna dai suoi con una rivincita in mano. Torna con le piaghe.
E proprio così rende pensabile l’impensabile: che la memoria dell’ingiustizia e il perdono possano abitare insieme. Che la pace non sia una menzogna. Che, perfino dopo le guerre, la storia umana non sia condannata a ripetere soltanto sé stessa.








