San Francesco, l’Europa e la libertà del riso
Dal giullare che cantava Cristo nelle piazze al metodo scientifico di Occam, dalla satira di Giovenale al romanzo di Eco: perché la festa nazionale di San Francesco ci parla oggi di radici antiche, politica e futuro europeo.
Un ritorno che interroga, ma non deve dividere
Il 4 ottobre torna festa nazionale. Non mancano le polemiche: c’è chi grida al “ritorno del clericalismo”, chi nota l’irresponsabilità per l’ennesima giornata di lavoro sottratta al calendario (ai danni della produttività) e chi invece legge in questo gesto un segno politico forte. Forse sarebbe stato opportuno che la festa del Santo patrono d’Italia sostituisse sul calendario un’altra data “rossa” e non vi si aggiungesse. Detto questo, che piaccia o no, la scelta dello Stato italiano di celebrare San Francesco d’Assisi (1181/1182–1226) come Patrono d’Italia non è soltanto un atto religioso. È un richiamo a un patrimonio culturale che ha segnato la storia europea. Un patrimonio che oggi, nell’Europa attraversata da guerre e populismi, potrebbe diventare bussola e provocazione.
Il giullare che non intratteneva i potenti
Francesco si definiva “giullare di Dio”. E fedelmente allo spirito dell’antica satira di Giovenale sul panem et circenses, il suo era un giullare libero, non al servizio dei potenti ma della verità. Nei Fioretti troviamo una delle scene più sorprendenti della nostra letteratura spirituale:
“E andando per lo mondo, assai volte, come giullare di Dio, prendea un bastone da terra e facea atto di sonare viella; e cantava le lodi di Cristo in francese, e molto giulivamente movea li piedi, quasi ballando, e così facea in tutte le piazze e crocicchi delle città e castella; e per questo molti che non volevano udire predicazioni di frati, udendo tali giocunditadi di santo Francesco, correvano appresso a lui e perciò poi si convertivano”.
In questo gesto si incarna l’idea di un riso liberante, mai compiacente, mai ridotto a spettacolo per il potere. Perché non è vero, passando non a caso al laicissimo e compianto Jannacci, che «sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re».
Le Stimmate e la dignità del dolore
Nel 1224 Francesco ricevette le Stimmate a La Verna: segno sommo di partecipazione al mistero della Passione. Per secoli i cristiani si erano quasi vergognati del Cristo sofferente, preferendo raffigurarlo come Christus Triumphans, già rivestito e risorto anche sulla croce. La svolta arrivò nel Basso Medioevo con la cultura francescana: Giunta Pisano, Cimabue e soprattutto Giotto (1267–1337) osarono dipingere il Christus Patiens, nudo e ferito, restituendo dignità al dolore e trasformandolo in estetica della compassione. Non a caso la liturgia ancora oggi proclama: “Annuncio la Tua morte, Signore, proclamo la Tua resurrezione, nell’attesa della Tua venuta”. Tre pilastri: compassione, gioia e speranza. Francesco ha dato forma a questa triade, rendendola cultura visibile.
Occam e la scienza
Dalla stessa matrice nasce il pensiero di Guglielmo di Occam (1285–1349). Con il suo celebre “rasoio” ha dato al Medioevo una lezione di metodo che avrebbe alimentato la scienza moderna. Non è paradosso ma ricchezza: da un ordine religioso nato nella povertà evangelica scaturiscono insieme il canto e il metodo, la gioia e la ragione. Una lezione che oggi, nell’epoca delle fake news e della manipolazione tecnologica, resta bruciante.
Eco, Platone e Aristotele
Umberto Eco (1932–2016) raccolse tutto questo nel Nome della Rosa (1980). Il romanzo mette in scena il dibattito medievale sul riso, immaginando un manoscritto perduto della Poetica di Aristotele (384–322 a.C.) dedicato alla commedia. Platone (427–347 a.C.) diffidava dei poeti: “i poeti mentono”, scriveva, perché il teatro inganna i cittadini, portandoli a godere di ciò che nella vita provoca dolore, e a ridere di ciò che nella vita provoca solo vergogna. Aristotele, al contrario, aveva giustificato la tragedia con la teoria della catarsi, che nel donare bellezza al dolore altrimenti muto e caotico, gli dona anche dignità, ma non ci lasciò nulla sulla commedia.
Eco, ispirandosi anche all’eredità francescana, volle come colmare quella lacuna, riflettendo sulla giustificazione del comico come esperienza di libertà. Già nell’Ottocento tuttavia Dostoevskij nei Fratelli Karamazov ricordava anche lui che il primo miracolo del Cristo è quello della trasformazione di acqua in vino alle Nozze di Cana (Gv, 2, 1-11): dopo tanta grazia sarebbe assurdo immaginare un Cristo imbronciato che siede in un angolo. Così il cerchio si chiude: dal Medioevo francescano alla filosofia antica, fino alla narrativa contemporanea, il riso diventa chiave critica della nostra civiltà.
Il dialogo con il Sultano
Francesco, nel 1219, incontrò il Sultano Malik al-Kamil durante la quinta crociata. Un evento straordinario: non uno scontro, ma un dialogo. In tempi di muri e diffidenze reciproche, quell’incontro appare oggi profetico. Francesco non fu ingenuo: comprese che la fede autentica non si afferma con la forza, ma con il coraggio dell’ascolto. Da quel seme è nata l’idea moderna di ecumenismo e di dialogo interreligioso.
Il 4 ottobre e le sue coincidenze
La scelta del 4 ottobre è ricca di simboli. In quel giorno del 1957 l’Unione Sovietica lanciava lo Sputnik, aprendo l’era spaziale. Nell’ottobre del 1582, Papa Gregorio XIII introduceva il calendario gregoriano, superando quello giuliano. Due eventi che segnano, a secoli di distanza, l’incontro-scontro tra Oriente e Occidente, tra scienza e fede, tra tempi diversi. Oggi ricadono nello stesso giorno che celebra Francesco: non solo santo, ma simbolo di una civiltà capace di dialogare.
Ma queste coincidenze non ci parlano soltanto di scienza e di fede, di calendario e di spazio. Esse aprono anche a un dialogo con l’Oriente europeo. Non è un caso che circa seicento anni dopo Francesco, Dostoevskij abbia potuto scrivere nei Fratelli Karamazov – opera che contiene persino un riferimento al Poverello di Assisi, chiamato “Pater Seraphicus” attraverso le parole di padre Zosima – che «molto sulla terra ci è nascosto, ma in cambio ci viene concesso un senso segreto e intimo della nostra connessione vivente con un altro mondo». Qui, come già nel francescanesimo, la sofferenza e la gioia trovano una giustificazione celeste, un radicamento in una speranza che non è mai mera illusione, ma esperienza di comunione.
Il parallelismo non è forzato: se in Occidente il Medioevo francescano giunge a offrire dignità al dolore attraverso l’arte e la liturgia, in Oriente Dostoevskij reinterpreta questo stesso nucleo nella forma romanzesca, restituendo alla cultura europea un’eco di quella sapienza che non censura né il riso né la lacrima. Le coincidenze di date, dunque, diventano simbolo di un incontro possibile: Francesco e Dostoevskij, Assisi e Mosca, l’Italia e la Russia. Una trama che ricorda all’Europa contemporanea che il suo futuro passa anche attraverso il dialogo con l’Oriente.
Una provocazione per l’Europa
L’Europa è attraversata da divisioni, guerre e nazionalismi. Riscoprire San Francesco come festa nazionale è allora più di un rito religioso: è una provocazione politica. Ci ricorda che la nostra identità comune non nasce solo dai trattati economici, ma da una cultura che sa ridere e piangere, credere e dubitare, rappresentare il dolore e celebrarne la dignità. Un’Europa che dimentica questa radice rischia di diventare solo mercato; un’Europa che la riscopre può tornare comunità.
Il lascito di Francesco
L’eredità francescana, con la sua danza nelle piazze e con le Stimmate, con il rasoio di Occam e con il Cristo di Giotto, con il dialogo col Sultano e con il romanzo di Eco, ci consegna una lezione polemica e attualissima: la libertà delle lacrime e del riso è la condizione della dignità umana. E se oggi l’Italia celebra di nuovo la sua festa, è un invito all’Europa: non temere la satira, non censurare il dolore, ma trasformarli entrambi in forza di libertà e speranza.
* Stefano Maria Capilupi nasce a Roma il 6 dicembre 1973. Laureato in Storia dell’Europa Orientale presso l’Università di Roma La Sapienza, ha conseguito un PhD in Filosofia e uno in Slavistica. Autore di più di 130 pubblicazioni, fra cui – Il Tragico e la Speranza. Da Manzoni a Dostoevskij (Edizioni Lithos, Roma 2020). Per la Castelvecchi nel 2022 ha tradotto e commentato capitoli fondamentali de I Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij per il libro Il Poema del Grande Inquisitore. Fra Teodicea e Modernità. Docente presso l’Università di Cassino.









