Salvare il soldato Kusnetzov: Nordio potrebbe farlo, non lo farà

Carmelo Palma
25/08/2025
Poteri

È molto probabile che per l’ex agente dei servizi ucraini, Sehrii Kusnetzov, arrestato in Italia e accusato dagli inquirenti tedeschi del sabotaggio del gasdotto Nord Stream, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio avrà meno riguardi che per il macellaio libico Usama Almasri e per l’ingegnere dei pasdaran iraniani Mohammad Abedini, uno salvato dalla consegna alla Corte Penale internazionale per crimini contro l’umanità e l’altro dall’estradizione richiesta dalla giustizia americana per partecipazione ad organizzazione terroristica.
Per due esponenti di regimi criminali accusati di avere fatto strage di vite umane, il Ministro Nordio scelse di indossare prima i panni del difensore, sindacando la fondatezza delle accuse – il puntiglio con cui ripercorse in Parlamento il mandato di arresto della CPI per Almasri eccependo date e circostanze fu da vero principe del foro – e poi quello del “supergiudice” politico, procurando di fatto la scarcerazione per entrambi.
Lo fece in modo formalmente ineccepibile per Abedini, in base all’articolo 718 del codice di procedura penale, e in modo molto più discutibile nel caso di Almasri, rifiutando una collaborazione teoricamente obbligata con la CPI, in una procedura che non prevede una autorizzazione all’estradizione, come nel caso di misure cautelari disposte su mandato di Paesi esteri, ma la consegna dell’accusato a un Tribunale – la CPI – che non è affatto “terzo” o “straniero” rispetto all’Italia e al sistema giudiziario italiano.

I precedenti casi Almasri, Abedini e Uss

Su questo si fonda il procedimento avviato dal Tribunale dei ministri a proposito del caso Almasri, visto che in base alla disciplina prescritta dalla legge 20 dicembre 2012, n. 237 il Ministro non avrebbe potuto evitare di dare esecuzione alla richiesta di arresto e quindi ritardando gli atti di sua competenza, con l’obiettivo di determinare la scarcerazione di Almasri, avrebbe compiuto i reati sia di omissione di atti di ufficio sia di favoreggiamento personale.
C’è da immaginare che un qualche ruolo, se non altro omissivo, vi sia stato anche da parte dei servizi di sicurezza italiani, dipendenti direttamente da Palazzo Chigi, sulla “volatilizzazione” di Artem Uss, imprenditore russo arrestato in Italia il 17 ottobre 2022 all’aeroporto di Malpensa su mandato delle autorità statunitensi con l’accusa di contrabbando di tecnologie militari e di riciclaggio di denaro.
Appena la Corte d’Appello di Milano dispose per lui la detenzione domiciliare con braccialetto elettronico, in attesa della decisione sull’estradizione negli Stati Uniti, Uss riuscì a fuggire dai domiciliari.
La ragione per cui tutti questi casi si sono risolti a tarallucci e vino è ovviamente politica e non ha nulla a che fare con il latinorum sfoggiato nelle diverse occasioni dall’Azzeccagarbugli di Via Arenula.
Nel caso di Abedini, Almasri e Uss, si trattava di evitare le possibili ritorsioni di regimi criminali che avrebbero potuto rifarsi dell’affronto subito con gli interessi nei confronti di cittadini italiani, come fece capire benissimo l’Iran con l’arresto di Cecilia Sala.



Il caso Kusnetzov e l’ambiguità del Governo italiano

Nel caso di Sehrii Kusnetzov non ci si possono aspettare ritorsioni da parte del Governo di Kyiv, ma ci si dovrebbe aspettare un qualche scrupolo da parte del Governo italiano, considerando che l’atto di cui l’ex agente ucraino è accusato è un’azione del tutto legittima nei confronti dello stato aggressore, proprio perché è finalizzata a ridurre il suo potenziale militare, colpendo il suo fondamentale canale di finanziamento, e non a privare la popolazione civile russa o quella dei partner commerciali della Russia di beni indispensabili e non sostituibili per la popolazione civile.
Se l’accusa a Kusnetzov fosse fondata, questi meriterebbe un monumento da eroe della resistenza e della libertà a Kyiv, non meno che a Roma e Berlino, non un processo per la distruzione del simbolo della ignobile prostituzione tedesca e europea agli interessi e al potere del Cremlino.
Se il Governo italiano volesse inequivocabilmente chiarire da che parte sta in questo conflitto, il Ministro Nordio dovrebbe riconsegnare l’ex agente ucraino al suo paese e non alle autorità tedesche, da cui presumibilmente non avrebbe rimostranze più stizzite di quelle ricevute dagli Stati Uniti dopo i casi Uss e Abedini.
Ma ci rendiamo conto che sarebbe un messaggio troppo chiaro per un Governo che, complice un’opposizione campo-larghista letteralmente indecente sul dossier ucraino, preferisce continuare a muoversi sul filo dell’equivoco, dell’ipocrisia e della contraddizione, tra una Meloni para-volenterosa e un Salvini come al solito agli ordini del Cremlino e garante dell’appeasement putiniano dell’esecutivo.
Dovremmo salvare il soldato Kusnetzov, ma Nordio, che pure potrebbe (in base agli articoli 697, 708 e 718 del codice di procedura penale, rifiutando l’estradizione), non lo farà.