“Salvare i bambini ucraini rapiti è missione di una vita”, intervista a Mykola Kuleba

Marco Setaccioli
06/09/2025
Orizzonti

Dobbiamo riportare a casa i nostri figli”. Il tono di voce solitamente cordiale di Mykola Kuleba si fa più deciso quando riassume la missione di tutta una vita e persino il suo volto sereno e amichevole si trasforma, a sottolineare la solennità di un compito cui non intende rinunciare.

Dal 2014, anno in cui l’ha fondata insieme ad un gruppo di altri volontari, Kuleba dirige Save Ukraine, la più grande ong ucraina impegnata nel recupero e nel sostegno dei bambini e ragazzi rapiti dai russi o che vengono evacuati dalle zone di guerra o occupate, ma ha anche ricoperto fino al 2019 l’incarico di procuratore per i diritti dell’infanzia, collaborando con i presidenti Poroshenko e Zelensky.

Allora – racconta Kuleba – portavamo migliaia di bambini lontano dalle zone di guerra, salvandoli dal conflitto, perché sentivamo che era giusto. Ho quattro figli e pensavo a cosa avrei fatto se anche solo uno di loro fosse stato sotto continui bombardamenti col rischio di morire in qualsiasi momento. Sono stato anch’io in nelle zone di guerra e lì abbiamo salvato famiglie e bambini, li abbiamo tirati fuori dagli scantinati, dai rifugi antiaerei, dalle loro case, spesso riuscendo a raggiungerli dopo mesi, quando molti di loro avevano perso la speranza. Abbiamo agito senza pensarci troppo.

Dall’evacuazione di massa alla stabilizzazione della linea del fronte

Da allora, Save Ukraine, di strada ne ha fatta molta. La pionieristica associazione di coraggiosi volontari è diventata una vasta organizzazione con sedi in molte regioni del paese, centinaia di dipendenti e volontari. Il quartier generale, a Lukyanivka, nel centrale distretto Shevchenkivskyj, brulica di collaboratori impegnati a redigere pratiche amministrative, legali, tenere contatti con i vari centri, le istituzioni, i donatori internazionali. Nella sala riunioni si alternano di continuo troupe televisive e giornalisti delle testate di mezzo mondo, ormai da settimane, da quando cioè la ong, per bocca del suo presidente, aveva denunciato l’orrore del “catalogo online” di bambini ucraini rapiti, allestito dal Ministero dell’Educazione della sedicente Repubblica di Luhansk. Ma l’argomento, spiega ancora Kuleba, sembra in realtà essere tornato di attualità soprattutto dopo il vertice di ferragosto ad Anchorage, in Alaska, quando il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha consegnato al suo omologo russo una lettera di sua moglie Melania, proprio relativa ai bambini ucraini che si trovano in Russia. “Secondo noi è stato un segnale molto importante – commenta – come lo è il fatto che l’America sia ancora con noi. Anche se la lettera non parla esplicitamente di rapimenti, visto che si tratta pur sempre della moglie del Presidente e non compete a lei un’iniziativa politica in questo senso, ha comunque chiarito che è inaccettabile rubare bambini. Ora ci aspettiamo che Trump agisca di conseguenza e che faccia tutto il possibile per fermare Putin e la sua aggressione”.

Di certo c’è che le attività di Save Ukraine hanno subito, obtorto collo, una brusca accelerazione dal febbraio 2024, con l’inizio dell’invasione su vasta scala. “Ricordo – racconta – che abbiamo dovuto allestire all’improvviso diverse squadre di soccorso per portare al sicuro i bambini da collegi, orfanotrofi, talvolta decine insieme. Ci sono stati giorni in cui abbiamo salvato più di mille bambini, portandoli via da diverse zone di combattimento. È stata un’evacuazione di massa, avevamo molte squadre di soccorso al lavoro, abbiamo ancora più di 60 unità di trasporto di emergenza, inclusi autobus blindati. Oggi – aggiunge – non c’è più un’avanzata dell’esercito russo. La linea di contatto è più stabile, ma ogni giorno centinaia di bambini devono essere portati al sicuro. Per fortuna ora ci sono più organizzazioni impegnate nel salvataggio, ed è per questo che Save Ukraine si sta concentrando maggiormente sui più vulnerabili, cioè quelli che sono gravemente traumatizzati, spesso orfani i cui genitori sono stati uccisi, bambini che non possono farcela da soli”.

Sulle modalità con cui avvengono questi salvataggi Kuleba preferisce non fornire dettagli, perché, spiega, “in Russia considerano la nostra un’organizzazione terroristica che rapisce bambini sui loro territori, anche se si tratta di bambini ucraini, che non hanno nessuna intenzione di diventare russi”. Assicura comunque di avere a disposizione “tecnologie che consentono di individuare i bambini, tracciarli ed organizzare operazioni, che vanno però preparate caso per caso. Gli ostacoli sono molti, ma abbiamo imparato come farlo, abbiamo formato operatori che sanno come parlare con la famiglia o il bambino, stabilire un contatto con loro, convincerli che con noi saranno al sicuro. L’alternativa nei territori occupati, per un bambino è spesso quella di essere separato dalla famiglia, soprattutto se questa si oppone alla russificazione, e di essere portato in un collegio russo o affidato ad una famiglia russa. Solo in questi tre anni e mezzo abbiamo trovato e ci siamo presi cura di 800 bambini, di cui più di 160 erano orfani”.

Le nuove generazioni e il futuro dell’Ucraina

Kuleba racconta ancora che purtroppo di molti altri si sono invece perse le tracce. I rappresentanti russi in ogni contesto hanno ribadito di non avere alcuna intenzione di restituirli ed anzi le loro famiglie vengono minacciate, perquisite e controllate. In alcuni casi i soldati russi simulano l’uccisione di genitori davanti ai loro figli per intimidirli, li interrogano, sequestrano i loro telefoni per assicurarsi che non abbiano contatti con nessuno in Ucraina, in caso contrario i minori vengono sottratti, affidati a delle famiglie, i loro cognomi vengono cambiati e viene loro data, senza consenso, la cittadinanza russa. “È chiaro che lo scopo di azioni così brutali è duplice: cancellare la nostra identità e arginare a spese del nostro popolo la loro terribile crisi demografica. E ci stanno anche riuscendo, dal momento che nelle zone occupate in questo momento vivono 1,6 milioni di bambini ucraini”.

Cosa debbano affrontare nelle regioni attualmente sotto il controllo russo sono loro stessi a raccontarlo, appena ne hanno la possibilità. “Volendo essere diretti, possiamo dire che li stanno trasformando in bambini in soldati. Già dall’età di 12 anni vengono avviati ad un addestramento di tipo militare e talvolta inviati direttamente alle accademie militari, dove vengono preparati alla guerra. A 14-15 anni vengono abituati a vivere le condizioni di un campo militare, viene insegnato loro a scavare trincee, a distruggere carri armati, piazzare mine, pilotare droni e persino a prepararsi al lancio con il paracadute. A 18 anni saranno così pronti per la commissione di leva, che non è facoltativa. Se non ti presenti, arrivano i militari, ti ammanettano e ti portano con la forza nell’esercito. Abbiamo rimpatriato ragazzi di questo tipo, salvati da un futuro nell’esercito russo”.

Riportare i bambini e ragazzi in Ucraina è però solo una parte del lavoro e talvolta persino la meno complicata. “Ognuno di loro – continua il responsabile della ONG – arriva con traumi più o meno grandi. Si tratta di ragazzi che in alcuni casi sono stati chiusi in casa per anni, non hanno parlato con coetanei, non hanno potuto disegnare, sfogarsi o fare sport. Qualcuno ha addirittura perso l’uso della parola. È difficile da credere, ma facciamo persino fatica a far capire loro che esiste un modo di vivere che non sia sotto minaccia o con la costante paura di essere puniti o di subire abusi. Una realtà in cui ci si può fidare degli adulti e si può persino pensare al futuro, cosa che questi bambini non sono in grado di fare, tanto sono stati finora impegnati a dover sopravvivere ogni giorno nel presente. Nessun bambino dovrebbe vivere così”.

Per questo Save Ukraine si è col tempo evoluta ed adattata a queste esigenze, ha allestito una serie di centri, arruolato psicologi, esperti di psicomotricità, pedagoghi, logopedisti e sviluppato terapie specifiche per consentire a bambini e ragazzi, ma anche a famiglie di adulti in fuga, di affrontare i traumi della guerra e della vita sotto occupazione e permettere loro di avviarsi ad un percorso di piena integrazione nella società. “I nostri maggiori successi li vediamo quando i ragazzi che aiutiamo, appena raggiunti i 18 anni, vengono da noi e ci chiedono di poter aiutare a loro volta altri giovani come loro. Perché ne arrivano ogni giorno di nuovi. Questo vuol dire che anche le giovani generazioni di ucraini sono forti, solidali e resilienti ed hanno una grande sete di vita. Ognuno di loro sa, perché lo ha sperimentato sulla propria pelle, che si è più al sicuro in Ucraina, sotto i bombardamenti russi, che nelle zone occupate”.

Kuleba riconosce che c’è ancora molto da fare, soprattutto perché di migliaia di bambini si sono perse le tracce. Ci sono poi i casi limite, come quello del deputato Mironov, molto vicino a Vladimir Putin, la cui moglie ha arbitrariamente prelevato un bimbo di tre anni da un orfanotrofio di Kherson nel 2022, attribuendogli un nuovo cognome e tenendolo con sé come fosse un trofeo di guerra. “Questo caso lo si è scoperto grazie ad investigazioni mirate, ma di migliaia di altre situazioni come questa si sa poco o nulla”, racconta amareggiato. Di grande utilità è in questo senso il programma di tracciamento messo in piedi dalla Yale University, col quale Save Ukraine collabora stabilmente e che è riuscito a sopravvivere ai tagli imposti dall’Amministrazione Trump ai fondi USAID. Un taglio che ha colpito direttamente anche le casse della ONG. “Attualmente – precisa – i nostri maggiori finanziatori sono la Germania, i Paesi Bassi ed alcuni donatori privati statunitensi. Ovviamente ogni altro aiuto è ben accetto, perché più riusciremo a rafforzare le nostre attività, più alto sarà il numero di bambini che riusciremo ad aiutare”.

Quasi scontato chiedere a Kuleba come la comunità internazionale possa dare un contributo per alleviare questa tragedia. “Il primo passo è la consapevolezza. È necessario che tutti capiscano che rapire bambini è un crimine. E che capiscano quanto importante sia il lavoro che Save Ukraine sta svolgendo oggi per salvarli. È fondamentale che se ne parli, che si mantenga alta l’attenzione e che si raccontino le cose come stanno. Per parte nostra continueremo a dire la verità su cosa sta accadendo esattamente e cioè che l’aggressione militare di Putin sta uccidendo i bambini, decine di migliaia sono stati rapiti, e oltre un milione e mezzo di loro è finito sotto occupazione. Va contrastata in ogni modo la narrazione dei media russi, secondo cui sono stati i ragazzi e le loro famiglie a chiedere la cittadinanza: abbiamo raccolto centinaia di testimonianze sulle minacce fatte dalle autorità a chiunque non accettasse di diventare russo. Sono già 41, tra i quali c’è anche l’Italia, i paesi che hanno aderito al programma Bring Kids Back UA, voluto dal Presidente Zelensky. Ma è necessario esercitare il massimo della pressione sulla Russia perché fornisca informazioni su dove si trovano i nostri bambini e li restituisca. Si tratta di bambini ucraini che meritano di vivere liberi nel loro paese e non di trascorrere la loro infanzia o adolescenza nel terrore, sotto l’oppressione di un regime, che viene imposto loro con la forza”.