Il saccheggio invisibile: perché il Venezuela è(ra?) una colonia russa e cinese
Mentre nelle prime settimane del 2026 le cronache internazionali si riempiono di retorica anti-imperialista contro le manovre americane a Caracas, si consuma un’ipocrisia intellettuale che ignora i fatti degli ultimi quindici anni. Gridare allo “scippo del petrolio” da parte degli Stati Uniti è una narrazione comoda, ma profondamente falsa: il Venezuela non ha bisogno di essere conquistato per essere sfruttato. È già stato svenduto, pezzo dopo pezzo, dal regime di Nicolás Maduro ai suoi veri padroni geopolitici: Cina e Russia.
La cronaca di un suicidio economico: dalle nazionalizzazioni al baratro
Il collasso venezuelano non è figlio del destino, ma di una sequenza di decisioni politiche deliberate. La cronistoria del regime di Maduro (e del suo predecessore Chávez) è un manuale su come distruggere la nazione più ricca del continente.
- 2003-2010: L’epurazione della competenza. Tutto inizia con il licenziamento di massa di oltre 18.000 tecnici e dirigenti della PDVSA (la compagnia petrolifera statale) colpevoli di non essere allineati politicamente. Al loro posto sono stati inseriti militari e fedelissimi senza alcuna esperienza nel settore energetico. È qui che le riserve di petrolio hanno smesso di essere una risorsa per diventare una mangiatoia.
- 2013-2016: L’era degli espropri. Con l’ascesa di Maduro, lo Stato ha iniziato a requisire migliaia di imprese private, dalle industrie alimentari alle aziende di logistica. Risultato? La produzione nazionale è azzerata, trasformando il Venezuela in un Paese che deve importare tutto, persino la benzina che dovrebbe produrre.
- 2017: La militarizzazione delle risorse. Di fronte al calo dei prezzi del petrolio, Maduro ha affidato la gestione della PDVSA direttamente ai vertici delle Forze Armate. Non per efficienza, ma per garantire ai generali una fetta della torta e assicurarsene la fedeltà. In questo periodo, la corruzione ha smesso di essere un effetto collaterale ed è diventata il sistema operativo dello Stato.
- 2018-2022: L’iperinflazione e l’oro illegale. Mentre il bolívar perdeva zeri (fino a raggiungere inflazioni record del 1.000.000%), il regime ha spostato lo sguardo verso sud, creando l’Arco Minero. È l’inizio del saccheggio predatorio dell’oro per finanziare i gruppi paramilitari e aggirare i circuiti internazionali.
Mentre la cronaca interna racconta di infrastrutture che marciano verso la ruggine, la retorica ufficiale continua a parlare di sanzioni come unica causa del male. Ma la verità è scritta nei numeri…
Il mito della sovranità e la realtà del debito
Si parla spesso delle sanzioni come unica causa del male, ma la verità è scritta nei numeri della produzione. Il Venezuela siede su un tesoro incalcolabile: circa 303 miliardi di barili di petrolio, la riserva accertata più grande del pianeta, superiore persino a quella saudita. Eppure, all’inizio del 2026, la produzione arranca intorno a 1,1 milioni di barili al giorno, un lontano ricordo dei 3 milioni raggiunti prima dell’era Maduro.
Dov’è finito questo fiume di ricchezza?
Non nelle tasche dei venezuelani, ma in quelle dei creditori orientali. Pechino ha iniettato oltre 60 miliardi di dollari nel Paese, non per spirito di solidarietà socialista, ma attraverso un cinico schema di “prestiti in cambio di petrolio”. Per anni, milioni di barili sono stati spediti in Asia al solo scopo di ripagare gli interessi di debiti contratti da un regime corrotto. Il Venezuela oggi non è “libero”: è un’ipoteca energetica nelle mani della Cina.

Gas e oro: il bancomat del regime
Il paradosso si estende al gas naturale. Con circa 200 trilioni di piedi cubi di riserve (le settime al mondo), il Venezuela potrebbe essere un attore chiave nello scacchiere energetico globale. Invece, mentre il regime accusa l’Occidente di voler rubare le risorse, ha permesso che i giganti russi come Rosneft prendessero il controllo strategico dei giacimenti, riducendo la compagnia di bandiera PDVSA a una scatola vuota gestita da Mosca per i propri fini geopolitici.
Ancora più oscuro è il capitolo dell’oro. Le riserve ufficiali della Banca Centrale, ridotte a circa 140-150 tonnellate, sono state usate come un bancomat d’emergenza per bypassare i circuiti finanziari internazionali. Ma il vero scempio avviene nell’Arco Minero dell’Orinoco. In questa enorme area di 112.000 km^2, il regime ha autorizzato un ecocidio senza precedenti: miniere illegali gestite da gang e paramilitari estraggono oro avvelenando i fiumi con il mercurio e distruggendo la foresta amazzonica. Chi oggi punta il dito contro Washington, dove è stato mentre il regime trasformava il polmone verde del mondo in una discarica di fango e sangue per finanziare la propria sopravvivenza?
La corruzione come vera arma di distruzione
Il collasso del Venezuela non è iniziato con le sanzioni del 2019, ma molto prima, quando la cosiddetta “Boliborghesia” ha iniziato a drenare miliardi di dollari verso conti off-shore, lasciando le infrastrutture petrolifere a marcire per mancanza di manutenzione. L’attuale situazione di tensione con gli Stati Uniti è certamente un evento geopolitico complesso, ma dipingerlo come il “primo atto di sfruttamento” è una distorsione storica.
Il Venezuela è stato ridotto alla fame da chi, in nome del popolo, ha consegnato le chiavi delle casseforti a potenze straniere e mafie locali. La vera domanda non è se gli USA vogliano il petrolio venezuelano, ma quanto ne sia rimasto dopo il sistematico saccheggio operato dal regime e dai suoi complici internazionali.
La posta in gioco: dalla sopravvivenza alla ricostruzione
Ma cosa cambierebbe concretamente per il cittadino comune se questa emorragia di risorse venisse finalmente fermata? La differenza tra il saccheggio attuale e una gestione trasparente non è una questione di teoria economica, ma di dignità quotidiana. Se i proventi delle immense riserve del Paese non servissero più a rimpinguare i conti dei gerarchi o a pagare i debiti a Pechino, il Venezuela potrebbe finanziare una ricostruzione senza precedenti.
Significherebbe ripristinare una rete elettrica ormai al collasso, garantire acqua potabile e, soprattutto, fermare l’inflazione galoppante che ha polverizzato i risparmi di una nazione. Il ritorno a un controllo legale e trasparente, supportato da investimenti internazionali monitorati, trasformerebbe il petrolio e l’oro da “maledizioni” per alimentare regimi in motori di benessere sociale.
Solo allora il venezuelano smetterebbe di essere un profugo seduto su una miniera d’oro e tornerebbe a essere il legittimo proprietario di un futuro che gli è stato scippato, con la complicità di chi, ancora oggi, finge di non vedere i veri colpevoli.
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