La Russia, l’Ucraina e la guerra negata. Che è già “qui”, non solo “lì”
Il tono delle polemiche e delle dispute circa il concerto “proibito” di Valerij Gergiev a Caserta e poi di Alexander Romanovsky a Bologna illumina due fenomeni del tutto diversi.
Il primo è lo scandalismo degli scherani di Mosca, pronti a qualificare come “discriminazione russofobica” (qualunque cosa significhi) il bando agli agenti del Cremlino, che provano a esportare le narrative della miserabile grandeur putiniana attraverso la grandezza della cultura musicale russa.
E chissà mai che non si provi presto l’operazione anche con la grandezza letteraria, con qualche fenomeno indigeno, mica Paolo Nori. Čajkovskij e Dostoevskij ridotti a cavalli dei Troia della Russia terrorista. What else?
Il secondo fenomeno è invece il sincero imbarazzo dei liberali da tempi di pace, i quali pensano che impedire al complice di un assassino di dare sfoggio del proprio talento artistico e, a latere, della propria complicità nel delitto (senza neppure bisogno di esprimerla, solo agitando una bacchetta o sfiorando i tasti di un pianoforte), sia una colpa inemendabile per i “tolleranti” (dimentichi di Popper), non una doverosa e legittima difesa dalla guerra ibrida, che usa appunto non la forza dell’aggressore, ma la debolezza e le contraddizioni degli aggrediti per entrare nelle loro fila e confonderne le teste e i cuori.
Davvero vogliamo discutere di quanto sia intollerabile accogliere la presenza – anche la semplice presenza – di chi giustifica la strage degli ucraini dirigendo impareggiabilmente i violini dello Stato stragista?
Davvero riusciamo a sentire solo la musica e non il sottofondo della propaganda?
Il primo fenomeno – titolo: “Ha ragione Putin” – riguarda i nemici della patria nazionale e di quella europea ed è il più semplice da classificare e anche da contrastare – posto che se ne trovino le forze – perché non c’è alcun equivoco su chi stia dalla parte di chi e per quale ragione.
Con Vannacci si può vincere o si può perdere, ma i confini tra chi sta con lui o contro di lui non sono incerti né ambigui. Lì è chiara la frontiera della guerra. Lui sta, come Gergiev e Romanovsky, con la Russia e contro l’Ucraina (e contro il Paese che rappresenta al Parlamento europeo).
Il secondo fenomeno – titolo: “Non esageriamo” – è invece qualcosa di molto più pericoloso e sfuggente: è la tragedia e l’alienazione dell’Europa e dell’Occidente, che non si capacitano del livello dello scontro globale aperto dall’aggressione russa all’Ucraina e pensano di relativizzarla per non ammettere fino in fondo la sfida esistenziale che questa comporta anche per Paesi europei molto lontani (finora) dalla frontiera della guerra.
Il pericolo che corriamo è esattamente di pensarci (ancora) indenni rispetto a quello che sta succedendo tra Sumy e Lviv e sufficientemente riparati dagli effetti collaterali della carneficina. Una carneficina che invece ci riguarda tutti, non solo perché gli ucraini stanno pagando la volontà di essere europei, ma anche perché l’esserlo, non solo per gli ucraini, è diventato il peccato originale che l’inedita, incredibile e ignobile alleanza russo-americana pensa di dovere fare espiare a tutti i Paesi tra l’Atlantico e i confini del presunto “Russkiy Mir”.
La guerra è già qui, facciamocene una ragione.








