Russia, gennaio 2026: la stretta della repressione e le fenditure di luce

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Anonimo Russo
28/01/2026
Appunti di Viaggio

Il primo dato strutturale, quello che negli ultimi giorni torna come un ronzio fisso dietro ogni notizia, è l’aumento quantitativo e qualitativo della repressione: il database collegato a Memorial (Rights in Russia) registra nel 2025 una crescita forte delle persone private della libertà per motivi politici, da 2.662 a 4.884 in un solo anno, e l’elenco dei “prigionieri politici” passa da 803 a 1.268.

Insieme a questo cresce il peso delle accuse più gravi, perché circa il 45% delle nuove persecuzioni politiche usa norme “antiterrorismo” e circa il 27% norme sul “tradimento”.

Lo spostamento è decisivo: non si tratta più solo di sanzionare opinioni, ma di trasformare l’opposizione — anche minima — in una minaccia esistenziale allo Stato.
È un salto di paradigma: se tu sei “terrorista” o “traditore”, non sei un cittadino da contestare; sei un nemico da neutralizzare.

Questo spiega l’allungamento delle pene, l’uso più frequente della custodia cautelare, la pressione sulle famiglie, ma anche un tratto più moderno e più subdolo: la repressione contemporanea si regge sulla selezione del visibile, sul far sparire i casi “inermi” e lasciare in vista solo quelli utili alla narrazione del potere. Da qui l’importanza di annotare non solo i casi celebri, ma anche quelli apparentemente marginali: è lì che si vede la struttura.

Per paradosso, una delle faglie dove la società torna a “dire di sé” è l’ecologia, proprio perché è insieme quotidiana e politica: aria, acqua, verde urbano, territorio. L’8 gennaio si apre una geografia di ecoproteste che corre da Kaliningrad a Čeljabinsk e oltre, mentre anche l’istituto di sondaggi VCIOM ammette quanto siano diffusi i problemi ambientali percepiti.

L’agenda ecologica resta tra le più “protestatarie”: in tre anni sono state registrate almeno 4.738 azioni ecologiche, e l’inizio del 2026 conferma la crescita. Kaliningrad: meeting autorizzato contro la riduzione delle aree verdi, l’edificazione “a macchia” e lo smantellamento della rete tranviaria, con invito esplicito al governatore Aleksej Besprozvannych e una domanda implicita che pesa più di qualsiasi slogan: avrà il coraggio di presentarsi?

Čeljabinsk: petizione con 5.714 firme contro la costruzione sulla base sciistica vicino all’ecoparco “Severo-Zapadnyj”, i “polmoni della città” in un contesto ecologico già critico.

E poi il Bajkal: oltre 117.000 firme contro i tagli a raso; la raccolta continua anche dopo la firma presidenziale, con entrata in vigore dal 1 marzo 2026, e a Irkutsk alcune centinaia di persone chiedono di rivedere la legge.

In parallelo, oltre 19.000 firme contro un disegno di legge che consentirebbe espropri di terre in aree protette e modifica dei confini delle OOPT (territori naturali particolarmente protetti) per “oggetti di rilevanza statale”, con costruzioni ammesse “per la difesa” e “per lo sviluppo socio-economico” e decisioni affidate a una commissione di funzionari senza ascoltare scienziati ed ecologi.
Anche qui, la politica riappare in forma elementare: non ideologia, ma sopravvivenza dei luoghi.

Nel frattempo, la censura non è più soltanto la proibizione di un contenuto: diventa manipolazione dell’ambiente, addestramento alla perdita. Il 12 gennaio emerge un dato che sembra tecnico e invece racconta una filosofia del potere: nel 2025 le interruzioni delle comunicazioni sono diventate strumento centrale di pressione sulla società; in un anno oltre 37.000 ore di blocchi, record assoluto.

Non è più soltanto “non puoi leggere”: è “non puoi connetterti”, e soprattutto “abituati a non contare sul segnale”, come ci si abitua a un diritto intermittente.
A questa linea si aggiunge la stretta sugli strumenti di fuga: il 22 gennaio il Roskomnadzor accelera la guerra contro i VPN (439 servizi bloccati dall’inizio del mese, nuovi protocolli chiusi), e tuttavia l’uso cresce: scena tipica di questa epoca, dove chi comanda stringe e chi vive inventa scarti laterali per respirare.

La stessa logica si vede nella cultura: quando il potere non può “convincere”, chiude.
Il 13 gennaio la casa editrice Popcorn Books annuncia la chiusura: fondata nel 2018, passata nel 2023 sotto il controllo del gruppo Eksmo, finisce schiacciata dopo la legge contro la cosiddetta “propaganda LGBT” e, nel 2025, dopo procedimenti contro dipendenti per “organizzazione dell’attività di un’organizzazione estremista”, fino all’inserimento nella lista di “terroristi ed estremisti”.

Nell’addio ringraziano autori e lettori e lasciano una frase che suona come epitaffio: se i libri resteranno “sullo scaffale, nella memoria o nel cuore”, allora non è stato inutile.

Il giorno dopo, 14 gennaio, partono procedimenti per “propaganda LGBT” anche contro top manager di grandi piattaforme di cinema online (Kinopoisk, Ivi, Wink, Amediateka). E nello stesso giorno compare un’altra linea di faglia: nel 2025 la Russia registra il massimo di reati gravi e particolarmente gravi degli ultimi 15 anni (627,9 mila), mentre il totale dei reati registrati diminuisce. Meno reati complessivi, più reati pesanti: una società che si irrigidisce, e un potere che prova a tenere liscia la superficie mentre dentro aumenta la frizione.

Contro questa corrente, il 15 gennaio affiora un gesto opposto, fragile ma reale: la raccolta di Capodanno del fondo “Ty ne odin” (“Non sei solo”), creato da FBK con Meduza, Mediazona, Dožd’ e Služba podderžki, supera i tre milioni di rubli.
Richieste concrete di prigionieri politici e famiglie (medicine, vestiti caldi, ricariche dei conti carcerari, aiuto per i colloqui), e una logica dichiarata che dice molto: non solo soldi, ma segno di solidarietà; ricordare a chi è dietro le sbarre che non è stato cancellato.

Il 16 gennaio, poi, viene ufficialmente chiusa la colonia penale n. 2 di Pokrov (IK-2), dove era stato detenuto Aleksej Naval’nyj: detenuti trasferiti, destino degli edifici rimandato, come se anche i luoghi dovessero essere riscritti.

Dal 21 gennaio lo spazio si restringe ancora. Il movimento ceceno NIYSO (“Giustizia”) viene riconosciuto “estremista” e inserito nei registri di Rosfinmonitoring; nato nell’agosto 2022 e noto per un canale Telegram, si definisce “resistenza informativa” e pubblica informazioni su rapimenti, violazioni dei diritti umani e mobilitazione forzata in Cecenia.

La pressione, secondo le fonti riportate, colpisce anche i parenti degli amministratori, con confische, deportazioni e perfino rapimenti di familiari usati come leva. Sempre il 21 gennaio il senatore Artëm Šejkin conferma misure restrittive contro Telegram, e Roskomnadzor ammette una strategia “a fasi”: prima tagliare chiamate audio/video, poi rallentare i media, sempre con la giustificazione di “prevenire crimini”.

Nello stesso giorno, a SPbGU, si inaugura un busto a Il’gam Ragimov, compagno di corso di Putin e “dottore honoris causa”; sullo sfondo tornano i nomi della rete universitaria e di potere, come promemoria di come in Russia spesso la carriera accademica e la prossimità al centro si tocchino.

E come se non bastasse, emergono annunci di reclutamento per “contratti” tramite falsi posti vacanti: promettono la guardia alla inesistente “Luganskaja AES” (una centrale nucleare di Lugansk che non esiste), e poi ti dicono che servirai dove “dice la patria”. È la trappola linguistica del contratto: firmi per un luogo immaginario e poi il luogo reale non conta più.

Nel frattempo, la normalizzazione della guerra entra nella scuola come routine amministrativa. Sempre il 21 gennaio si documenta l’equipaggiamento per OBZR (Osnovy bezopasnosti i zaščity Rodiny, fondamenti di sicurezza e difesa della patria): kit per assemblare droni, simulatori di volo, “aerogare”, e insieme modelli di AK e pistola Makarov, granate da addestramento, radio militari, visori notturni, manichini per rianimazione, maschere antigas, mini-laboratori per ricognizione radiologico-chimica. Qui la propaganda non è un poster: è l’oggetto, la mano che impara, l’abitudine incorporata.

Dentro la stessa settimana, il 23 gennaio la Procura generale dichiara “indesiderabile” la kriptobirža (criptoborsa) WhiteBit, fondata nel 2018 da Vladimir Nosov, accusandola di “schemi grigi” e di finanziamento dell’esercito ucraino (con riferimenti anche a United24 e al battaglione “Azov” nelle accuse). Ma nello stesso giorno emerge anche un’altra mossa, apparentemente amministrativa e in realtà politica: il MID (Ministerstvo inostrannych del) prepara un progetto per obbligare i russi all’estero a notificare ai consolati seconda cittadinanza o VNŽ (permesso di soggiorno) entro 60 giorni, con sanzioni fino a 200.000 rubli o lavori obbligatori fino a 400 ore; entra inoltre una nuova definizione di “cittadino stabilmente all’estero” (più di sei mesi fuori e basi legali per vivere), e i giuristi notano il rischio che la norma tocchi anche i rifugiati politici, che il diritto internazionale non dovrebbe costringere a contatti con lo Stato d’origine; l’entrata in vigore, se approvata, sarebbe il 1 gennaio 2028.

In parallelo, il 24 gennaio torna a circolare l’idea di un internet “con passaporto”: il deputato Andrej Svincov insiste contro l’anonimato e parla di un “internet onesto, pulito e legale”, con eliminazione di account anonimi e identificazione dietro ogni post; l’argomento ufficiale è truffe, bullismo, estorsioni, ma l’esito pratico è più lineare: trasformare la parola in un dossier utile a chi annienta, prima ancora che sia una frase.

Sul piano geopolitico, il 25 gennaio arrivano notizie di negoziati trilaterali ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti: la portavoce della delegazione ucraina di Rustem Umerov, Diana Davitjan, conferma la fine dei colloqui; la delegazione russa, guidata da Igor’ Kostjukov, capo della Direzione principale dello Stato Maggiore, rientra in hotel; i risultati non vengono resi noti e, secondo fonti, la questione dei territori resta la più difficile. Anche il solo fatto che si parli, dopo anni di morte, entra nel diario come entra una luce bassa in una stanza fredda.

E tuttavia, dentro questa settimana di chiusure, il punto che resta addosso è un gesto minuscolo e insieme enorme, perché spezza la grammatica della paura. L’attore teatrale e cinematografico Vadim Dzjuba ha parlato nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca di repressione e prigionieri politici. L’evento, dedicato al 130° anniversario della nascita di Sergej Esenin, si è svolto lo scorso autunno, ma i media se ne sono accorti solo di recente.

Dzjuba ha annunciato dal palco di voler parlare “di un concetto e di un sentimento così dimenticati come la misericordia”. L’attore ha definito i suoi poeti preferiti Esenin, Blok, Gumilëv e Mandel’štam “Sofferenti con la “S” maiuscola e ha affermato che gli hanno insegnato “a non ignorare l’ingiustizia a testa bassa per la vergogna”.

Il discorso dell’attore è stato accolto con un applauso dal pubblico. “Il fatto è che oggi alcuni poeti, musicisti, drammaturghi, medici, insegnanti e giornalisti sono in prigione. Ma non hanno fatto nulla di male. Probabilmente li conoscete tutti. Tra loro ci sono la mia collega e poetessa, la regista Evgenja Berkovič, la drammaturga Svetlana Petrijčuk *applausi dal pubblico*, la pediatra Nadežda Bujanova, l’ingegnere Igor Baryšnikov, la giornalista Maria Ponomarenko e il deputato comunale Aleksej Gorinov”, ha detto Dzjuba.

L’attore ha anche nominato i prigionieri politici morti in custodia: il musicista e scrittore Pavel Kušnir e la giornalista Viktoria Roščina. “E oggi, in questo tempo vile di informatori e denunce, dove se non qui, nella sala della Cattedrale di Cristo Salvatore, possiamo ricordare il versetto del Vangelo: ‘Misericordia voglio, non sacrificio?'”, ha concluso il suo discorso.

Dzjuba ha dichiarato alla rivista “Agentstvo” di aver deciso di parlare perché era “ostaggio della propria coscienza”. L’attore ha affermato di non avere alcuna intenzione di lasciare il Paese, ma ha descritto il suo discorso come forse il suo ultimo.