La Russia che il potere teme: canzoni, fiori, parole

loginova navalny russia
Anonimo russo
04/12/2025
Frontiere

Ci sono giorni in cui la Russia sembra oscillare come un pendolo tra memoria e presente, tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati. Dal 16 febbraio 2024, quando scrissi le prime righe sulla morte di Navalnyj, ho l’impressione di vivere in un’unica, lunga giornata senza alba, interrotta soltanto da lampi di dignità, come se un popolo intero respirasse a metà.

Ottobre e novembre di quest’anno hanno però mostrato che la memoria, quando torna a bussare, può cambiare perfino il presente. È accaduto il 30 ottobre, Giorno della Memoria delle Vittime della Repressione Politica. A San Pietroburgo, attorno al Sasso delle Solovki, giovani, anziani, deputati dell’opposizione e diplomatici stranieri hanno deposto fiori in silenzio.

L’atmosfera era spessa, come ai funerali di Navalnyj: nessuno parlava, ma tutti sapevano di essere osservati. Eppure continuano a farlo, ogni anno. La memoria del 30 ottobre non è un rito innocuo: è un contrappeso alla propaganda quotidiana, e forse per questo il potere teme perfino i nomi scritti su un cartellino.

Ordinaria repressione

Nello stesso tempo, la repressione continua a insinuarsi nella vita quotidiana. A Perm’, un ragazzo rischia un procedimento amministrativo se canta una canzone di un artista dichiarato “agente straniero”. Al prestigioso Istituto musicale “Rimskij-Korsakov” di San Pietroburgo una circolare avverte gli studenti delle conseguenze del «pubblico utilizzo di musiche appartenenti ad artisti riconosciuti come agenti stranieri»: un linguaggio burocratico gelido, con un messaggio chiarissimo – non c’è spazio per l’imprevisto, né per la libertà culturale.

E mentre nei conservatori si controlla la musica, nelle scuole della provincia si introducono corsi di “Semjevedenie”, una materia extracurricolare ma di fatto obbligatoria, basata su manuali redatti da sacerdoti ortodossi. «Ogni sposa nasce per il suo sposo», «La purezza prematrimoniale è la base della Russia forte»: a tredici anni si impara che la maternità è un destino nazionale. Lezioni con immagini di embrioni, aborto presentato come “crimine contro la patria”, perfino nei casi di stupro. È biopolitica vecchio stile, pedagogia dell’obbedienza travestita da “valori tradizionali”.

Nel frattempo le regioni di frontiera, come Belgorod, crollano sotto colpi quotidiani: blackout, case distrutte, paura costante. Quando alcuni attivisti chiedono al cantante-patriota Šaman di devolvere parte dei suoi guadagni all’acquisto di generatori per la popolazione, i commenti vengono cancellati. La sofferenza reale del Paese deve restare invisibile per non disturbare il racconto dell’unità nazionale.

Il canale OVD-Info continua a pubblicare i suoi report: nuovi arresti, nuove udienze, nuove accuse di “estremismo”, “terrorismo”, “fake”. Dietro ognuna, una persona che ha postato una frase, un’immagine, una poesia. Mediazona, con il progetto “Politzeki”, offre ritratti brevi di uomini e donne che passano mesi di isolamento per una parola di troppo, mentre il “Primo Otdel” spiega la differenza tra “political prisoner” e “prisoner of conscience”: distinzioni formali, ma essenziali per comprendere il funzionamento della macchina repressiva.

Le voci che tacciono, le voci che resistono: Diana Loginova

In questo quadro, il silenzio di alcuni è un segnale doloroso. Penso a Vera Afanas’eva, fondatrice del canale “Gorod Glupov”, che trasformava gli assurdi della burocrazia in parabole morali, e ad Aleksandr Gorbunov (“Stalingulag”), che raccontava il potere attraverso la fragilità del proprio corpo.
Da mesi non scrivono più. Le loro pagine immobili sono come finestre chiuse nell’inverno del Nord: quando una satira così limpida tace, non è mai un caso.

E tuttavia, mentre alcune voci si spengono, altre continuano a parlare. Sui social russi appaiono ancora testimonianze di una sorprendente limpidezza. Una docente ha confessato di aver creduto per anni che la Russia fosse un territorio senza scampo, destinato solo al dolore; poi quel sentimento si è trasformato nel desiderio di resistere. Il gesto puro di una giovane artista le ha ricordato che «in Russia vivono ancora molte persone buone, luminose, straordinarie».

Si riferiva alla vicenda di Diana Loginova, cantante di strada del gruppo Stoptime, arrestata a San Pietroburgo per aver eseguito canzoni di autori inseriti nella lista degli “agenti stranieri”. In pochi giorni una petizione su change.ru ha raccolto più di 50.000 firme; Diana è stata liberata ed è poi fuggita a Yerevan in Armenia. È una storia esemplare: l’arresto, la solidarietà, la fuga. Il potere teme le canzoni e le parole più di quanto immagini, e non sempre riesce a calcolare la forza di un cuore che non vuole smettere di sperare. In questa vicenda, non “ufficiale”, passa ancora la migliore coscienza del Paese.

Una terza via tra retorica e disperazione

Descrivere la Russia del 2025 è difficile senza cadere nella disperazione o nella retorica. Da un lato ogni giorno offre un nuovo motivo per pensare che tutto sia perduto. Dall’altro, proprio le crepe – le commemorazioni del 30 ottobre, gli studenti che protestano in silenzio, i volontari che scrivono ai prigionieri, le madri che chiedono di riportare i figli dal fronte – rivelano una vitalità civile che il potere non riesce a soffocare del tutto.

A volte mi basta leggere un messaggio su Telegram, scritto alle due del mattino da una ragazza di Samara che denuncia gli abusi del suo distretto scolastico, per capire che la Russia non è riducibile ai suoi governanti.
Ripenso allora a ciò che scrivevo nel 2024, quando paragonavo Navalnyj ai santi martiri Boris e Gleb: per il potere erano “traditori del clan”, la memoria li ha trasformati in simboli di innocenza e verità. Nella nostra storia la sofferenza non è mai stata irrilevante: ha lasciato novelle, icone, poesie, canti. Oggi ritorna in manifesti improvvisati, lettere ai prigionieri, fiori davanti al Sasso delle Solovki.

A volte mi domando se questo diario abbia ancora senso, in un Paese dove i giornali indipendenti sono stati chiusi e il dibattito pubblico è un teatro vuoto. Poi mi torna alla mente la frase di un attivista anonimo intervistato da Mediazona: «Se anche una parola sopravvive, sopravviviamo anche noi».
Scrivere è diventato un modo di tenere aperta una fessura, di impedire che l’oscurità diventi l’unico linguaggio possibile. La Russia di oggi è stanca, ferita, ma non silenziosa. Nei suoi angoli più oscuri – scuole dove si predicano dogmi arcaici, istituti d’arte dove si punisce la musica sbagliata, regioni bombardate, tribunali che processano poeti – si muove un’altra Russia: quella che legge, scrive, protesta senza farsi vedere, manda generatori ai vicini, passeggia il 30 ottobre con un fiore senza guardare se c’è una telecamera.

Il potere lavora sull’oblio; la gente lavora sulla memoria. E questo diario sta da quella parte. Continuo a scrivere perché, quando la menzogna diventa sistema, la verità deve diventare voce. E perché, nel buio fitto di questi anni, sento ancora che esiste una Russia che non ha smesso del tutto di sperare.