Russia, febbraio-marzo 2026: repressione, censura digitale e crisi sociale

russia febbraio marzo 2026
Anonimo Russo
20/03/2026
Appunti di Viaggio

Tra febbraio e marzo 2026 la Russia ha mostrato con particolare evidenza quattro linee di tendenza interne: l’inasprimento del controllo digitale, la repressione sempre più capillare del dissenso, il deterioramento sociale nelle periferie e una corruzione di vertice che continua a emergere proprio mentre lo Stato chiede sacrifici alla popolazione.

Già all’inizio di febbraio si vedeva con chiarezza che il terreno decisivo sarebbe diventato quello delle comunicazioni: Roskomnadzor [autorità federale per comunicazioni e media] irrigidiva il controllo tecnico della rete, si parlava apertamente di blocchi sempre più estesi contro Telegram, cresceva l’uso delle belye spiski [liste bianche] di siti autorizzati e perfino sistemi russi basati su Linux finivano colpiti da meccanismi di censura talmente rozzi da ostacolare gli stessi aggiornamenti di sicurezza.

Parallelamente avanzava la spinta verso Max, il messenger “nazionale”, promosso non solo come alternativa tecnica ma come strumento di riallineamento amministrativo e politico.

Nelle stesse settimane il potere ha continuato a saldare sicurezza, morale pubblica e disciplina dei corpi.
Il caso del comico Artemij Ostanin, condannato il 4 febbraio a una dura pena detentiva per alcune battute interpretate come odio sociale e offesa ai credenti, ha mostrato quanto sia diventato stretto il confine fra parola e reato.

Allo stesso tempo, sul piano sociale, emergevano meccanismi sempre più brutali: orfani spinti verso il contratto militare come scorciatoia per ottenere una casa, pressioni religiose e politiche per limitare l’aborto, micropratiche di sorveglianza negli spazi pubblici come i controlli ai telefoni nella metropolitana di San Pietroburgo.
Non si tratta di episodi scollegati, ma di un’unica pedagogia del regime: educare i cittadini all’idea che ogni sfera della vita privata possa essere subordinata all’emergenza nazionale.

A metà febbraio la stretta si è vista soprattutto sul terreno della memoria. Nella seconda ricorrenza della morte di Aleksej Naval’nyj sono ricomparse commemorazioni sorvegliate e contestazioni ufficiali delle analisi internazionali che parlavano di avvelenamento.
Nello stesso clima, la targa di Anna Politkovskaja veniva nuovamente distrutta e il Museo della storia del Gulag cambiava nome e impostazione, scivolando verso una più neutra e politicamente utile narrazione della “memoria” centrata soprattutto sui crimini nazisti.

La repressione non ha colpito solo i simboli: la giornalista e attivista Ol’ga Komleva, detenuta per imputazioni politiche, risultava privata perfino dei farmaci per il diabete per ragioni burocratiche interne alla colonia penale, mentre Aleksandr Dočenko, condannato per biglietti antibellici, moriva dopo un infarto in un quadro di opacità informativa verso la famiglia. La logica è sempre la stessa: non basta incarcerare, bisogna anche amministrare il corpo e il ricordo.

Il 23 e il 24 febbraio, attorno al “Giorno del difensore della Patria” e al quarto anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, si è visto uno dei contrasti più rivelatori del periodo.
Da un lato la liturgia patriottica, dall’altro i numeri dei civili uccisi sul territorio russo e dei caduti militari, che il potere continua a non confermare pubblicamente.

La televisione federale evitava perfino di nominare esplicitamente il quarto anniversario della guerra, mentre a Mosca e San Pietroburgo i cittadini lasciavano fiori ai monumenti di Lesja Ukraïnka e Taras Ševčenko sotto l’occhio della polizia. Nelle stesse ore, due grandi quotidiani statali pubblicavano testi quasi identici su Pavel Durov e Telegram, con il tono di materiali preparatori a una campagna ufficiale: il messenger veniva descritto come minaccia ibrida e quasi come infrastruttura del terrorismo. Era il preludio politico a un salto di qualità nel controllo della rete.

Fra la fine di febbraio e il 1° marzo questo salto è diventato più visibile anche sul piano repressivo.
I dati raccolti nel documento parlano di oltre quattromila imputati in procedimenti legati alla guerra, migliaia di condanne e praticamente nessuna assoluzione, segno di una giustizia trasformata in catena di montaggio.
Il caso del diciassettenne Arsenij Turbin, tra i più giovani prigionieri politici del paese, mostra bene la logica di accanimento esemplare. Nello stesso clima, l’oppositrice Ekaterina Duncova veniva fermata durante una semplice serata di lettere ai detenuti politici e a Novosibirsk si preparava il divieto di una manifestazione per la libertà di internet e contro il possibile blocco di Telegram.

La repressione colpisce ormai non solo la protesta organizzata, ma anche i gesti minimi di solidarietà o di memoria.

I primi giorni di marzo hanno poi portato alla luce due altri fronti tipicamente russi: la corruzione sistemica e la leva digitale.

Il 2 marzo Ekaterina Šul’man veniva condannata in contumacia a un anno di colonia penale per non aver inserito nel proprio canale Telegram la plaška [etichetta obbligatoria] di “agente straniero”, mentre Timur Ivanov, ex vice ministro della Difesa già condannato per corruzione, tentava ancora di farsi mandare alla SVO [operazione militare speciale], quasi che il fronte potesse diventare una via di lavaggio morale per i corrotti di alto rango.

Il 3 marzo arrivava il dato forse più eloquente di tutti: oltre 43 mila reati di corruzione registrati in Russia nel 2025, massimo degli ultimi tredici anni.
Nello stesso giorno si parlava anche della prima applicazione pienamente automatica del pacchetto di restrizioni legate al reestr voinskogo učëta [registro elettronico dell’obbligo militare]: un giovane che non si era presentato al voenkomat [commissariato militare] si vedeva bloccare patente di guida, attività economiche, registrazioni patrimoniali e altri aspetti essenziali della vita civile.
La repressione diventa software.

Fra il 4 e il 6 marzo il degrado interno del sistema si è manifestato quasi caricaturalmente. Un elicottero russo sarebbe stato abbattuto vicino a Millerovo dalla stessa PVO [difesa aerea] russa durante operazioni contro droni; a Bodaibo, in Siberia, il sindaco finiva agli arresti domiciliari dopo la crisi invernale dei servizi comunali che aveva lasciato abitazioni e scuole senza acqua e riscaldamento; l’ex primo vice ministro della Difesa Ruslan Calikov veniva arrestato per appropriazione indebita, riciclaggio e tangenti.

Nelle stesse ore la Banca di Russia prorogava le restrizioni sul ritiro di valuta estera, mentre la FAS [Servizio federale antimonopolio] lasciava intendere che perfino la pubblicità su Telegram potesse diventare illegale. Non serve più vietare tutto formalmente: basta far capire che ogni spazio resta revocabile.

La vicenda forse più clamorosa e rivelatrice dell’intero marzo resta però quella della regione di Novosibirsk.
Tra l’8 e il 19 marzo, con il pretesto della pasterellëz [pasteurellosi] e della rabbia, migliaia di capi di bestiame venivano abbattuti o portati via nelle campagne, spesso senza documenti mostrati ai proprietari, con polizia, OMON, veterinari e blocchi stradali.

Alcuni contadini raccontavano di animali uccisi in loro assenza, altri denunciavano compensazioni irrisorie, altri ancora venivano multati o arrestati per aver protestato.
Svetlana Panina, diventata simbolo di questa crisi, inseguiva nei corridoi del governo regionale il ministro dell’agricoltura che fuggiva dal confronto. Il governatore difendeva infine le misure come “severe ma necessarie”, mentre attorno al caso emergevano le ricchezze della ministra federale Oksana Lut, fra immobili e gioielli per cifre enormi.

È una scena quasi perfetta della Russia attuale: nelle campagne si abbattono vacche e redditi familiari, nei ministeri si accumulano orologi e appartamenti.

Nella seconda metà di marzo il conflitto fra Stato e società si è concentrato definitivamente attorno al web.
A San Pietroburgo e Mosca si susseguivano interruzioni del mobile internet con accesso consentito soltanto a servizi in “lista bianca”; a Perm’ veniva revocata all’ultimo minuto una manifestazione contro i blocchi della rete; a Krasnodar i comizi contro la chiusura di Telegram venivano spinti verso la periferia.

Il 17 marzo i dati tecnici mostravano che l’accessibilità di Telegram in Russia era crollata, con una quota altissima di richieste fallite, a causa dell’uso dei TSPU [mezzi tecnici di contrasto alle minacce] da parte di RKN [Roskomnadzor].
Eppure, proprio mentre il potere tentava il salto verso il controllo totale, affioravano anche le sue crepe: Forbes segnalava che l’infrastruttura di filtraggio non reggeva sempre il volume di traffico e che servizi già bloccati a volte riapparivano. La macchina repressiva appare enorme, ma non onnipotente.

Gli ultimissimi giorni del periodo aggiungono due immagini conclusive molto forti. Il 16 marzo il documentario “Mr. Nobody Against Putin”, girato dal videografo scolastico Pavel Talankin con David Borenstein, vince l’Oscar raccontando la trasformazione della scuola russa in laboratorio di propaganda.

Il 18 marzo muore in un SIZO [carcere di custodia cautelare] Vladimir Osipov, condannato per post contro la guerra e malato, senza aver ricevuto cure adeguate.
Fra questi due estremi sta forse tutto il senso politico degli ultimi due mesi in Russia: da una parte il sistema che tenta di riscrivere la realtà, la memoria, l’educazione e perfino l’internet; dall’altra la realtà che continua a trapelare, nei film, nei fiori lasciati ai monumenti, nei dati tecnici, nelle proteste di villaggio, nelle lettere ai detenuti, nei corpi che il potere non riesce più a nascondere del tutto.