Rosato: “Dal Viminale precisazione tecnica comprensibile, ma ICE in Italia è miccia politica da evitare”

Sofia Fornari
28/01/2026
Interessi

C’è un modo semplice per trasformare un grande evento globale in un caso politico permanente: aggiungere, al dispositivo di sicurezza, un simbolo. La decisione statunitense di prevedere una presenza ICE/HSI nel perimetro di Milano-Cortina 2026 sta facendo esattamente questo: sposta il baricentro dalla gestione del rischio alla gestione della percezione, con effetti potenzialmente controproducenti per l’ordine pubblico.

Secondo quanto ricostruito nelle ultime ore, gli Stati Uniti allestirebbero presso il Consolato a Milano una propria “sala operativa” con rappresentanti di agenzie americane interessate all’evento; dentro quel perimetro ci saranno anche esperti dell’Homeland Security Investigations (HSI), l’unità investigativa di ICE, con compiti di supporto e raccordo, in particolare tramite consultazione banche dati e cooperazione informativa, senza attribuzioni operative sul territorio italiano. È la linea ribadita dal Viminale dopo l’incontro tra il ministro Matteo Piantedosi e l’ambasciatore USA Tilman J. Fertitta, con l’impegno del ministro a fornire un’informativa alla Camera dei Deputati il prossimo 4 febbraio.

Tecnicamente, il punto sembra chiaro: non si tratta di “agenti per strada”. E infatti, sul piano strettamente procedurale, è una prassi che le delegazioni ad alta sensibilità (in particolare quelle americane) integrino le proprie strutture di sicurezza e scambio informativo, specie in occasione di grandi eventi.

Ma il punto politico – ed è qui che la faccenda cambia natura – è che “ICE” in questo momento è un marchio tossico, dentro e fuori gli Stati Uniti. Non si può certo pensare che nel dibattito pubblico si distingua tra l’HSI investigativa e l’ICE, che ormai nell’immaginario pubblico è associata alla stretta sull’immigrazione e agli omicidi ingiustificati di Renee Nicole Good e Alex Pretti.

È su questa frattura – tra rassicurazione “tecnica” e detonazione “politica” – che è intervenuto oggi Ettore Rosato, deputato di Azione e segretario del Copasir. In una nota stampa, Rosato osserva che “le precisazioni del Viminale rassicurano tecnicamente”, ma che ormai la questione ha assunto un tale tasso di politicizzazione da consigliare un passo indietro: “al di là del merito e dei compiti che saranno assegnati agli agenti, è ormai evidente che la presenza stessa dell’Ice rischia di far sorgere proteste e manifestazioni che certo non sono nell’interesse dei Giochi Olimpici e tra gli obiettivi di sicurezza degli atleti e delle delegazioni presenti”. E conclude: “La vicenda suggerisce sia al governo americano che a quello italiano di rinunciare alla presenza di agenti ICE in Italia”.



Il ragionamento è lineare: se l’obiettivo è ridurre il rischio, introdurre un fattore che “aumenta la temperatura” della piazza è un errore. Le Olimpiadi, specie con presenze politiche di vertice, sono già un magnete per proteste e strumentalizzazioni. Aggiungerci un tema identitario – come ormai è l’ICE – significa offrire a chi vuole trasformare i Giochi in un’arena un bersaglio perfetto: semplice, riconoscibile, polarizzante.

La conclusione “realista” di Rosato è che, anche se la presenza HSI restasse confinata a una control room consolare, il costo politico e di ordine pubblico potrebbe superare il beneficio operativo. Se davvero lo scopo è proteggere delegazioni e atleti, la soluzione più efficace potrebbe essere quella che l’esponente del Copasir suggerisce: disinnescare la miccia. Coordinamento e scambio informativo si possono fare in altri modi – più discreti, più facilmente spiegabili, meno infiammabili. Perché una cosa è mettere in sicurezza un evento. Un’altra è trasformarlo in un referendum permanente su Trump e sull’America.