Il ritorno della patrimoniale: tra illusioni contabili e la realtà degli “apolidi fiscali”
Ci sono poche certezze nella vita, e tra queste rientra senza dubbio la ciclicità delle stagioni: l’autunno porta le foglie secche, la primavera porta i primi caldi e il dibattito politico italiano, con la stessa precisione millimetrica, ci ripropone periodicamente il grande classico del catalogo buono per tutte le stagioni ( elettorali): la proposta di una tassa patrimoniale.
L’ultima versione in ordine di tempo è quella avanzata congiuntamente da Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra. Una proposta che si muove sotto parole d’ordine suggestive come “giustizia fiscale”, “1% Equo” o l’anglofono “Tax the rich”.
L’obiettivo dichiarato è nobile: redistribuire la ricchezza accumulata per salvare il welfare state in affanno. Ma quando si passa dalla suggestione retorica ai codici dei tributi, la realtà si complica maledettamente.
Il menù della proposta: le aliquote del “contributo equo”
Per capire di cosa stiamo parlando, è bene guardare la struttura tecnica del meccanismo caldeggiato dalle opposizioni di sinistra.
Non parliamo – dicono i proponenti – di andare a bussare alla porta della classe media o di tassare la prima casa. La manovra si rivolge esclusivamente ai grandi patrimoni netti complessivi (che includono immobili rivalutati, titoli, conti correnti e partecipazioni societarie), prevedendo una soglia di esenzione totale fino a 2 milioni di euro.
Al di sopra di questa asticella, scatta la progressività:
- Da 2 a 5 milioni di euro: un’aliquota dell’1% sulla quota eccedente.
- Da 5 a 8 milioni di euro: si sale all’1,7%.
- Da 8 a 20 milioni di euro: si passa al 2,1%.
- Oltre i 20 milioni di euro: il prelievo tocca il tetto massimo del 3,5% ogni anno.
Nelle intenzioni dei firmatari, questa platea – stimata tra i 200mila e i 500mila contribuenti – dovrebbe garantire un gettito potenziale enorme, oscillante tra i 26 e i 60 miliardi di euro.
Soldi che verrebbero blindati da un vincolo di destinazione: il finanziamento della sanità pubblica (per abbattere le liste d’attesa), il potenziamento dell’istruzione, un piano per l’edilizia residenziale pubblica e il sostegno alla transizione ecologica.
Tutto bellissimo, sulla carta. Se non fosse per un piccolo, trascurabile dettaglio: il sistema fiscale italiano non è una lavagna vuota su cui disegnare utopie.
Reale o Soggettiva? Il grande equivoco dei 52 miliardi
Per fare un’operazione di verità con i lettori, è necessario fare una distinzione tecnica elementare che la politica tende spesso a sfumare: la differenza tra patrimoniali reali e patrimoniali soggettive.
Le imposte patrimoniali reali (dal latino res che significa “cose”) colpiscono il singolo bene in quanto tale: alcuni esempi sono l’IMU sulle seconde case, le prime case considerate di pregio, i capannoni, il bollo auto.
Le imposte patrimoniali soggettive, invece, colpiscono l’intera ricchezza netta di un contribuente.
L’errore comunicativo di chi invoca una “nuova” patrimoniale sta nel presupposto implicito che in Italia i patrimoni siano vergini dal punto di vista fiscale. La realtà ci dice l’esatto contrario. Il nostro sistema è già letteralmente saturo di patrimoniali, spesso travestite da micro-gabelle o imposte di consumo. Paghiamo l’IMU, paghiamo l’imposta di registro sui passaggi di proprietà, paghiamo la tassazione sulle rendite finanziarie (al 26%, o al 12,5% per i titoli di Stato) e subiamo l’imposta di bollo dello 0,20% sul deposito titoli.
Se sommiamo il gettito di tutte queste imposte (reali e soggettive frammentate) che già oggi gravano sui beni in possesso dei cittadini, scopriamo che portano nelle casse dello Stato la bellezza di 52 miliardi di euro all’anno.
Una cifra mastodontica.
Il patrimonio degli italiani, dunque, è già ampiamente sfruttato per sorreggere il bilancio pubblico. Chiedersi “ma quante volte vogliamo tassare lo stesso patrimonio?” non è un esercizio di egoismo sociale, ma una legittima domanda di coerenza sistemica.
Il miraggio dei modelli esteri e la sindrome norvegese
I sostenitori della proposta citano spesso, a modello di civiltà fiscale, alcuni Paesi europei: la Spagna, la Norvegia o la Svizzera. Tuttavia, i benchmark internazionali reggono poco se non si analizza l’intero ecosistema in cui sono inseriti.
La Spagna ha introdotto l’Imposta sulle Grandi Fortune, ma il sistema sconta una fortissima concorrenza interna (la comunità autonoma di Madrid, ad esempio, azzera i propri prelievi per attrarre capitali).
In Svizzera la patrimoniale esiste, ma è a livello cantonale, ha aliquote microscopiche e si inserisce in un Paese che compensa con un’imposizione sui redditi decisamente più leggera della nostra.
Il caso più emblematico e recente è però quello della Norvegia, che ha assecondato la linea dura aumentando la tassa sui grandi patrimoni.
Il risultato? Una fuga senza precedenti di miliardari e imprenditori verso la Svizzera, con il risultato paradossale di aver perso, insieme alle persone, anche miliardi di corone di gettito fiscale complessivo su redditi e consumi.
Il caso di Mario Rossi e il “click” dell’apolide fiscale
Immaginiamo allora cosa accadrebbe in Italia applicando la ricetta Pd-Avs al classico signor “Mario Rossi”, un contribuente facoltoso.
Mario Rossi vive in Italia, paga regolarmente un’IRPEF già progressiva e pesante, paga l’IMU sui suoi immobili, subisce il prelievo sulle sue plusvalenze finanziarie e lo 0,2% sul portafoglio titoli.
Se lo Stato decidesse di sovrapporre a tutto questo una nuova patrimoniale progressiva e ricorrente, cosa farebbe Mario Rossi?
Se i suoi beni fossero interamente immobiliari, avrebbe poche vie di fuga: i mattoni non si muovono.
Ma nell’economia moderna, i grandi patrimoni sono soprattutto mobiliari: azioni, obbligazioni, liquidità, quote societarie dematerializzate.
Nel primo anno, forse, Mario Rossi subirebbe il colpo per inerzia o patriottismo. Il secondo anno, nell’era dell’home banking globale, delle fiduciarie e della libera circolazione dei capitali all’interno dell’Unione Europea, a Mario Rossi basterà un semplice click sul mouse per spostare i suoi capitali mobiliari oltre confine.
Senza muoversi da casa, si trasformerà in una sorta di “apolide fiscale”, lasciando lo Stato italiano con un pugno di mosche e con un sistema tributario ancora più farraginoso, complicato e ostile agli investimenti.
Se si volesse fare una patrimoniale soggettiva seria e liberale, bisognerebbe avere il coraggio di azzerare contestualmente tutte le imposte parziali attuali (via l’IMU, via i bolli, via le imposte d’atto). Ma questa sostituzione non è nell’agenda di nessuno.
La vera domanda: il problema è di entrate o di uscite?
La riflessione finale da porre ai lettori sposta il focus dal lato delle entrate a quello delle uscite. L’Italia siede su una spesa pubblica che ha superato il tetto record di 1.216 miliardi di euro, a fronte di un debito pubblico che ha oltrepassato i 3 trilioni.
Di fronte a una spesa pubblica di queste proporzioni, l’idea che per trovare 50 o 60 miliardi da destinare a servizi essenziali come la sanità o l’istruzione sia necessario inventarsi una nuova tassa appare come una clamorosa dichiarazione di resa amministrativa.
È mai possibile che, all’interno di un bilancio dello Stato da oltre 1.200 miliardi di spesa pubblica, non si riescano a rintracciare e tagliare spese improduttive, micro-rivoli assistenziali, bonus inefficienti e sprechi strutturali per una cifra equivalente?
Se proprio si ritiene indispensabile chiedere un contributo di solidarietà ai “mega ricchi”, parliamone. Si potrebbe discutere, pur con tutte le remore del caso, di flessibilità sugli scaglioni IRPEF più alti o di rimodulare temporaneamente la tassazione sugli strumenti finanziari oltre una certa soglia.
Sono strumenti ordinari, che non spaventano i mercati e non complicano il sistema. Ma l’idea di una patrimoniale ricorrente sui beni già tassati rischia solo di confermare il vecchio adagio economico: le tasse sui capitali, alla fine, finiscono quasi sempre per colpire chi i capitali non ce li ha, facendoli scappare altrove.








