Risarcimenti per la schiavitù: l’Europa ne avrebbe diritto almeno quanto l’Africa

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Emanuele Pinelli
26/03/2026
Radici

Ieri l’assemblea delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione (simbolica e non vincolante) per “dichiarare il traffico di africani ridotti in schiavitù, e la riduzione in schiavitù su base razziale, come il più grave crimine contro l’umanità”.
La risoluzione “sprona gli stati membri ad avviare dialoghi su misure riparatorie, il che comprende porgere scuse formali, restituire artefatti rubati, fornire un risarcimento finanziario e garantire che non si ripeterà”.

Anche se il testo integrale non è ancora disponibile online, hanno cominciato a filtrare sul web alcuni suoi stralci, il discorso introduttivo del presidente del Ghana e soprattutto i risultati della votazione.

Già solo questi pochi elementi, però, lasciano intravedere un abisso di ipocrisia, di sciatteria e di opportunismo che raramente era stato raggiunto nel Palazzo di Vetro.

I voti a favore

Scorrendo l’elenco degli oltre 120 paesi che hanno accettato la dichiarazione, infatti, colpiscono alcune incongruenze.

Anzitutto, hanno votato “sì” tutti gli attuali stati africani. Ma se davvero il traffico di africani ridotti in schiavitù è stato “il più grave crimine contro l’umanità”, i maggiori colpevoli dovrebbero essere proprio i loro predecessori.

Nell’età moderna, infatti, sul mercato africano erano in vendita permanentemente almeno 10 milioni di schiavi, destinati perlopiù all’interno o alla tratta araba e turca – anche se dessimo per vera la cifra spaventosa di 18 milioni di persone in tre secoli vendute agli europei.

Gli stessi regni di Dagbon e di Ashanti, che sorgevano sul territorio dell’attuale Ghana, si arricchirono vendendo come schiavi gli abitanti della regione.

Ironia della sorte, nel suo discorso introduttivo il presidente ghanese ha citato due o tre esempi di viaggiatori europei che nei loro diari lodavano l’architettura e la pulizia di alcune capitali africane: così, senza rendersene conto, ha dato la prova migliore del fatto che i regni costieri africani erano civili, sviluppati e capaci di stringere accordi commerciali da pari a pari con i compratori di schiavi, immaginando di guadagnarci.

Insistendo con l’esempio dei regni di Dagbon e di Ashanti, fino al 1872, anno in cui iniziò la conquista britannica, il commercio di esseri umani vi continuò indisturbato. E anche dopo il 1901, quando la conquista fu completata, la schiavitù sopravvisse là dove l’autorità britannica era più debole.

Dovrebbero, dunque, i paesi africani pagare risarcimenti a sé stessi?
E al Regno Unito spetterebbe un rimborso spese per aver interrotto e messo fuorilegge lo schiavismo?

La tratta islamica che ancora dura

Anche il mondo arabo e la Turchia hanno votato convintamente “sì” a una risoluzione che, in teoria, dovrebbe condannare i loro stessi crimini.
Tra 10 e 18 milioni di africani nell’arco di un millennio finirono in catene nei loro paesi o nelle regioni islamiche dell’India, che spopolarono il Corno d’Africa per procurarsi gli habshi, ossia gli schiavi abissini, finché gli inglesi non glielo impedirono.

Non parliamo poi del fatto che, nel Medio Oriente, esistono tuttora forme di lavoro senza alcuna tutela e in condizioni umilianti che spesso coinvolgono persone di origine africana. L’Arabia Saudita ha rinunciato solo l’anno scorso alla kafala, che di fatto era un succedaneo della schiavitù.

Davvero Erdogan, Al-Sisi, Bin Salman e gli altri si aspettano di mettere mano al portafogli per espiare le colpe dei loro antenati?

Infine colpisce la carica del Brasile e degli altri paesi sudamericani, anch’essi entusiasti di votare “Sì”.
Come se non fossero stati letteralmente costruiti sul lavoro dei neri nelle piantagioni, sia durante il periodo coloniale che dopo l’indipendenza.
Per quanto sembri paradossale, l’Argentina, uno dei paesi che fecero meno uso degli schiavi neri, è stata l’unica ad esprimersi contro.

Possibile che il presidente brasiliano Lula e gli altri abbiano votato contro sé stessi?

Un processo al “primo mondo”

La risposta, naturalmente, è “no”. Come chiunque può intuire, c’era un trucco.

Se la mozione, a parole, si rivolgeva a “tutti gli stati membri” dell’ONU, il discorso introduttivo di Mahama non ha lasciato dubbi: il “più grave crimine contro l’umanità” per lui è stato solo la tratta transatlantica gestita dagli europei, non la riduzione in schiavitù degli africani in generale. Turchi, arabi e indiani non hanno di che preoccuparsi.

All’interno della tratta transatlantica, poi, non hanno avuto nessuna colpa i regni africani che catturavano fisicamente gli schiavi e lucravano sulla loro vendita. Non hanno avuto nessuna colpa gli stati del Sudamerica che prosperavano sul lavoro dei neri.
Sul banco degli imputati ci sono solo gli europei e, tutt’al più, gli statunitensi.

Come ha osservato, nel suo amaro intervento, la relatrice dell’Unione Europea – la greca Gabriela Michaelidou, la risoluzione non serviva a “enfatizzare le dimensioni dell’atrocità della tratta degli schiavi transatlantica, l’importanza del ricordo e la necessità di continuare a combattere la schiavitù nelle sue forme contemporanee”.

Serviva (questo lo osserviamo noi) a fare bassa propaganda contro i paesi dell’attuale “primo mondo”, dipingendoli come gli unici agenti del male nella storia e provando a spillargli qualche donazione risarcitoria con la leva del senso di colpa.

Serviva a contrabbandare il mito di un’identità africana e di una solidarietà tra africani che nella realtà si vedono di rado, e serviva ad allineare intorno alle rimostranze anti-europee un’improbabile coalizione di potenze che spesso e volentieri fanno tuttora uso di schiavi africani (prima fra tutte la Russia nei suoi stabilimenti di droni).

L’astensione dell’Europa: quando è troppo è troppo

L’America di Trump, in lotta permanente contro le riscritture “woke” e colpevolizzanti della storia nazionale, ha votato contro senza rimpianti.
Tanto più che il presidente ghanese aveva messo proprio gli USA nel mirino, dilungandosi, nel suo discorso, su alcuni materiali scolastici che spiegano ai bambini americani come la schiavitù fosse sempre esistita e abolirla sia stata un’impresa coraggiosa (come si permettono!).

Quanto agli stati europei, hanno scelto di astenersi, inclusi quelli che non avevano mai avuto niente a che fare con la tratta degli schiavi africani (a riprova che la risoluzione era una porcheria invotabile anche per chi non avesse scheletri nell’armadio, tant’è che anche Canada e Giappone hanno fatto la stessa scelta).

I motivi ufficiali dell’astensione sono stati tre.

Il primo: dichiarare che un crimine contro l’umanità è stato “il più grave” non ha senso e ferisce le vittime degli altri crimini (si comprende benissimo, in questa luce, il voto contrario di Israele).

Il secondo: il diritto internazionale vieta di chiedere risarcimenti per un’azione che non era illegale quando è stata commessa.

Ma il motivo forse più importante è il terzo: “Il ruolo dell’Assemblea Generale”, come ha detto la Michaelidou, “non è quello di sostituirsi al dibattito accademico tra storici”.

La verità non si decide a maggioranza. Il passato non si può prostituire alla propaganda.

Per un europeo questa è una linea rossa, un assunto culturale così profondo da prevalere su tutto il relativismo, il wokismo e il desiderio mercantile di buon vicinato che negli ultimi decenni ci avevano fatto improntare all’autoflagellazione i nostri rapporti con l’Africa.

Era, peraltro, un modo imborghesito per continuare a sentirci addosso il famoso fardello dell’uomo bianco: loro solo vittime e noi unici carnefici, loro solo oppressi e noi unici oppressori, loro solo oggetti e noi unici soggetti: alla fine della fiera, si tornava sempre a “loro inferiori e noi superiori”.

Con l’astensione di ieri all’ONU, forse, è iniziato un lento rinsavimento.

Chi risarcirà noi?

Chissà, forse un giorno l’Europa imparerà a giocare a questi stessi giochi sporchi, passerà al contrattacco e chiederà i suoi risarcimenti per la schiavitù che ha dovuto subire.
Del resto ne avrebbe diritto almeno quanto l’Africa.

Dall’Alto Medioevo in poi, la Chiesa proibiva di vendere schiavi cristiani: così, quei milioni di europei che sono stati trascinati in Turchia, in Nord Africa e in Asia Centrale fino all’inizio del XIX secolo sono stati tutti catturati con raid navali o incursioni di terra. Nessun mercante europeo ci ha guadagnato, a differenza di quanto accadeva in Africa. Nessuna contropartita ne è mai venuta ai nostri regni e alle nostre repubbliche.

Il presidente ghanese ha descritto l’atroce condizione delle donne nere nelle piantagioni delle Americhe, che talvolta – in violazione del diritto canonico – subivano violenze sessuali da parte dei padroni.
Ebbene, negli stessi identici anni le schiave bianche nei paesi dell’Islam erano destinate per definizione alla schiavitù sessuale perenne, mentre i loro compagni maschi venivano il più delle volte evirati.

Quando saremo abbastanza maturi da scrollarci dalle spalle il fardello dell’uomo bianco 2.0, ragioneremo sui fatti del passato con più lucidità.
Ma oggi, disgraziatamente, troppi di noi sentono ancora il bisogno di una consolante posizione di superiorità, che, non potendo più fondarsi sulla civiltà, ha iniziato a fondarsi sulla moralità.

Il resto del mondo lo sa. E, finché dura, se ne approfitta.