Alex Pineschi, il volto gentile della resistenza. Un ricordo
Alla parata del 2 giugno, il corpo degli Alpini ha mostrato come sempre tutto il suo orgoglio e la sua efficienza. Le penne bianche degli ufficiali, le uniformi invernali, l’equipaggiamento hi-tech delle forze speciali del reggimento Monte Cervino. Lo speaker televisivo che, giustamente, ricordava il loro contributo generoso durante terremoti e altre catastrofi.
Ma l’Alpino di cui oggi si dovrebbe parlare di più non era a via dei Fori Imperiali.
Era caduto a Lyman, nell’Ucraina nord-orientale, ucciso da uno sciame di droni lo scorso 23 maggio.
Era un 42enne della Spezia, dallo sguardo mite e dai modi sinceri, che non soltanto ha difeso per cinque anni i curdi contro l’Isis e poi l’Ucraina contro i russi, ma si è sforzato di spiegare al pubblico italiano che cosa sia davvero la guerra oggi e con quale atteggiamento una persona cresciuta in Occidente possa credibilmente venire a patti con la propria coscienza per combatterla.
Alex Pineschi, perciò, era molto più che un ex militare, un addestratore privato di tiro e un volontario nelle brigate internazionali.
Era un testimone della guerra nella sua realtà: sapeva descriverla con lucida professionalità nei suoi aspetti tecnici e biomeccanici e poi, un attimo dopo, sapeva narrarne gli aspetti emotivi e umani con gli occhi gonfi e le frasi che si ingarbugliavano.
Sapeva fare piazza pulita di ogni retorica eroica (facile) ma anche e soprattutto di ogni retorica cinica (molto più difficile).
Sapeva scrutare le motivazioni intime di ogni persona che incontrava al fronte – o anche solo in un corso di addestramento – e discernere tra chi era lì per necessità, chi per sfogo sadico, chi per vuoto esistenziale e chi, come lui, perché aveva visto “una causa per cui vale la pena di rischiare: rischiare mentre ero lì e rischiare una volta tornato”.
Suo malgrado, perciò, da testimone Pineschi era diventato un esempio.
Un esempio capace di ispirare centinaia di volontari italiani e migliaia di volontari internazionali che stanno combattendo per l’Ucraina (quasi il 3% degli effettivi, e dunque un aiuto senza cui il fronte si sarebbe già sgretolato in più tratti).
Ma anche un esempio capace di spiegare a noi civili italiani, con toni non distanti dalla nostra sensibilità, che sì, si può fare un uso responsabile e consapevole della forza, e talvolta si deve.
Così lo ricorda un commilitone: “Un soldato dall’inizio alla fine. In tanti anni di servizio è il militare più completo che abbia mai incontrato. La sua attività pubblica e i suoi libri raccontano solo una minima parte della persona che era: un uomo eccezionale, umile e schietto, sempre disposto – davvero – ad aiutare gli altri”.
Dalla neve al deserto
Pineschi raccontava di essersi arruolato dopo l’attentato alle Torri Gemelle, scegliendo il corpo degli Alpini perché suo padre era un appassionato alpinista e gli aveva trasmesso l’amore per la montagna e per gli sport invernali.
Dopo la ferma volontaria nell’8° reggimento, aveva tentato di passare al servizio permanente ma senza successo. Tuttavia non si era dato per vinto e si era dato al settore della security privata, formandosi negli USA e specializzandosi nel contrasto alla pirateria (quella fisica, non quella digitale).
Aveva compiuto da poco trent’anni quando iniziarono a giungere le notizie sull’offensiva dell’Isis tra Iraq e Siria.
“All’epoca ero imbarcato”, ha raccontato, “e cercavo di documentarmi, cercavo di studiare ogni singolo articolo, guardavo ogni singolo video che trattava questa materia, perché poi era il periodo degli attacchi terroristici nelle nostre capitali, quindi in Europa.
Ho cominciato a partorire un pensiero: che ero nel posto sbagliato, perché si stava combattendo una guerra contro i nemici dell’umanità, contro i nemici della libertà, contro i nemici della mia gente, del mio modo di vivere da occidentale. E questo mi ha portato a partorire l’idea che io dovevo in qualche modo partecipare a quel conflitto”.
Molti, all’epoca, lo presero per un sentimentale sedotto dalla causa curda. “No, assolutamente” chiariva lui. “Io ho supportato il combattimento contro i terroristi, che all’epoca erano i nemici dell’umanità. Se gli svedesi avessero combattuto i terroristi, io sarei andato con gli svedesi”.
Ad ogni modo, nella guerra curda contro l’Isis si distinse a tal punto da diventare uno degli unici due stranieri che ricevettero ruoli di comando.
Come Seneca
Una volta sconfitto lo stato islamico nel teatro mediorientale, Pineschi rientrò in Italia e si dedicò al suo lavoro di addestratore con l’accademia indipendente AP TAC.
Tra i suoi clienti aveva non solo semplici amatori e ditte private, ma anche membri delle forze dell’ordine e delle forze armate.
Meno accogliente fu la magistratura: ad aspettarlo in patria c’era un’indagine della Procura della Repubblica, volta a stabilire se la sua attività in Iraq costituisse un reato di mercenariato.
L’indagine venne archiviata dopo neanche cinque mesi.
“Gli inquirenti avranno fatto tutte le loro valutazioni, tutte le loro intercettazioni, tutti i loro procedimenti atti a capire la verità” ribadiva Pineschi nel 2022. “E alla fine che cos’è successo? È successo che un magistrato, non il tizio del bar che beve il caffè, ma un magistrato, a seguito dell’interrogatorio – tutte cose che trovate online di dominio pubblico – ha decretato che non è stato commesso un illecito.
Quindi la risposta è la seguente: Alex Pineschi è un mercenario? No”.
Nel frattempo stava raccogliendo le sue memorie in un libro, autopubblicato con il titolo Peshmerga – di fronte alla morte (disponibile anche in audiolibro).
Nel suo richiamo alla morte non c’era mai né curiosità morbosa né brivido del rischio: solo una profonda presa di coscienza, che tra l’altro richiamava senza volerlo alcune delle pagine migliori della filosofia europea da Seneca ad Heidegger.
“Nel momento in cui tu realizzi per che cosa sei pronto a morire, in quell’istante tu realizzi perché ti alzi tutte le mattine, perché stai vivendo” ripeteva in un video del 2024.
“Io almeno per ora non sono padre, ma immagino che un padre sarebbe pronto a morire per la propria famiglia. È lì che capisci perché ti alzi ogni giorno e vai là fuori: per proteggere la tua famiglia, per vederla prosperare, per i tuoi figli…la guerra mi ha dato la possibilità di imparare e di applicare quello che ho imparato per una causa che ne valesse la pena”.
Veniva spontaneo, a chi lo conosceva di persona o lo seguiva sui social, chiedergli perché a quel punto non andasse in Ucraina. “A oggi quella guerra non la sento mia”, rispondeva ancora due anni fa. “Questa guerra tra la Russia e l’Ucraina io per ora non la sento ancora mia. E se non credo in qualcosa non posso dedicarci la vita e se necessario la morte”.
Cosa sia cambiato in seguito non lo sappiamo, ma conoscendolo siamo certi che quando alla fine ha scelto di partire, prima come addestratore e poi come soldato, l’ha fatto dopo lunghe riflessioni e coerentemente con la propria coscienza.
Le bugie dei media: una seconda uccisione?
Nell’era digitale la morte fisica non è abbastanza. Per familiari e amici, al lutto si aggiunge la lotta disperata per difendere la memoria del loro caro contro odiatori e invidiosi che cercano di offenderla.
Di solito si tratta solo di cani da tastiera privi di tatto e di scrupoli. Ma per Pineschi è accaduto qualcosa di molto peggiore: l’ANSA (che come è noto ha un partenariato con la TASS, agenzia stampa ufficiale del Cremlino) ha dato l’annuncio della sua morte definendolo “contractor”, ovvero mercenario a pagamento.
In seguito ad alcune proteste l’agenzia si è corretta (non su X, però, dove il tweet è ancora quello originale). Ma il danno ormai era fatto.
Le redazioni dei maggiori giornali, tra cui Repubblica, Rainews, Open, la Stampa, il Mattino, il Giorno, la Nazione, il Secolo XIX, il Fatto Quotidiano e il Corriere dello Sport (a loro onore, non il Foglio e il Corriere della Sera) hanno fatto copia-incolla, senza scomodarsi non dico a verificare l’evidenza giudiziaria, ma neanche a contattare la sua famiglia o i suoi conoscenti.

Il tweet con la versione originale dell’agenzia ANSA.
E così, per pigrizia, negligenza, mancanza di tempo o “banalità del male”, l’immensa maggioranza degli italiani ha conosciuto su quest’uomo una verità alternativa e infamante.
All’uccisione del corpo è seguita l’uccisione della memoria.
“Queste sere non mi sono addormentata fino al collasso” ci ha scritto Giulia Schiff, ex pilota dell’Aeronautica che è stata anche lei volontaria in Ucraina. “Ne ho persi tanti di amici in guerra, ho perso il conto. Anche se finisce o anche se ti ci allontani, ti perseguita. Dopo un po’ finisci le lacrime. Non fa più un male rabbioso e disperato come all’inizio, ma brucia dentro mentre fisso il soffitto nel buio e il silenzio diventa assordante”.
“Più di un fratello in armi”, ha continuato rivolgendosi a Pineschi, “eri l’unico al mondo che non solo mi capiva, ma aveva portato il marchio che avevo avuto anche io. Dopo aver prestato servizio con amore per la propria Arma e per la propria Patria, siamo stati ghigliottinati al tribunale dell’opinione pubblica e dei media, spaccata in due con macchine del fango che ci hanno marchiato a fuoco con l’etichetta di mercenari… pubblicamente.
Gli articoli, i post, i commenti, amici svaniti nel momento del bisogno, colleghi che ci hanno voltato le spalle.
Ma “il tuo sostegno, la tua stima, la tua saggezza e la tua fiducia mi hanno dato forza. I tuoi occhi segnati da quello che hanno visto in guerra erano un pozzo sulla sofferenza interiore che vivevi.
Vedere quello che scrivono i tuoi amici sui social dimostra quanto fossi amato e mi riempie il cuore… vedere quello che scrive chi non conosce decenza mi stringe un nodo in gola e soffoca.
Il tuo esempio è monumentale e tu hai dato anima e corpo per questo mondo irriconoscente. Perciò questo è quello che cercherò di fare per te: un monumento”.
Sarà una sfida dura, anche se necessaria. Per il momento, di monumentale c’è solo l’indifferenza e l’incompetenza degli organi di stampa, in un paese che dovrebbe sentirsi rappresentato da uomini come Alex Pineschi molto più che da due ore di parata in uniformi sfavillanti.








