Alla ricerca della consapevolezza perduta. Riflessioni di uno studente italiano
Il termine consapevolezza non è forse tanto utilizzato quanto invece dovrebbe esserlo, in particolar modo a proposito del percorso di crescita di noi studenti.
“Consapevolezza” è sinonimo di “coscienza”, “cognizione”. Significa essere informati e senzienti in merito a tutto ciò che accade attorno a noi.
Non sono però le uniche sfaccettature: essere consapevoli significa avere uno sguardo critico su ciò che ci circonda, elaborare le nostre conoscenze e nozioni per saperle applicare nella vita ma soprattutto poter sviluppare un pensiero sui fatti.
Il nostro essere consapevoli, quindi, ci porta alla capacità di avere uno sguardo d’insieme sul mondo, che mai come oggi è pieno di cronaca, guerre, fatti esilaranti, sviluppo, tecnologia e molto altro.
Perché noi giovani dovremmo essere i primi coinvolti nella consapevolezza?
La risposta potrebbe sembrare scontata: perché siamo noi ragazzi che in futuro potremo veramente cambiare le cose. Non è solo questo però; saremo noi la futura classe dirigente, saremo noi a scrivere, votare e approvare le leggi, saremo noi a dover lottare se qualcosa non ci starà bene. Siamo noi giovani che già cominciamo ad avere il diritto di voto, che, come attesta la nostra Costituzione, è il principale strumento con cui il popolo esercita la sua sovranità.
Siamo in grado di orientarci verso tutto questo, in un futuro che ormai non è più neanche troppo prossimo? Come possiamo pensare di esercitare uno dei nostri più grandi diritti, appunto il voto, senza conoscere ciò che ci circonda?

Analisi del problema
La riflessione sui problemi che possono essere causati dal non essere consapevoli parte proprio da questo: il voto.
Tra i giovani sta drasticamente calando la partecipazione alla politica, fondamentale per poter esprimere le nostre preferenze, sia che si parli di votare il Sindaco del nostro paese, sia che si debba esprimere il proprio voto alle elezioni politiche o europee. È bassissima quindi la percentuale di partecipazione invisibile tra i giovani: sono sempre meno gli studenti che partecipano anche indirettamente alla vita politica, con numeri sempre più bassi tra le attività come ad esempio firmare petizioni online o partecipare alle consultazioni civiche.
Il rapporto ISTAT “La partecipazione politica in Italia – Anno 2024” sottolinea come solo il 16,3% dei ragazzi tra 14 e 17 anni si informa di politica almeno settimanalmente. Il dato aumenta al 34,6% tra i 18 e i 24 anni. Una quota significativa invece non si informa mai di politica: il 60,3% tra i 14 e i 17 anni e il 35,4% tra i 18 e i 24 anni.
Ovviamente non è solo dei giovani la colpa: l’ISTAT descrive che tra il 2003 e il 2024 la partecipazione invisibile è diminuita progressivamente per tutta la popolazione italiana; è un fenomeno che si osserva, quindi, da oltre 20 anni.
Risulta comunque evidente che, fino ad adesso, non si sono responsabilizzate abbastanza le nuove generazioni
Tutti i numeri appena elencati ci devono risultare come un campanello d’allarme: i nostri coetanei non sono più largamente interessati ad informarsi e a discutere di politica, e questo comporta anche l’evidente calo dell’affluenza alle elezioni, un fenomeno che da qualche anno osserviamo in maniera chiara.
Come evidenziano i dati ISTAT poi, non è solamente l’interesse nei temi politici che sta calando ma anche la voglia di informarsi, di leggere le notizie online e di guardare i telegiornali: il rischio è di non avere nessun mezzo per farsi un’idea su tutto ciò che ci circonda. Un rischio che spesso si concretizza già adesso nella vita di tutti i giorni.
L’informazione nella vita quotidiana è fondamentale: è ciò che ci rende liberi; liberi di pensare con la nostra testa e liberi di avere un’opinione, un pensiero critico, un’idea da difendere e da argomentare. L’informazione ci porta inevitabilmente a riflettere su un determinato fatto, che fa nascere in noi la voglia di indagare, di pensare.
Perché non sfruttare questa straordinaria libertà di pensiero, che per fortuna possiamo esercitare in un paese libero e democratico come l’Italia? Perché lasciare tutto al caso e permettere che il nostro futuro non ci chiami in prima linea?
Risulta chiaro che tutto sia concatenato: dalla nostra voglia e capacità di informarsi sopraggiunge il pensiero critico, che ci permette di argomentare le nostre idee. Il nostro pensiero, poi, lo dobbiamo ricondurre ad un partito o a una figura che possa rappresentarci in Parlamento: ecco quindi che si arriva al bisogno di votare alle elezioni.
Pertanto, senza informazione, ci stiamo disinteressando da ciò che più ci dovrebbe riguardare: il nostro futuro. Bisogna imparare a far sì che non sia lasciato in mano d’altri.

Cause e possibili soluzioni del cortocircuito
Problemi di questo tipo non nascono da un giorno all’altro: sono il risultato di qualcosa che non ha funzionato, che non è stato previsto oppure che volutamente è stato reso inaccessibile per una certa fascia di popolazione.
È chiaro che ci siano delle cause responsabili di questo calo di consapevolezza.
L’eterno imputato: la scuola
La prima causa che inevitabilmente ha portato ai problemi sopra descritti è la scuola. Il luogo dove si educano le nuove generazioni all’istruzione e all’educazione, e di conseguenza alla vita, non lascia quasi mai spazio per parlare del mondo che ci circonda. Soprattutto alle scuole superiori è fondamentale affrontare determinate tematiche e questioni di attualità, perché la scuola è quel posto dove noi studenti passiamo- o dovremmo passare- la maggior parte delle nostre giornate, da settembre a giugno, ed è l’istituzione che ci forma per diventare le donne e gli uomini che saremo domani. Perché non c’è mai tempo né voglia di parlare di presente, quando fin da piccoli non facciamo altro che studiare il passato?
È evidente che in questo caso la responsabilità non sia di noi studenti, ma di chi non ha mai pensato di dedicare del tempo alla conoscenza del presente. Perché studiare lungamente i grandi re dei sumeri o le vicende dei babilonesi se non sappiamo chi ci governa, quali sono le sue proposte e che cosa accade nel mondo di oggi?
Case studies europei
In Danimarca, ad esempio, i programmi della scuola obbligatoria prevedono che gli studenti seguano storia e studi sociali come materie obbligatorie. Si tratta quindi di confrontare la storia con le tematiche legate alla società, alle istituzioni e alla comprensione del mondo contemporaneo. L’obiettivo di questi percorsi non è, quindi, apprendere solo fatti storici, ma anche studiare e capire la società, la cultura e i fenomeni sociali, preparando gli studenti a partecipare nella società democratica. Inoltre, in Danimarca le lezioni sono interattive e incentrate sul dialogo e il dibattito: ogni studente viene invitato ed esortato ad esprimere la sua opinione in merito agli argomenti trattati, venendo adeguatamente considerato. Tutto questo porta allo sviluppo di competenze sociali, empatia, pensiero critico e consapevolezza. In Italia, purtroppo poco sollecitate dall’universo scolastico.
Anche nel Regno Unito l’educazione alla cittadinanza e alla consapevolezza è al centro dei programmi: il curriculum nazionale prevede infatti la Citizenship come materia obbligatoria per le scuole secondarie statali. L’obiettivo primario, come dichiarato dallo stesso Governo britannico, è di sviluppare la consapevolezza e la comprensione della democrazia, del governo, di come si fanno e rispettano le leggi.
Si vuole favorire il pensiero critico su questioni politiche e sociali, discutendo ed argomentando in maniera efficace. Sempre il Governo britannico pubblica linee guida specifiche su come trattare argomenti politici o sociali sensibili in classe in modo neutrale e imparziale, per garantire che le discussioni siano gestite responsabilmente senza propaganda politica.
Tanti altri Paesi europei hanno adottato modelli simili: in Germania, nelle lezioni di educazione alla cittadinanza, sono promosse le competenze comunicative e di partecipazione attiva nella società; in Francia l’éducation morale et civique è una materia obbligatoria che punta a collegare concetti storici e istituzionali con l’attualità; in Polonia le recenti riforme sull’educazione civica vogliono introdurre materie obbligatorie dedicate alla cittadinanza responsabile e all’apprendimento attivo.
Come si può capire, molti Stati hanno già pensato alla consapevolezza dei loro studenti. Non si tratta di rivoluzionare il sistema educativo, ma di puntare e investire di più sulla formazione civile degli alunni.
Perché non replicare l’approccio danese alle discussioni sulla società? Perché non studiare gli obiettivi e le linee guida del Governo britannico per dibattere su democrazia, consapevolezza e legislatura, cercando poi di applicare tali nozioni anche nel nostro Paese?
Le riforme scolastiche non sono “a costo zero”
Ormai come Italia siamo stati scavalcati, e lo dimostrano anche i numeri: secondo quanto rilevato da Eurostat nel 2023, per l’istruzione l’Italia spende il 3,9% del Pil ed è terzultima in Europa in questa classifica, sopra solamente alla Romania (3,4%) e all’Irlanda (2,8%).
Per cambiare le cose e per essere più consapevoli non servono utopie, ma una Nazione veramente interessata al bene di noi studenti, che ci supporti adottando misure che portino a migliorare il nostro approccio al mondo e alla società di oggi e dunque che accrescano la nostra consapevolezza. Iniziando, magari, a formare e pagare adeguatamente i docenti, in modo da far tornare la scuola competitiva in un mondo che corre.
L’abbassamento della soglia dell’attenzione
Il problema dell’attenzione della popolazione sta diventando sempre più grave: gli smartphone che abbiamo sempre in tasca stanno intaccando sempre di più quella nostra capacità di restare concentrati e attenti a qualcosa per un certo termine temporale. La velocità dei social, delle comunicazioni, dei mezzi che abbiamo tra le mani ci sta abituando ad un quotidiano sempre più rapido. Ci sono però attività che necessitano ancora il tempo di sempre, che è difficile velocizzare: leggere, ad esempio; informarsi dignitosamente, guardare un telegiornale o un documentario. Cercare, insomma, risposte valide alle nostre domande.
Per trovare queste risposte non basta guardare un titolo o “scrollare” brevi video di trenta secondi; per ricevere un quadro informativo completo serve tempo. Tutto questo tempo, però, ci sembra ormai perso, inspendibile data la quantità di cose che riusciamo a fare in pochi secondi con un telefono in mano.
È un problema grave che coinvolge tutte le generazioni, non solo i giovani. Serve fare però fare sintesi e non solo antitesi: cercando soluzioni concrete adatte all’epoca in cui viviamo, legate indissolubilmente al modo di fare comunicazione.

Comunicare la politica nel terzo millennio
Come già sottolineato, i tempi che la popolazione dedica all’informazione sono drasticamente calati. È chiaro dunque che anche il modo di raccontare le notizie deve adattarsi alle nuove esigenze.
In questo ci sono stati già molti progressi: tutte le testate giornalistiche di rilevanza, i telegiornali e le loro emittenti ma anche i giornalisti stessi, hanno adottato nuovi modi di informare, ad esempio tramite video sui social o notizie flash con spiegazioni brevi ma efficaci. Forse però manca la diffusione su larga scala di tutto questo: i canali ci sono, ma tanti giovani non li conoscono.
Nel raccontare gli sviluppi delle grandi questioni attuali e politiche, si tende a dare sempre troppo per scontato che la popolazione sia informata e conosca a sufficienza ciò di cui si sta parlando. I giovani soprattutto, ascoltando o leggendo certi termini, abbandonano immediatamente il contenuto perché non capaci di coglierne il significato. La difficoltà oggettiva di determinate notizie è difficile da nascondere, ma semplificare le spiegazioni, magari in contenuti appositamente realizzati per i più inesperti, potrebbe essere la chiave per avvicinare all’informazione e alla consapevolezza.
Anche la classe politica gioca un ruolo importante: se in TV non si vedono altro che scontri accesi, urla e a volte screzi provocatori, come si può pensare di avvicinare tutti coloro che di politica sanno poco o nulla, o che semplicemente non ne sono interessati?
Se non si promuovono dibattiti educativi e costruttivi, basati innanzitutto sul rispetto, non si avrà mai l’attenzione della maggior parte della popolazione. Discutere in maniera positiva e corretta non solo permetterebbe ai più giovani di assumere competenze chiave di argomentazione, chiarezza e conoscenza dei contenuti, ma porterebbe in loro un progressivo sviluppo del pensiero critico su importanti tematiche, per cui è di capitale importanza avere un’idea.
Popolazione consapevole, nazione sana
Come visto, le modalità per accrescere la nostra consapevolezza sono molte. La prima responsabilità sta a noi giovani: dobbiamo avere a cuore il nostro futuro, su cui possiamo investire partendo dall’informazione.
Anche lo Stato però ha la sua responsabilità: le nuove generazioni sembrano non essere al centro dell’attenzione. In tanti Paesi sono già state adottate misure e riforme per favorire i dibattiti e le analisi sulle tematiche della società, attualità e legislazione.
Ora sta a noi chiedere alla nostra scuola di mettere da parte i pastelli e darci l’inchiostro per scrivere il presente. Guardando al futuro.








