Riarmo o agricoltura? Il falso dilemma che mette a rischio l’UE

Federico Ogbonna
06/03/2026
Poteri

L’Europa del 2026 vive dentro una fase storica di competizione sistemica, che in sostanza assomiglia sempre più a un ritorno alla politica di potenza. Dal 2022 il continente ha dovuto fare i conti con la fine di una lunga illusione: quella di un ordine internazionale stabile, regolato e prevedibile.
La guerra convenzionale è tornata a pochi chilometri dai confini dell’Unione, il Medio Oriente continua a funzionare come un detonatore capace di alterare in poche settimane equilibri energetici e rotte commerciali globali, mentre energia, materie prime e tecnologie strategiche sono ormai utilizzate apertamente come leve di pressione geopolitica. In questo scenario, sicurezza militare, sicurezza economica e sicurezza alimentare smettono di essere ambiti separati e diventano parti della stessa partita di potere

Osserviamo la traiettoria dei numeri

Nel 2024 i Paesi europei membri della NATO hanno superato i 380 miliardi di dollari di spesa militare, segnando uno dei livelli più elevati dalla fine della Guerra Fredda. Parallelamente, l’Unione europea sta costruendo una propria architettura di difesa industriale: il programma SAFE, che mobiliterà fino a 150 miliardi di euro di prestiti per rafforzare la base produttiva militare europea, e l’European Defence Industry Programme (EDIP), che tra il 2025 e il 2027 prevede 1,5 miliardi di euro per sostenere produzione comune e procurement congiunto.

Il segnale politico è inequivocabile: la difesa torna ad essere una priorità strutturale dell’Europa. Eppure, mentre il continente accelera sul riarmo e ricostruisce la propria capacità militare, un altro pilastro storico dell’integrazione europea entra silenziosamente in una fase di trasformazione altrettanto profonda: la Politica Agricola Comune (PAC).

Le proposte legislative presentate dalla Commissione europea il 16 luglio 2025 per la PAC 2028-2034 segnano una discontinuità che potrebbe ridefinire uno dei pilastri storici dell’integrazione europea. Per la prima volta la politica agricola verrebbe assorbita in un contenitore finanziario molto più ampio, il National and Regional Partnership Fund (NRPF), condiviso con altre politiche europee e gestito attraverso nuovi Piani di partenariato nazionali e regionali.

Sulla carta, le risorse restano imponenti: almeno 300 miliardi di euro destinati al sostegno del settore agricolo tra il 2028 e il 2034. Di questi, 293,7 miliardi sarebbero dedicati al sostegno al reddito degli agricoltori, mentre 6,3 miliardi alimenterebbero il nuovo “Unity Safety Net”, uno strumento pensato per intervenire in caso di crisi di mercato. Significa circa 900 milioni l’anno, quasi il doppio dell’attuale riserva agricola europea.

Dietro la solidità apparente dei numeri si nasconde però una trasformazione istituzionale ben più profonda

Una quota significativa delle risorse resterebbe infatti non rigidamente vincolata all’agricoltura, ma affidata alle scelte strategiche dei singoli Stati nei nuovi piani integrati.

È qui che emergono gli interrogativi più delicati. Diverse analisi istituzionali e la stessa Corte dei conti europea segnalano il rischio di una rinazionalizzazione di fatto della PAC. Non tutti gli Stati membri guardano a questa evoluzione nello stesso modo: i Paesi con forti settori agricoli temono che una maggiore flessibilità nazionale possa trasformarsi in competizione interna al mercato unico, mentre altri governi vedono nei nuovi strumenti finanziari l’opportunità di riallocare risorse verso priorità industriali, energetiche o di difesa con il rischio che la PAC, uno degli strumenti più integrati della storia europea, si trasformi progressivamente in una somma di politiche nazionali, perdendo il suo carattere realmente “comune”.

In un contesto in cui le risorse pubbliche europee sono sempre più sollecitate da nuove priorità strategiche, dalla difesa, alla transizione energetica, la domanda diventa inevitabile: quanto spazio resterà per una politica agricola davvero comune?

Il dilemma appare tale solo finché si continua a pensare alle politiche pubbliche come compartimenti separati, quando nel contesto geopolitico che sta emergendo difesa, energia, commercio e produzione alimentare costituiscono in realtà le diverse espressioni di uno stesso sistema di sicurezza.



Quando una crisi militare diventa crisi alimentare

Le crisi geopolitiche degli ultimi anni hanno mostrato con particolare evidenza quanto rapidamente un conflitto possa propagarsi attraverso l’intero sistema economico globale dai mercati energetici alle catene di approvvigionamento, fino al prezzo del cibo perché l’agricoltura contemporanea non costituisce un comparto isolato dell’economia reale ma uno dei nodi più sensibili dell’infrastruttura energetica mondiale: fertilizzanti, irrigazione, logistica, trasformazione alimentare e trasporti dipendono infatti dalla medesima architettura energetica e, quando quest’ultima entra in tensione, l’effetto si trasmette inevitabilmente lungo l’intera filiera agroalimentare, trasformando una crisi geopolitica in un fattore diretto di instabilità economica e sociale.

Basta spostare lo sguardo di qualche migliaio di chilometri per cogliere la fragilità degli equilibri su cui si regge il sistema alimentare globale: una tensione nello Stretto di Hormuz, passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, basterebbe a generare effetti immediati sui mercati energetici internazionali, uno scenario tutt’altro che remoto, bensì ciclicamente emerso durante le crisi mediorientali.

In questi casi la sequenza economica si attiva con una velocità sorprendente

Una crisi militare nello stretto fa immediatamente salire il prezzo del petrolio e del gas. L’energia più cara si traduce quasi automaticamente in fertilizzanti più costosi, perché la loro produzione industriale dipende in larga parte dal gas naturale. Da lì il passaggio è diretto: aumentano i costi di produzione agricola e, nel giro di pochi mesi, aumentano anche i prezzi degli alimenti.

È una catena di trasmissione tanto semplice quanto implacabile: dal conflitto al prezzo del pane.

Quando la sicurezza alimentare diventa instabilità politica

Nel 2022, dopo la guerra in Ucraina e lo shock energetico globale, l’indice FAO dei prezzi alimentari è aumentato di oltre il 30% in un solo anno. Un dato che ha riportato al centro del dibattito internazionale una verità spesso dimenticata nell’epoca della globalizzazione: il cibo resta una delle variabili più sensibili della stabilità politica.

L’Europa ne ha già intravisto i segnali. Le proteste agricole che hanno attraversato numerosi Paesi tra il 2023 e il 2024, insieme alla pressione inflazionistica sui beni alimentari, indicano una tensione più profonda. Il cibo non è soltanto una questione economica: è una questione di equilibrio sociale.

Per questo la Politica Agricola Comune non è mai stata soltanto una politica settoriale. Fin dalle origini dell’integrazione europea ha rappresentato uno dei principali strumenti di stabilizzazione economica e territoriale del continente in quanto la sicurezza alimentare riguarda molto più della semplice disponibilità di cibo. Riguarderà, in ultima analisi, la stabilità politica delle società.

Due sovranità che si sostengono a vicenda

La storia geopolitica delle potenze suggerisce una lezione che raramente entra nei dibattiti di bilancio ma che attraversa l’intera vicenda degli Stati moderni: sicurezza militare e sicurezza alimentare costituiscono due manifestazioni della stessa sovranità. Un sistema agricolo resiliente garantisce autonomia strategica nei momenti di crisi, mentre una difesa credibile protegge le rotte commerciali, le infrastrutture energetiche e le catene logistiche da cui dipende la produzione e la distribuzione del cibo. Per questa ragione il rapporto tra Politica Agricola Comune e difesa europea sfugge alla logica della semplice contabilità pubblica e appartiene piuttosto all’architettura del potere. Le nazioni che attraversano le crisi senza smarrire equilibrio sono quelle che difendono i propri confini e, allo stesso tempo, preservano la capacità di nutrire la propria società. In questa prospettiva la contrapposizione tra riarmo e agricoltura appare per ciò che realmente è: una falsa alternativa. Perché, alla fine, la sovranità di una potenza si riconosce sempre nello stesso modo: nella capacità di difendersi e in quella, molto più rara, di non dipendere da altri per nutrirsi.