La resa del Rojava in Siria: tra disimpegno americano e silenzio europeo

Rosario Scognamiglio
26/01/2026
Frontiere

In Siria il conflitto si è nuovamente riacceso tra le forze governative e le milizie democratiche curde, nel silenzio sempre più assordante dei media europei. Nel 2024, dopo che le milizie guidate da Ahmad al-Sharaʿ hanno condotto un’avanzata fulminea conquistando prima Aleppo e poi Damasco, costringendo l’allora presidente Bashar al-Assad a riparare in Russia, una parte della stampa occidentale ha parlato di un possibile avvio di normalizzazione di un Paese martoriato da una guerra civile iniziata nel 2011 e segnata, tra le altre cose, dalla presenza dello Stato Islamico.

I cleavages siriani

Questa lettura si è rivelata però superficiale. La Siria resta un territorio profondamente frammentato, attraversato da linee di frattura linguistiche, religiose e culturali che rendono estremamente fragile e pressoché inutile qualsiasi tentativo di assimilazione e ricentralizzazione del potere politico.

Una delle aree oggi più instabili è una sottile strisci di territorio che corre lungo il confine settentrionale del Paese, tra Turchia e Iraq, attraversata dal fiume Eufrate. Proprio qui, tra il 2014 e il 2015, le Syrian Democratic Forces (SDF) — una coalizione a guida curda — riuscirono a sconfiggere militarmente l’ISIS dopo una resistenza eroica e sanguinosa, dando vita a un esperimento politico inedito: il Rojava. In quell’area prese forma una confederazione fondata sulla cooperazione tra curdi, assiri, turcomanni e yazidi, regolata da una Carta fondamentale ispirata a principi di pluralismo, parità di genere e autonomia locale. È proprio in questo territorio che oggi il conflitto è tornato ad accendersi, segnando una nuova fase di instabilità e mettendo in discussione l’intero progetto politico del Rojava.

Cartina della Siria (Le Soir)

Che cos’è la Carta del Rojava

La Carta non è un semplice statuto che dava una forma amministrativa alla regione del nord della Siria a maggioranza curda. La Carta è un corpus omogeneo di diritti che stabiliva l’avvio di un progetto politico, con lo scopo di costruire un modello di convivenza tra popoli di lingua e cultura diversa, radicalmente alternativo agli stati autoritari mediorientali o ai governi teocratici.

La Carta funge da vera e propria costituzione, ispirandosi al pensiero del confederalismo democratico di Abdullah Öcalan, storico leader curdo. Lo statuto del Rojava rifiuta il modello di stato nazione e di potere centralizzando, proponendo una struttura amministrativa fondata sull’autogoverno locale, pluralismo linguistico e religioso.

Per la prima volta curdi, arabi, assiri, turcomanni e yazidi sono stati riconosciuti come parte integrante di un progetto comune, senza gerarchie identitarie. Ma il vero elemento dirompente, per il contesto regionale, è l’introduzione nella Carta del principio della parità di genere, con l’introduzione della co-presidenza uomo-donna in tutte le istituzioni politico amministrative, riconoscendo alle donne un’autonomia politico-sociale senza precedenti in medio-oriente. Inoltre si affermavano principi propri delle libera-democrazie e del corpus dei diritti umani universali, come laicità delle istituzioni,  tutela delle libertà fondamentali, il rifiuto della pena di morte e il rispetto dei diritti sociali. Una vera e propria Carta dei popoli, che dava avvio ad un laboratorio politico seppur in un contesto fragile e segnato dalla guerra.

Cosa sta succedendo oggi nel Rojava

Il 10 gennaio di quest’anno, le forze governative riconducibili al presidente Ahmad al-Sharaʿ hanno lanciato una vasta offensiva contro i territori del nord-est della Siria controllati dalle Syrian Democratic Forces (SDF). Nel corso di pochi giorni, le truppe filogovernative hanno conquistato ampie porzioni di territorio precedentemente sotto il controllo delle autorità autonome curde. Il 18 gennaio le parti hanno accettato un cessate il fuoco che prevede, almeno formalmente, il progressivo assorbimento delle SDF nell’assetto amministrativo e militare di Damasco, nonché la restituzione al controllo centrale di infrastrutture strategiche come carceri, oleodotti e valichi di frontiera.

Si tratta tuttavia di un accordo estremamente fragile

Diversi media internazionali e regionali segnalano infatti la permanenza di milizie armate schierate su entrambi i fronti e il rischio concreto di una ripresa delle ostilità. Le tensioni più gravi si registrano attorno a Kobane, città simbolo del Rojava e della resistenza curda contro lo Stato Islamico. L’area risulta di fatto isolata, con un progressivo accerchiamento da parte delle forze fedeli al nuovo potere centrale. Le condizioni umanitarie destano forte preoccupazione: l’accesso ai servizi essenziali è compromesso, le catene di approvvigionamento risultano interrotte e la popolazione civile è sottoposta a gravi restrizioni nella disponibilità di beni di prima necessità.



L’emergenza umanitaria

Organizzazioni umanitarie locali hanno lanciato appelli urgenti alla comunità internazionale affinché le Nazioni Unite e le agenzie competenti, tra cui l’UNHCR, intervengano per garantire assistenza umanitaria e protezione ai civili. Secondo dati diffusi da organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, oltre 134.000 persone sarebbero state costrette allo sfollamento nel nord-est della Siria dall’inizio dell’offensiva governativa. Il costo umano di questi sviluppi è già evidente. Il progetto politico sancito dalla Carta dei popoli del Rojava, fondato sull’autonomia locale, sul pluralismo e sulla tutela dei diritti fondamentali, appare oggi progressivamente eroso sotto la pressione militare e politica esercitata dal nuovo potere centrale siriano.

Il disimpegno USA

Questa tragica situazione nel nord-est della Siria è il frutto di un progressivo disimpegno USA nella regione, che ha lasciato le forze curde prive di garanzie politiche e militari e aperto spazio all’avanzata delle milizie filogovernative. Le responsabilità statunitensi nella crisi del Rojava sono il prodotto di una strategia siriana che si è rilevata fallimentare nel lungo periodo, a partire dall’ amministrazione Obama.

Washington ha utilizzato le Syrian Democratic Forces e la resistenza curda come pedine in un risiko globale, ha utilizzato le forze del SDF come proxy nella lotta all’ ISIS, come mero strumento securitario, senza mai riconoscerli come soggetto politico nascente. Questa strategia ha trovato piena continuità nell’amministrazione Trump. Il tycoon sta gestendo il teatro mediorientale, più come spazio securitario e di stabilizzazione, solo formale, per il nuovo ordine globale nascente, rendendo scarificabile qualsiasi progetto di vera costruzione democratica. Gli Stati Uniti hanno accettato la riconsegna del potere a Damasco a un nuovo governo guidato da Ahmad al-Sharaʿ, già leader di Jabhat al-Nusra, organizzazione jihadista affiliata ad al-Qaeda. Nel frattempo, il baricentro degli interessi statunitensi si è definitivamente spostato verso l’Indo-Pacifico, lasciando il progetto politico del Rojava privo di qualsiasi garanzia.

Il silenzio politico europeo

Se gli Stati Uniti possono essere incolpati di abbandono, l’UE può essere incolpata di silenzio e irrilevanza strategica circa gli affari esteri. L’ Unione europea sta assistendo passivamente al tramonto del progetto democratico del Rojava, rinunciando a qualsiasi iniziativa politica autonoma. A poco valgono la dichiarazione del ministro degli esteri francese che il 22 gennaio ha dichiarato: “Parigi non abbandonerà i curdi. Sappiamo bene qual è il nostro debito con loro. Sono i nostri fratelli d’armi”.

Ma intanto la situazione nel nord est della Siria è quella di una totale disfatta del SDF

Si ripetono vecchi schemi e antiche problematiche. L’ Europa appare priva di una strategia comune per la politica estera, continuando ad essere subordinata alle scelte di Washington. Il silenzio europeo non è solo una scelta contingente, ma il sintomo di una più profonda incapacità di concepire il Medio Oriente come spazio politico e non esclusivamente securitario, contribuendo così alla definitiva erosione di uno dei pochi tentativi di costruzione di un ordine pluralista, democratico e fondato sui valori di tutela internazionale dei diritti umani, che stava sorgendo in quella regione.