La Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina, la vera proxy di Mosca nel cuore dei Balcani

Piercamillo Falasca
10/05/2026
Frontiere

La Bosnia Erzegovina è uno Stato sui generis, nato dagli Accordi di Dayton del 1995 che posero fine alla guerra balcanica.

Il paese è diviso in due entità amministrative: la Federazione di Bosnia Erzegovina, a maggioranza bosniaco-croata, e la Republika Srpska (RS), a maggioranza serba. Quest’ultima gode di larghissima autonomia — ha un proprio presidente, parlamento, forze di polizia e strutture governative — pur facendo formalmente parte dello stesso Stato. È in questo spazio semi-autonomo che Mosca ha trovato uno dei suoi avamposti più preziosi in Europa.

Belgrado sul Drina, Mosca dietro le quinte

Non si tratta di semplici affinità culturali o di un’eredità slavofila mal digerita. Il legame tra la Republika Srpska e il Cremlino è un’alleanza strategica esplicita, dichiarata pubblicamente e operativa su più livelli: politico, economico e della sicurezza. Una relazione che non ha subìto alcuna interruzione nemmeno con il recente avvicendamento alla presidenza dell’entità.
Il 9 maggio 2026, mentre Mosca celebrava il suo rituale annuale con la parata della Vittoria, una delegazione della RS era seduta al Cremlino accanto a Vladimir Putin. A guidarla, il nuovo presidente Siniša Karan, in carica dal febbraio 2026 e fedelissimo del partito SNSD. Le sue parole non hanno lasciato spazio a interpretazioni: «La Russia è il nostro partner strategico internazionale più importante», ha dichiarato, aggiungendo che l’invasione russa dell’Ucraina è «assolutamente giustificata». Un linguaggio da manuale del filo-russismo, pronunciato nella capitale russa il giorno simbolicamente più carico del calendario moscovita.

Dodik: il burattinaio rimane

Karan è il volto nuovo, ma il vero architetto di questa alleanza si chiama Milorad Dodik, fondatore e leader indiscusso dello SNSD, il partito che governa la RS da oltre un decennio. Pur non ricoprendo più la carica presidenziale, Dodik era presente nella delegazione al Cremlino insieme al presidente dell’Assemblea nazionale Nenad Stevandić. Una presenza che chiarisce chi detiene il potere reale. Lo stesso Karan ha promesso di proseguire la linea del suo mentore «con forza ancora maggiore»: una continuità ideologica e strategica che esclude qualsiasi svolta.
Dodik ha definito più volte la RS «alleato affidabile della Russia», descrivendo le relazioni bilaterali come «eccellenti in tutti i campi, con sostegno reciproco». Non parole vuote: gli incontri ad alto livello con Putin e il ministro degli Esteri Lavrov si sono moltiplicati negli ultimi anni, trasformando una vicinanza politica in un asse funzionante.

Un’alleanza concreta, non solo retorica

Il filo-russismo della RS non è fatto solo di discorsi. Nel 2025 il governo di Banja Luka ha approvato una legge sugli “agenti stranieri” modellata direttamente sulla normativa russa, strumento classico per silenziare la società civile e i media indipendenti. Sul piano energetico, la RS beneficia di forniture di gas russo a condizioni preferenziali. La cooperazione in ambito di polizia e sicurezza con strutture moscovite è documentata da visite di funzionari e programmi di addestramento congiunti.

Sul piano geopolitico, la RS svolge una funzione di blocco sistematico: impedisce che la Bosnia Erzegovina possa avvicinarsi alla NATO o adottare posizioni comuni con l’Unione Europea, in particolare riguardo alle sanzioni contro Mosca. In cambio, la Russia sostiene le istanze autonomiste — e apertamente secessioniste — di Dodik e chiede la chiusura dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante, la figura internazionale incaricata di vigilare sull’attuazione degli accordi di Dayton.

Una proxy senza carri armati

Il ruolo della RS come strumento di Mosca nei Balcani è documentato da più fonti indipendenti. La Jamestown Foundation ha ricostruito come la RS sia stata utilizzata come base per campi di addestramento paramilitare russi — con istruttori legati al gruppo Wagner — in funzione di operazioni destabilizzanti in Moldova. Il PONARS Eurasia ha analizzato sistematicamente come Dodik abbia fatto del rapporto con Putin il pilastro della propria strategia politica interna, trasformando l’allineamento con Mosca in uno strumento di consenso elettorale oltre che in una scelta geopolitica. Il Carnegie Endowment for International Peace ha documentato come il supporto russo abbia favorito la trasformazione delle forze di sicurezza della RS in una struttura paramilitare, in violazione degli accordi di Dayton.

La formula è efficace per Mosca: un punto di pressione permanente nel cuore dell’Europa, capace di destabilizzare un intero paese e bloccare processi di integrazione euro-atlantica, senza impiegare risorse dirette né rischiare escalation militari. La RS fa il lavoro sul piano istituzionale e diplomatico; Mosca fornisce legittimazione, protezione politica e supporto economico e di intelligence.
La visita del 9 maggio 2026 a Mosca non è un episodio isolato. È la conferma di un rapporto strutturale, ideologico e strategico che il cambio di presidente non ha scalfito, e che difficilmente cambierà finché lo SNSD di Dodik rimarrà al potere a Banja Luka.