La religione rende felici? Intervista all’economista Leonardo Becchetti

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Emanuele Pinelli
11/12/2025
Orizzonti

Leonardo Becchetti è una delle personalità più vivaci e poliedriche nel dibattito economico italiano. Formatosi alla London School of Economics, ha condotto studi su sostenibilità e comunità energetiche, capitale sociale e indicatori del benessere, Corporate Social Responsibility e “voto col portafoglio”.
È il direttore del Festival dell’Economia Civile, scrive su quotidiani come Avvenire e Il Sole 24 Ore, ha fondato la rivista Next (Nuova Economia per Tutti) e un portale di e-commerce sostenibile.

Nel suo ultimo lavoro, pubblicato sulla International Review of Economics, ha fatto qualcosa di sorprendente: aggregando i dati di 8 inchieste condotte nell’arco di 16 anni in 39 paesi europei, con più di 370.000 persone intervistate, si è chiesto se esista una correlazione tra religiosità e felicità.

“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”, promette il Vangelo
: sono solo belle parole o c’è un fondo di verità confermabile dai dati?


1. Prof. Becchetti, vorrei chiederle innanzitutto quali indicatori ha scelto per la sua ricerca. Come ha definito quanto una persona sia “religiosa” e quanto si senta “felice”?

Sono le domande contenute nella European Social Survey, che è l’indagine principale utilizzata dagli studiosi per studi empirici cross-country nelle scienze sociali. L’indagine ha ormai 11 edizioni (di cadenza approssimativamente biennale) e viene somministrata a campioni rappresentativi in 38 paesi europei più Israele.
Le domande utilizzate nello studio sono tre:

I) “Quanto sei religioso?” su una scala da 0 a 10.

II) “Quanto spesso preghi al di fuori delle cerimonie religiose?” sulla seguente scala di intensità: ogni giorno, più di una volta a settimana, una volta a settimana, almeno una volta al mese, solo nelle feste comandate, mai.

III) “Quanto spesso partecipi a cerimonie religiose a parte le occasioni speciali?” sulla seguente scala di intensità: ogni giorno, più di una volta a settimana, una volta a settimana, almeno una volta al mese, solo nelle feste comandate, mai.

Per “felicità” intendiamo sempre la sua misura cognitiva, ovvero la soddisfazione di vita.

2. “Chi ascolta le mie parole ma non le mette in pratica è simile a un uomo che ha costruito la sua casa sulla sabbia”, dice il Vangelo di Matteo. Tra i miei coetanei Millennial è frequente questa esperienza: quelli che hanno una vita religiosa molto attiva si sentono appagati, mentre quelli che hanno una fede solo mentale si sentono a disagio e finiscono per trovare preferibile l’ateismo.
I suoi dati registrano questo fenomeno?

Sì, un dato singolare che non ci aspettavamo è l’effetto nonlineare della religiosità (la prima domanda) e quello invece lineare e positivo della frequenza di preghiera e di partecipazione ai servizi religiosi (seconda e terza domanda). Chi si dichiara molto religioso è più felice di chi si dichiara ateo, ma chi si dichiara religioso scegliendo valori bassi (tra 2 e 4) è meno felice di chi è ateo.

Molto appropriato interpretare nel suo insieme questo come effetto “casa sulla sabbia”. Avendolo pensato prima avrebbe reso più accattivante l’interpretazione del nostro lavoro.

La “casa sulla roccia” e la “casa sulla sabbia”: chi si ritiene molto religioso (5 o più) tende a sentirsi anche molto soddisfatto, mentre chi si ritiene poco religioso (2-4) tende a sentirsi più insoddisfatto di chi si ritiene ateo (2 o meno). Elaborazione di E. Pinelli sui dati di L. Becchetti, “Happiness, religiosity and rationality: going deeper into
the utility function” (2025)

“Chiedete e vi sarà dato”: la correlazione tra quanto si prega e quanto si tende a sentirsi soddisfatti è quasi lineare.
Elaborazione di E. Pinelli sui dati di L. Becchetti, “Happiness, religiosity and rationality: going deeper into
the utility function” (2025)

“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia”: la correlazione tra quanto si va in Chiesa e quanto si tende a sentirsi soddisfatti è pienamente lineare.
Elaborazione di E. Pinelli sui dati di L. Becchetti, “Happiness, religiosity and rationality: going deeper into
the utility function” (2025)

3. Tra le spiegazioni che Lei si dà sul perché i cristiani praticanti sono così soddisfatti delle loro vite, ci sono una maggiore socialità e una maggiore fiducia negli altri.

Esistono ovviamente molte vie per costruire socialità e fiducia, ci mancherebbe. Quello che lo studio semplicemente trova è che la pratica religiosa aumenta socialità e fiducia. Ed è comprensibile se pensiamo alle caratteristiche del messaggio religioso, improntato all’amore reciproco, quindi a un “allenamento” delle attitudini pro-sociali.
Poiché lo studio si svolge in Europa, la religione di cui parliamo è principalmente quella cristiana nelle declinazioni cattolica, protestante, anglicana ed ortodossa.

4. Che cos’è l’effetto-Tertulliano? È vero che dove diminuiscono i credenti diventano più insoddisfatti anche i non credenti?

Tertulliano era un apologeta che ai tempi delle prime persecuzioni dei cristiani si sforzava di convincere i romani e l’imperatore che i cristiani erano buoni cittadini. Abbiamo testato questa proposizione vedendo se la quota dei credenti (e l’intensità media delle nostre tre variabili) a livello regionale incidesse sulla soddisfazione di vita dei non credenti nella stessa regione, e abbiamo trovato che il risultato è significativo e positivo.
L’interpretazione è che avere attorno a noi persone più pro-sociali, orientate ad avere fiducia e a cooperare, è un beneficio per tutti.

5. Ci sono quattro paesi in controtendenza, in cui le persone più religiose tendono a sentirsi infelici: Romania, Slovacchia, Grecia e Danimarca. Io me lo spiego così: forse sono paesi con una forte chiesa nazionale, in cui la fede è legata all’identità etnica e talvolta persino a posizioni politiche retrograde. Ciò potrebbe frustrare quei fedeli che su questi aspetti non si ritrovano. Lei che cosa ne pensa?

E’ un po’ difficile provare a spiegare tutto nei dettagli. Tra quei quattro paesi c’è anche la Danimarca che è l’opposto. E poi se andiamo a vedere le altre due variabili (frequenza di preghiera e partecipazione alle funzioni religiose) il segno è lo stesso per tutti i paesi. Il dato quindi riguarda più la religiosità autodichiarata, priva degli altri due elementi.

6. Quali lezioni possono trarre gli economisti da questo legame così stretto tra pratica religiosa e soddisfazione? In fondo tutta l’economia politica prende le mosse dalla funzione di utilità, cioè da quanto siamo disposti a spendere per sentirci soddisfatti da una combinazione di beni.

Con l’economia civile spieghiamo da anni che mentre il metodo (massimizzazione vincolata, ovvero scelta dei mezzi migliori per raggiungere i propri fini) è corretto e razionale, quello che di solito si mette nella funzione di utilità in quasi tutti i modelli è molto limitato.
Il centro dell’attenzione è il consumatore, ma le cose più importanti per la soddisfazione di vita non sono solo quelle che mettiamo nel carrello della spesa.

Con l’economia civile e gli oltre 300 economisti che hanno firmato il manifesto per il rinascimento economico abbiamo delineato, sulla base di questo e di tanti altri risultati empirici, la figura dell’homo integralis, la cui soddisfazione e ricchezza di senso di vita dipendono da cinque elementi principali: qualità di vita e di relazioni, senso del vivere generale e personale (meaning and purpose direbbero gli anglosassoni), generatività (proprio impatto sociale ed ambientale), connessioni e autotrascendenza.

Sono queste le cose più importanti, che poi indirizzano anche le scelte di acquisto e di consumo e spiegano, ad esempio, perché un tifoso di calcio romano va a vedere una partita allo stadio Olimpico anche se si vede molto meglio in tv a casa, o perché i ragazzi vanno al concerto di Irama e si entusiasmano per la sua canzone “Ovunque sarai” che parla del desiderio umano di autotrascendenza.

E la variabile del senso di vita (meaning and purpose) secondo me è la spiegazione principale del mio risultato.
L’uomo è un cercatore di senso, e la religione (si sia credenti o meno) è una risposta completa alla domanda di senso (da dove veniamo, dove andiamo) incluse le parti meno gradevoli della nostra esistenza (il dolore e la morte).