Referendum giustizia: motivi ragionevoli e non faziosi per dire Sì

referendum giustizia motivi ragionevoli per dire sì
Emanuele Pinelli
17/03/2026
Orizzonti

Lo avrete notato: a quattro giorni dal voto, è difficile trovare un articolo sul referendum che non inizi con parole di stizza – se non di aperto sconforto – verso lo squallore del dibattito pubblico sull’argomento.
“Premesso che stiamo cadendo sempre più in basso, che stiamo toccando sempre più il fondo, che ormai i toni sono da osteria, che la televisione è diventata inguardabile, che a nessuno interessa il merito della riforma, che i social sono tossici, che non c’è più la classe politica di una volta” e ogni altra possibile variazione sul tema, “con somma fatica proveremo comunque a parlare del referendum”.

Questo sfoggio di buon gusto e di indignazione, anche se comprensibile, è un po’ fuori tempo massimo.

Conosciamo da decenni le regole degli show televisivi, gli algoritmi dei social media e il ruolo di sfogo purificatore di massa che ormai assumono i referendum, descritti invariabilmente dai leader politici come battaglie esistenziali per salvare la democrazia.

Ha davvero senso lamentarsi adesso per una tendenza che era visibile da tempo, e che nel tempo ha mietuto illustri vittime collaterali (a cominciare dal nucleare civile, del quale oggi le continue crisi del gas ci stanno facendo sentire la più dolorosa nostalgia)?

Eppure, quattro anni fa…

C’è stata, tuttavia, almeno un’importante eccezione a quella tendenza.
E il caso vuole che sia stato proprio un referendum sul sistema giudiziario: quello che si è tenuto il 12 giugno 2022, nel silenzio e nel disinteresse generale, portando a votare appena il 20% degli elettori.

Il caso vuole, poi, che tra i sei quesiti (forse troppi, in linea con la tradizionale bulimia referendaria del Partito Radicale) comparissero anche la separazione delle carriere, alcuni timidi aggiustamenti sulla responsabilità dei giudici e un lieve correttivo al potere delle correnti politiche nell’eleggere il Consiglio Superiore della Magistratura.

La differenza è che a quell’epoca se ne poteva parlare civilmente, con argomenti logici e di buonsenso, perché il voto era stato ignorato dal tritacarne mediatico.

Le ragioni per dire “Sì” si potevano esprimere senza il rumore di sottofondo dei Gratteri, delle Bartolozzi, delle 1.700 registe e dei bambini nel bosco.
(Persino la Lega, che in un primo momento aveva sostenuto quel referendum a favor di telecamere, per fortuna poi si era defilata).

Cosa ci impedisce, dunque, di parlare dell’attuale referendum con la stessa civiltà e la stessa ragionevolezza con cui parlavamo di quello di allora?

Concediamoci, se volete, questo piccolo lusso.

1. Perché separare le carriere è una buona idea

Se un comune cittadino sfoglia la Costituzione, all’art. 111 legge che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”

La domanda che sorge spontanea è: “Per come stanno oggi le cose, posso aspettarmi questa parità, questa terzietà e questa imparzialità? Posso aspettarmele davvero? Posso aspettarmele sempre?”

E la risposta, purtroppo, è: “No, non posso”.

Il motivo è noto: il giudice che prenderà la decisione finale potrebbe avere con il pubblico ministero – che di fatto svolge il ruolo di accusatore – rapporti più stretti di quelli che ha con l’imputato e con il suo avvocato difensore.

Il giudice e il pubblico ministero, infatti, ad oggi condividono la stessa carriera. Vuol dire che ricevono la stessa formazione, affrontano gli stessi concorsi, talvolta lavorano negli stessi uffici, di frequente sono inseriti nelle stesse chat, e soprattutto votano per eleggere lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura.

Esiste, quindi, una probabilità superiore a zero che i due appartengano alla stessa corrente (ad esempio Magistratura Indipendente, legata alla destra, o Magistratura Democratica, legata alla sinistra) o che non possano farsi torti a vicenda per via di un accordo tra correnti.
In breve, il cittadino imputato e il suo avvocato difensore rischiano sempre di partire svantaggiati e di non godere di quella parità, terzietà e imparzialità cui la Costituzione gli darebbe diritto.

Per ridurre tale rischio, la cosiddetta “riforma Nordio” separa le due carriere e soprattutto crea due distinti CSM, scongiurando ogni possibile rapporto di complicità personale o di fedeltà elettorale tra il giudice e il pm.
È un compimento, non un tradimento, delle parole della Costituzione.

2. Perché separare le carriere non è una cattiva idea


C’è chi teme che sdoppiare le carriere e i CSM abbia un costo eccessivo per le finanze pubbliche.
Ma è un timore infondato: i costi attuali del CSM sono di 45 milioni all’anno, e, se anche raddoppiassero, sarebbero una briciola rispetto ai 668 miliardi della nostra spesa pubblica corrente.

Si dice anche che un intervento sulla Costituzione sia troppo invasivo e poco utile, dal momento che già il governo Draghi ha introdotto una sostanziale “separazione delle funzioni”.

Ora, premesso che già il processo “in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale” ha dovuto essere aggiunto nel 1999 a una Costituzione che prima non lo prevedeva, l’attuale “separazione delle funzioni” non risolve il problema del possibile legame a sfondo politico-elettorale tra il giudice e il pm, che continuano a votare per lo stesso CSM.

Un ultimo timore è che la novità non riduca la durata dei processi.
Può darsi, certo. Ma può anche darsi che ne riduca il numero: con le carriere rigidamente separate, infatti, i giudici potrebbero respingere più spesso le richieste di autorizzazione a procedere presentate dai pm.

Al momento ne viene accolto il 94%, di cui il 60% finisce archiviato per assenza di prove e il 25% si conclude con un’assoluzione: per ognuno di questi fiaschi, almeno un innocente perde ingiustamente il suo tempo, il suo denaro, la sua reputazione e a volte persino la sua libertà.

3. Perché istituire un’Alta Corte disciplinare è una buona idea

Intendiamoci, la maggior parte dei magistrati è onesta.
Ma l’onestà di chi esercita un potere pubblico non dovrebbe dipendere da una scelta generosa o da uno spiccato senso morale: deve dipendere dal rischio di subire conseguenze se si è disonesti.

Oggi un comune cittadino prova gratitudine per il magistrato che decide, in virtù della propria integrità morale, di non processarlo senza prove. Ma in una società moderna e democratica non dovrebbe funzionare così. Il cittadino dovrebbe viversene tranquillo, sapendo che se un magistrato provasse a processarlo senza prove pagherebbe un prezzo elevato almeno in termini disciplinari.

Anche qui, la domanda sorge spontanea: “Cosa mi garantisce, oggi, che un magistrato non mi prenda di mira per il puro gusto di provarci, sapendo che tanto il tentativo è a costo zero?”.

E anche qui, purtroppo, la risposta è: “Non lo garantisce niente”.

Le sanzioni disciplinari vengono, infatti, stabilite dal CSM: quello stesso CSM che, come abbiamo visto, si regge su accordi politici interni e filiere di voti.

Il risultato è sconfortante: su 1.582 segnalazioni disciplinari fatte nel 2025, 1.543 sono state archiviate e appena 10 si sono concluse con una sanzione al magistrato.
In un paese dove mille cittadini all’anno cadono vittime di errori giudiziari e 70.000 giornate di carcere all’anno vengono inflitte illegalmente, è inverosimile che il problema siano solo 10 giudici.

La cosiddetta “riforma Nordio” prova a migliorare le cose istituendo un’Alta Corte disciplinare indipendente, dedicata solo a queste controversie.
Sarà composta da “sei magistrati giudicanti e tre requirenti,  estratti  a  sorte  tra  gli appartenenti alle rispettive  categorie  con  almeno  venti  anni  di esercizio”, da tre membri “nominati dal Presidente della Repubblica tra professori  ordinari  di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio” e da tre membri “estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione”.

4. Perché istituire un’Alta Corte disciplinare non è una cattiva idea

C’è chi teme che la paura dell’Alta Corte scoraggerebbe indagini delicate, ad esempio sulla mafia.

Riflettiamoci, però: tanto più è potente un individuo, tanto più è necessario trovare prove davvero solide prima di accusarlo. Un’accusa debole verrebbe subito smontata dai suoi abili avvocati e finirebbe per ripulire la sua reputazione.
Non a caso, le statistiche ci dicono che sono quasi sempre i normali cittadini, i comuni imprenditori e gli amministratori locali a subire processi fondati sul nulla.

Inoltre, trovo inquietante l’idea che per sconfiggere il crimine sia necessaria un’autorità senza limiti che non renda mai conto dei propri sbagli: curiosamente, quegli stessi italiani che si sentono tranquilli a lasciare un potere così sproporzionato nelle mani dei magistrati avrebbero il terrore di metterlo nelle mani dei poliziotti.

5. Perché sorteggiare i CSM è una buona idea

L’ultimo punto della riforma prova ad affrontare alla radice il problema delle correnti politiche nella magistratura.

La domanda che dobbiamo porci è questa: “Dato il tipo di funzioni che svolge il CSM, è davvero necessario eleggerlo attraverso uno scontro politico?”

E la risposta è: “No, non lo è”.

Secondo la Costituzione (art. 105) il CSM decide su avanzamenti di carriera, trasferimenti e promozioni: che senso ha sottoporre queste scelte a un dibattito tra magistrati di destra, di centro e di sinistra?

Dovrebbero essere valutazioni tecniche, neutre, ispirate al ragionevole buonsenso.
Quale ruolo benefico possono mai avere le preferenze politiche in scelte del genere?

La cosiddetta “riforma Nordio” prova a fare chiarezza affidando al sorteggio l’elezione dei due CSM.
I membri “togati” (2/3) verranno sorteggiati tra tutti i magistrati requirenti e giudicanti, mentre i membri “laici” (1/3) da un elenco di avvocati e professori universitari votato dal Parlamento.

6. Perché sorteggiare i CSM non è una cattiva idea

Questa è la novità che sta suscitando più paure.
Anzitutto, ci si chiede, ricorrere al sorteggio non è un segno di sfiducia verso i magistrati?

Al contrario: è un segno di grande fiducia, perché ritiene ogni singolo magistrato italiano, senza eccezioni, capace di prendere decisioni tecniche sulle carriere dei suoi colleghi.
Peraltro, già oggi si sorteggiano i membri di tribunali che prendono scelte molto più ardue, come quello per i crimini dei ministri, quello per l’impeachment al Presidente della Repubblica e le Corti d’assise per i delitti di sangue.

Ma la paura delle paure è quella del “controllo politico sui magistrati”.

Si dice: “Se i decreti attuativi faranno sì che l’elenco da cui sorteggiare i “membri laici” includa solo fedelissimi del governo di turno, non si rischia che i CSM diventino una sua emanazione?”

È una paura comprensibile, ma alcuni dati aiutano a farla passare.

Anzitutto, il Parlamento non è il governo e i “membri laici” non sono i parlamentari.
Ma supponiamo pure che i “membri laici” fossero tutti fedeli esecutori dei desideri del Parlamento, che a sua volta eseguisse senza fiatare i desideri del governo.

Ebbene, stanti le attuali preferenze politiche dei magistrati, il pericolo che dal sorteggio dei “membri togati” esca una maggioranza identica a quella di governo è ridotto (in quanto centristi e indipendenti sono sovra-rappresentati tra i magistrati, superando il 30%) e più o meno identico tra destra e sinistra.

L’attuale composizione del CSM con le correnti a cui appartengono i membri togati (da Wikipedia).


Ora, è improbabile che Meloni faccia decreti attuativi che consegnerebbero a un ipotetico governo avversario la possibilità concreta di controllare il CSM.

Se poi, per caso, l’orientamento politico dei magistrati dovesse mutare nei prossimi anni, premiando le correnti di destra e sinistra a scapito dei centristi e degli indipendenti, anche con le regole attuali il governo di turno “controllerebbe il CSM”, senza bisogno di nessuna riforma.

In quello scenario, anzi, il sorteggio casuale lascerebbe almeno un minimo spiraglio di probabilità che le cose non vadano come il governo vorrebbe.
E per chi ha più a cuore le istituzioni che la propria fazione partitica, questa sarebbe una buona notizia.

Che cosa abbiamo più a cuore?

La domanda finale del comune cittadino, forse, è proprio questa: “Ho davvero più a cuore le istituzioni che la mia fazione partitica?”

Per me, la risposta è “Sì”