Referendum giustizia: anatomia di un disastro politico annunciato

Rosario Scognamiglio
25/03/2026
Appunti di Viaggio

Lo spoglio è finito e la realtà ha presentato il conto a una politica che sembra aver smarrito la capacità di ragionare per principi. Il referendum sulla giustizia non è stato bocciato nel merito. È stato respinto politicamente. Con il 53,2% di NO contro il 46,7% di SÌ, l’Italia non ha giudicato una riforma, ma una classe dirigente incapace di spiegarla, difenderla o anche solo discuterla seriamente. I numeri raccontano una frattura profonda: il Mezzogiorno ha fatto muro, le “regioni rosse” del Centro hanno respinto veementemente il testo. Ma dietro i decimali si nasconde, nitido, il fallimento di un’intera classe dirigente.

La terza ondata della protesta

Ma il dato più significativo è quello generazionale: tra i 18 e i 34 anni il NO raggiunge il 56,7%. Non è un voto tecnico. È un voto politico, è un voto contro. Per la terza volta in pochi anni, dopo le elezioni del 2018 che videro prevalere le forze populiste e antisistema e il 2022 della vittoria di Meloni in rottura con l’esecutivo Draghi, oggi il referendum sulla Giustizia è diventato il nuovo perno di uno schiaffo al potere centrale. Una parte consistente dell’elettorato utilizza le urne non per scegliere, ma per sanzionare. Il referendum diventa così lo strumento di una protesta che prescinde dal merito e si alimenta di sfiducia. Non si valuta una riforma: si colpisce chi la propone. Un voto “contro” che prescinde dal testo della riforma, confermando una deriva pericolosa: l’urna non è più il luogo della scelta consapevole, ma lo spazio della sanzione cieca verso chi governa.

L’opportunismo del fronte progressista e il tradimento a Vassalli, D’Alema, Prodi e Pannella

Il dato più amaro riguarda però l’atteggiamento della sinistra italiana. Qui emerge una frattura culturale prima ancora che politica. Per decenni, una parte importante della sinistra italiana ha fatto del garantismo una propria bandiera. Dalla tradizione radicale di Marco Pannella fino alla stagione delle riforme che portarono al Codice Vassalli del 1989, l’obiettivo era chiaro: costruire un processo realmente accusatorio, fondato sulla parità tra accusa e difesa e sulla centralità dell’imputato come soggetto di diritti. Quella stagione non era solo tecnica, ma profondamente politica. Significava sottrarre la giustizia alla logica emergenziale e restituirla a un equilibrio tra poteri. Anche i tentativi successivi, dalla Bicamerale guidata da Massimo D’Alema fino alle riforme del secondo governo Prodi, si muovevano — pur tra contraddizioni — in quella direzione. Eppure, oggi, il fronte progressista ha preferito rinnegare questa eredità pur di cavalcare l’onda della protesta antigovernativa. Invece di entrare nel merito, di emendare o di sfidare la maggioranza sul terreno dell’efficienza processuale, si è scelta la scorciatoia del NO ideologico. Un tatticismo esasperato che ha trasformato una riforma strutturale in un mero strumento di logoramento, tradendo battaglie storiche per una giustizia finalmente “giusta”.

Il ritorno alla responsabilità parlamentare

Il verdetto di oggi è la fotografia di un fallimento bipartisan. Da un lato, una maggioranza che ha peccato di hybris, sbagliando completamente la strategia comunicativa: invece di spiegare il valore tecnico della riforma, ha preferito alimentare uno scontro frontale tra Esecutivo e Magistratura.

Supportata da un sistema mediatico spesso appiattito su narrazioni colpevoliste, la maggioranza ha puntato il dito esclusivamente contro gli errori dei magistrati, trasformando il quesito in un atto d’accusa. Le stesse dichiarazioni del Ministro Nordio e della sua ormai ex capo di gabinetto Bartolozzi durante la campagna referendaria hanno contribuito a polarizzare il clima, spostando il baricentro dal merito della riforma alla “resa dei conti” istituzionale.

Dall’altro, l’opposizione ha scientemente evitato il merito giuridico della riforma, il risultato è stata una campagna referendaria che ha assunto i connotati della lotta nel fango. Il fronte progressista ha scelto di trasformare un delicato quesito tecnico-costituzionale in un referendum pro o contro l’esecutivo, cavalcando l’onda della protesta pur di incassare un punto politico immediato. Questa deriva, che riduce la Costituzione a un’arma da brandire nei talk show, è il vero tradimento della funzione parlamentare. Una riforma che incide in modo così chirurgico sulla fase preliminare del processo e sulla parità tra accusa e difesa, sulla dignità dell’imputato e sull’architettura degli organi di autogoverno della magistratura, richiede il bisturi del legislatore, non la clava del populismo elettorale. Il NO di oggi è, allo stesso tempo, una lezione e un avvertimento. È una lezione di prudenza: perché segnala che riforme così delicate non possono essere imposte senza un consenso ampio e consapevole. Ma è anche un avvertimento: perché mostra una crescente sfiducia dei cittadini verso una classe dirigente percepita come inadeguata. Se ogni passaggio istituzionale diventa occasione di scontro, se ogni riforma viene letta esclusivamente in chiave politica, il rischio è quello di svuotare progressivamente gli strumenti della democrazia, trasformandoli in meri canali di protesta.

Davanti a questo scenario di reciproche accuse e fallimenti condivisi, torna alla mente l’ammonimento di Nikolaj Gogol’: «Non dar la colpa allo specchio se hai la faccia storta».

La giustizia non può diventare terreno di propaganda. È un’architettura delicata, che richiede competenza, equilibrio e responsabilità. E proprio per questo non accetta scorciatoie. Se la politica continuerà a usarla come campo di battaglia, il rischio non è soltanto quello di fallire una riforma, ma di compromettere definitivamente la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto. Perché senza fiducia nella giustizia, non c’è democrazia che possa reggere.