Il referendum apocalittico: quando ogni voto diventa una resa dei conti
In Italia il referendum non è quasi mai un voto su una norma. È un voto sull’ordine politico nel suo complesso. L’oggetto cambia – Cnel, Csm, acqua pubblica, autonomia regionale, trattenuta sindacale, separazione delle carriere – ma la narrazione resta identica. È sempre in gioco la democrazia, la Costituzione, la sopravvivenza dello Stato liberale (addirittura).
Questo scarto tra oggetto tecnico e rappresentazione simbolica costituisce il cuore del problema. Il referendum ha perso la sua natura di strumento normativo e si è trasformato in un dispositivo simbolico totalizzante. Non è più un meccanismo di decisione su un assetto funzionale. È un rito di legittimazione o delegittimazione dell’intero sistema politico.
Dal punto di vista politolinguistico, non siamo davanti a un eccesso di passione civile. Siamo davanti a un uso sistematico di strategie discorsive di drammatizzazione, che alterano la scala semantica del conflitto e producono una distorsione cognitiva permanente.
Traslazione sistemica e intensificazione: dal dettaglio al destino
La prima operazione retorica che si osserva è la traslazione di livello. Una modifica puntuale dell’architettura istituzionale viene inglobata dentro una categoria superiore e drammatica. Non si discute più una riforma. Si discute la natura del regime.
Quando in un talk show si afferma che “è in ballo la sopravvivenza dello Stato liberale”, si compie una escalation semantica. L’oggetto non viene analizzato nella sua funzionalità comparata. Viene assorbito nel campo lessicale dell’esistenza. È una tipica strategia di intensificazione categoriale.
A questo si affianca il topos del punto di non ritorno. La riforma non è reversibile. Non è migliorabile. È una soglia. O la si supera o si precipita. Questo elimina la gradualità. Impedisce la valutazione incrementale. Trasforma il referendum in un giudizio finale.
Siamo dentro un frame escatologico. Non si tratta più di organizzazione delle carriere. Si tratta di salvezza o smantellamento. La politica diventa teatro della catastrofe.

Frame apocalittico e polarizzazione morale
Il lessico utilizzato è coerente. “Difendere”, “salvare”, “evitare la deriva”, “impedire lo smantellamento”. Sono termini appartenenti al campo semantico della crisi terminale. Questo attiva un frame apocalittico che non ammette ambiguità.
Dal punto di vista dell’analisi del discorso, siamo davanti a una combinazione di iperbolizzazione del rischio, costruzione dell’urgenza e riduzione binaria delle alternative. O si vota per la difesa della democrazia, o si contribuisce alla sua erosione.
Qui interviene una seconda strategia: la polarizzazione morale preventiva. Se è in gioco la sopravvivenza dello Stato liberale, allora chi sostiene il cambiamento non è semplicemente in disaccordo. Diventa corresponsabile di un danno sistemico.
Il conflitto si sposta dalla dimensione politica a quella etico-esistenziale. Non si valuta l’efficacia di un modello. Si valuta la purezza democratica dell’intenzione. È una forma di delegittimazione che evita il confronto comparato.
Naturalizzazione dell’esistente e mistificazione genealogica
Un altro dispositivo retorico centrale nella campagna del No è la naturalizzazione dell’assetto vigente. L’organizzazione attuale della magistratura viene presentata come se fosse l’unica configurazione possibile della libertà costituzionale. L’esistente diventa sinonimo di garanzia. La storia viene rimossa, o meglio, selezionata. Qui opera una strategia precisa: la mistificazione genealogica.
L’unificazione delle carriere non nasce come presidio neutro dell’indipendenza. Viene blindata nel 1941 da Dino Grandi dentro una logica coerente con uno Stato autoritario e gerarchico. La funzione non era proteggere la magistratura dal potere politico, ma incorporarla in una struttura verticale compatta. L’unità serviva a garantire coesione e controllo sistemico.
La Costituzione repubblicana ha spezzato il legame con il Governo. Ha sottratto la magistratura all’Esecutivo. Ma ha mantenuto l’unità delle carriere. Questo è un fatto giuridico.
La retorica del No opera una sovrapposizione indebita: trasforma una scelta organizzativa storicamente determinata in un principio costituzionale intangibile. L’unità viene elevata a dogma identitario, come se modificarla equivalesse a compromettere l’autonomia.
Qui si attiva il topos della continuità sacralizzata: ciò che è sopravvissuto alla transizione repubblicana diventa, retroattivamente, fondamento necessario della libertà. Ma questa operazione compie un salto logico.
L’indipendenza della magistratura non coincide ontologicamente con l’unità delle carriere. Coincide con la sottrazione all’Esecutivo e con le garanzie costituzionali di autonomia. Confondere i due piani significa praticare una fusione semantica strategica: si ingloba un elemento organizzativo dentro una categoria assiologica più ampia, rendendolo indisponibile al confronto.
La retorica del No utilizza inoltre il frame della minaccia implicita: separare le carriere significherebbe indebolire l’imparzialità, aprire varchi al controllo politico, introdurre una frattura pericolosa.
Si tratta di una classica strategia di proiezione ipotetica catastrofica. Non si argomenta sul modello comparato, non si discute della compatibilità con altre democrazie avanzate, non si entra nel merito tecnico. Si costruisce uno scenario di erosione progressiva. Ma c’è un ulteriore elemento che il discorso del No tende a rimuovere.
Nel tempo, l’unità delle carriere e il sistema delle correnti hanno prodotto una struttura fortemente autoreferenziale. Questo non è un giudizio ideologico, ma un dato di osservazione nel dibattito pubblico. Il sospetto diffuso – e linguisticamente rilevante – è che appartenere allo stesso ordine, e spesso alle medesime correnti associative, possa attenuare la percezione di distanza tra funzione requirente e funzione giudicante.
La retorica del No evita questo nodo attraverso una strategia di neutralizzazione preventiva: chi solleva il tema viene immediatamente ricondotto dentro il frame della “delegittimazione della magistratura”. Si attiva il topos della fortezza assediata: ogni critica è un attacco sistemico.
In questo modo il conflitto non resta sul piano organizzativo. Viene traslato sul piano morale. Non si discute una struttura. Si difende un presidio simbolico. Ed è qui che la retorica si irrigidisce.
Si passa dal dibattito su un modello istituzionale alla costruzione di un antagonismo etico: da una parte la difesa dello Stato di diritto, dall’altra il rischio della sua erosione. È la stessa struttura discorsiva che trasforma un referendum tecnico in una prova esistenziale.
Il punto è chiaro: il No non difende soltanto un assetto. Difende una narrazione. E per difenderla utilizza intensificazioni, fusioni semantiche e topoi sacralizzanti che sottraggono l’oggetto alla discussione comparativa.
Ed è in questa prescrizione retorica che il referendum smette di essere confronto istituzionale e diventa rito identitario.
Costruzione del nemico e presupposizione intenzionale
La retorica apocalittica richiede un antagonista. Si attiva allora la costruzione inferenziale dell’intenzione. Non si critica la struttura proposta. Si attribuisce un fine nascosto.
Qui entra in gioco la strategia della progressione implicita. Oggi si riorganizza. Domani si controlla. Dopodomani si limita. È una sequenza ipotetica trasformata in causalità latente.
Questa tecnica utilizza la presupposizione discorsiva. L’intenzione autoritaria non viene dimostrata. Viene data per sottintesa. L’argomento diventa morale prima ancora che tecnico.
In questo modo il referendum non è più valutazione di modelli organizzativi. Diventa difesa identitaria contro un nemico sistemico. La deliberazione si restringe. La mobilitazione emotiva cresce.
Personalizzazione plebiscitaria e referendum come arma contro il governo
In Italia il referendum tende a trasformarsi in un voto su una persona. Ma questa personalizzazione non è sempre identica nella sua genesi.
Esistono due modalità distinte: la auto-personalizzazione strategica e la etero-personalizzazione oppositiva.
Nel 2016 Matteo Renzi trasformò consapevolmente il referendum costituzionale in un voto su se stesso. Fu una scelta retorica deliberata. Applicò una strategia di focalizzazione carismatica: l’esito del voto divenne un giudizio sulla sua leadership. La riforma fu inglobata nel frame “o me o il caos”. L’oggetto tecnico venne subordinato alla dimensione plebiscitaria.
Nel caso attuale, il meccanismo opera in modo diverso. La personalizzazione non nasce dal promotore. Nasce dall’opposizione. È una etero-personalizzazione conflittuale. Il referendum diventa uno strumento per colpire il capo del governo, anche quando il quesito è tecnico e settoriale.
Dal punto di vista politolinguistico, questo produce una trasformazione funzionale del voto. Non è più uno strumento di revisione normativa. È un dispositivo di logoramento politico. L’oggetto del referendum si riduce a pretesto. Il bersaglio diventa la leadership.
Qui interviene una strategia ulteriore: la sovrapposizione simbolica. Il quesito viene sovraccaricato di significati che travalicano la sua materia. Votare contro la riforma significa “fermare” il governo. Votare a favore significa “rafforzarlo”. La deliberazione si appiattisce sulla dinamica maggioranza-opposizione.
Questo meccanismo altera la natura costituzionale del referendum. Lo trasforma in una mozione di sfiducia indiretta. In una democrazia parlamentare, ciò produce una torsione plebiscitaria che distorce l’equilibrio tra rappresentanza e democrazia diretta.
La teatralizzazione mediatica amplifica questo effetto. I talk show non discutono il merito della riforma. Discutono l’impatto politico sull’esecutivo. Si attiva così una dinamica di iper-mediatizzazione competitiva, in cui il referendum viene narrato come battaglia finale tra campi contrapposti.
Il risultato è un referendum che smette di essere tecnico e diventa simbolico; smette di essere correttivo e diventa conflittuale; smette di essere deliberativo e diventa plebiscitario.
E quando la politica assume stabilmente forma plebiscitaria, la razionalità istituzionale arretra. Rimane la competizione identitaria.
Il referendum come rito antropologico
Sul piano antropologico il referendum funziona come un rito di verifica dell’ordine politico. È uno dei pochi momenti in cui il cittadino percepisce un potere diretto non mediato.
Quando il potere diretto è raro, si carica di significato. Diventa luogo di proiezione identitaria. Rabbia, appartenenza, sfiducia si condensano nel voto.
Questo spiega la ricorrenza della retorica terminale. Ogni referendum viene percepito come un momento costituente. Non si decide su una norma. Si decide su un’identità collettiva.
Il problema non è la passione democratica. È la sproporzione retorica permanente. Quando ogni voto è ultimo, la politica perde la sua dimensione ordinaria.
Tra riforma e teatro permanente
Il vero rischio non è la riforma. È l’erosione del linguaggio pubblico. Quando una modifica organizzativa viene descritta come minaccia esistenziale, il dibattito si deforma.
La retorica del No utilizza traslazioni sistemiche, iperbolizzazioni, presupposizioni, naturalizzazioni e costruzioni del nemico. Questi strumenti mobilitano. Ma impoveriscono la deliberazione.
Una democrazia matura distingue tra conflitto politico e catastrofe simbolica. Se tutto è “difesa della democrazia”, nulla resta graduabile. E senza graduazione, la discussione democratica si riduce a rituale.
Il referendum non dovrebbe essere un’apocalisse. Dovrebbe essere uno strumento. Restituirgli questa natura è un atto di maturità istituzionale, non di schieramento ideologico.








