Reclutare le donne? In Ucraina c’è chi ha rotto il tabù. Il precedente israeliano

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Davide Cucciati
27/08/2026
Frontiere

La mobilitazione obbligatoria delle donne non rientra oggi nei piani delle istituzioni ucraine.

Il 25 agosto il Comitato della Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) per la sicurezza nazionale, la difesa e l’intelligence ha diffuso una nota netta: non esistono progetti di legge, iniziative legislative o discussioni interne per introdurla. Le donne continuano a entrare nelle Forze di difesa su base volontaria.

La precisazione è arrivata dopo alcuni giorni nei quali il tema aveva conquistato spazio nel dibattito pubblico.

Infatti, il 20 agosto l’ex ministro della Difesa Oleksii Reznikov ha affermato che il dovere di difendere il Paese dovrebbe riguardare tutti i cittadini, uomini e donne.

Nel suo ragionamento compare esplicitamente Israele, indicato come il riferimento più vicino alla condizione ucraina: uno Stato sottoposto a una minaccia permanente e capace di coinvolgere una parte molto ampia della popolazione nella difesa.

Reznikov ha affrontato anche l’aspetto pratico: un maggiore impiego delle donne nella logistica, nell’amministrazione, nei droni e in altri incarichi lontani dalla prima linea permetterebbe di spostare verso il fronte uomini oggi impiegati nelle retrovie.
Peraltro, l’esperienza israeliana, così come quella sovietica durante la Seconda guerra mondiale, mostra che l’impiego femminile può estendersi anche ai ruoli di combattimento in prima linea.

Oksana Ivanets, tenente colonnello della riserva con oltre venticinque anni di servizio, sostiene un modello vicino a quello israeliano: tutti dovrebbero contribuire alla difesa, con incarichi differenti in base alle necessità.
La deputata Inna Sovsun pone invece l’accento sui problemi che il sistema dovrebbe affrontare prima di allargare gli obblighi: rinvii ed esenzioni concessi agli uomini, evasione dal servizio e condizioni ancora difficili per molte soldatesse volontarie.

Il dibattito incrocia così fabbisogno militare, equità e capacità organizzativa dello Stato.

Il riferimento a Israele circola da tempo in Ucraina.
Lo scorso maggio avevo affrontato il tema in un’analisi dedicata alle riflessioni di Yosef Zissels sull’Ucraina.
Zissels, storico esponente dell’ebraismo ucraino ed ex dissidente sovietico, mi aveva parlato a Kyiv della necessità di trasformare l’Ucraina in un Paese più preparato militarmente, prendendo Israele come riferimento.

In una lettera successiva aveva scritto della necessità di preparare figli e nipoti, maschi e femmine, alla possibilità del servizio militare. La stessa riflessione era poi confluita nella versione inglese pubblicata sul Times of Israel.
A maggio quella posizione apparteneva soprattutto al ragionamento di un intellettuale sulla sopravvivenza del proprio Paese. Tre mesi dopo la questione viene posta pubblicamente da un ex ministro della Difesa e rilanciata da un ex inviato speciale americano.

Le istituzioni ucraine hanno per ora chiuso la porta.

Il Comitato della Rada ha escluso iniziative sulla mobilitazione femminile e alcuni membri del Comitato difesa ritengono molto improbabile che una proposta del genere possa trovare spazio in Parlamento.
La rapidità della risposta riflette anche la necessità di contrastare la disinformazione: il Centro ucraino per il contrasto alla disinformazione ha segnalato che la propaganda russa sta sfruttando il tema per diffondere l’idea che Kyiv stia già preparando l’arruolamento delle donne e per alimentare l’impressione di un esaurimento delle risorse di mobilitazione ucraine.

Resta la questione da cui la discussione è nata. Una guerra lunga modifica progressivamente il rapporto tra società civile e difesa. L’Ucraina deve mantenere forze armate numerose, garantire le rotazioni e preservare al tempo stesso un’economia e una demografia sottoposte a una pressione enorme.

La domanda su chi debba sostenere il costo umano di una guerra destinata a durare è entrata stabilmente nel dibattito ucraino.