La querela oligarchica contro Linkiesta è un attacco all’Europa libera
L’Europeista sta con Massimiliano Coccia. Quando il potere russo prova a colpire chi indaga sulle sue reti patrimoniali in Italia, il bersaglio non è solo un giornalista, è lo spazio pubblico europeo.
Ci sono querele che non nascono per ottenere giustizia, ma per produrre silenzio. La querela contro Massimiliano Coccia, giornalista di Linkiesta e tra le voci più solide del giornalismo d’inchiesta italiano sul potere russo in Europa, appartiene a questa categoria politica prima ancora che giudiziaria.
Coccia ha reso noto di essere stato querelato per un’inchiesta pubblicata quasi un anno fa sulla famiglia Matvienko, uno dei nuclei più influenti dell’élite russa vicina al Cremlino. Siamo davanti a un episodio che riguarda il diritto dei cittadini italiani ed europei a sapere come si muovono denaro, influenza, protezione e relazioni quando arrivano dal cuore del sistema putiniano e trovano appoggi, varchi e compiacenze dentro il nostro perimetro democratico.
Valentina Matvienko, presidente del Consiglio della Federazione Russa, è una delle figure apicali dello Stato russo. È alleata strettissima di Vladimir Putin ed è sottoposta a sanzioni europee per il suo sostegno all’aggressione contro l’Ucraina. Suo figlio Sergej, secondo la ricostruzione di Linkiesta, avrebbe svolto un ruolo centrale nella proiezione patrimoniale e relazionale della famiglia in Italia e nel più ampio spazio europeo.
L’inchiesta di Coccia, uscita il 1° agosto 2025, ha messo in fila fatti, documenti e connessioni. Al centro, la Villa M. di Pesaro, formalmente riconducibile alla Fondazione Dominanta. Una struttura giuridica italiana priva, secondo la ricostruzione giornalistica, di una reale attività culturale o sociale visibile. Una partita IVA italiana intestata a Sergej Matvienko, indicata come funzionale a mantenere presenza, conti, accesso ai servizi e radicamento locale. Il trasferimento di asset a San Marino poco prima dell’attivazione delle sanzioni europee, la rete di relazioni nelle Marche, i rapporti con figure del mondo consolare e professionale locale, la donazione per il restauro della casa natale di San Francesco ad Assisi, episodio che dice molto di una strategia antica: comprare rispettabilità pubblica mentre si conserva opacità privata.
Il punto di questa vicenda non è la villa in sé, la donazione o la partita IVA: è il sistema. Un potere autoritario che bombarda l’Ucraina e, nello stesso tempo, continua a cercare riparo dentro l’Europa dei notai, delle fondazioni, delle schermature patrimoniali, delle corti civili, delle amicizie influenti e delle giurisdizioni grigie. Il Cremlino non agisce soltanto con i carri armati. Agisce con il denaro, con la disinformazione, con il diritto usato come arma, con la reputazione comprata a rate e con la minaccia legale rivolta a chi osa guardare dietro la facciata.
Per questo L’Europeista si schiera senza ambiguità al fianco di Massimiliano Coccia e di Linkiesta.
Non per automatismo corporativo di categoria, ma perché qui è in gioco una questione essenziale: se il giornalismo investigativo può ancora raccontare le reti del potere russo in Italia senza essere trascinato in una guerra di logoramento giudiziario.
La querela temeraria, o comunque percepita come tale da chi la subisce, non serve necessariamente a vincere. Serve a stancare, isolare e a far capire agli altri cronisti e alle loro testate che indagare costa. Costa denaro, tempo, reputazione, energie e, non per ultima, serenità personale. È una forma di censura privatizzata, più elegante del bavaglio e spesso più efficace. Non vieta formalmente di scrivere. Rende semplicemente più rischioso farlo.
La restrizione invisibile dello spazio pubblico
Non sempre con l’arresto dei giornalisti, come accade nei regimi. Nelle democrazie si può fare in modo più sottile: sommando cause, richieste di risarcimento, intimidazioni, pressioni reputazionali, querele costruite per spostare l’attenzione dal contenuto dell’inchiesta al destino giudiziario di chi l’ha firmata. Il risultato è lo stesso: meno domande, meno documenti, meno luce.
L’Italia conosce bene questa fragilità; siamo un paese in cui l’informazione vive spesso sotto ricatto economico e giudiziario. Un Paese dove chi fa inchiesta deve misurare non soltanto la solidità delle fonti, ma anche la capacità di resistere a chi dispone di più soldi, più avvocati, più relazioni. Quando questa asimmetria incontra gli interessi di potenze ostili, il problema non è più soltanto italiano. Diventa europeo.
La guerra russa contro l’Ucraina ha mostrato che la sicurezza del continente non si difende soltanto inviando armi a Kyiv, sostenendo le sanzioni o rafforzando il fianco orientale della Nato. Si difende anche impedendo che i capitali riconducibili ai potentati del Cremlino continuino a trovare ospitalità nei nostri territori. Si difende pretendendo trasparenza da fondazioni, società veicolo, reti fiduciarie e patrimoni schermati. Si difende colpendo l’elusione delle sanzioni con la stessa serietà con cui si approvano le sanzioni.

È qui che l’Europa deve smettere di essere ingenua
Ventisette sistemi nazionali, ventisette velocità amministrative, ventisette archivi, ventisette culture della vigilanza finanziaria non bastano contro un avversario che opera come un unico blocco di potere. Mosca non distingue tra affari, intelligence, diplomazia, propaganda e intimidazione. Intanto, noi continuiamo troppo spesso a dividerli in competenze, uffici, procedure, eccezioni: è il modo migliore per perdere
L’indignazione temporanea e vacua non serve più. E’ necessaria un’autorità continentale capace di tracciare i capitali russi, incrociare dati, verificare beneficiari effettivi, seguire fondazioni e veicoli patrimoniali e intervenire quando le giurisdizioni nazionali si rivelano troppo lente o troppo permeabili. Serve, insomma, una efficiente politica comune di applicazione delle sanzioni, non soltanto una politica comune di annuncio delle sanzioni.
E serve, con la stessa urgenza, proteggere chi indaga. Perché la libertà di stampa non è un ornamento liberale da evocare nelle cerimonie, ma un’infrastruttura essenziale della sovranità democratica.
L’Europeista nasce da una convinzione semplice: l’Europa non è un sentimento, è una responsabilità. E questa responsabilità è in capo a noi, chiamati a rendere vita i sogni dei nostri nonni che l’Europa l’hanno immaginata e ne hanno costruito le basi. Lontani parimenti da Mosca, da Pechino, e da Washington.
Per questo la querela contro Coccia e Linkiesta ci riguarda
Riguarda chiunque pensi che la stampa debba poter seguire i soldi, nominare le reti, ricostruire gli interessi e sottoporre il potere a verifica. Riguarda chiunque sappia che il giornalismo non è infallibile, ma è necessario. Riguarda chiunque capisca che l’Europa libera non si difende soltanto ai confini orientali, ma anche nelle redazioni, nei tribunali, nei registri societari, nelle banche, nelle procure, nei parlamenti.
Massimiliano Coccia ha fatto il suo lavoro, pubblicando su Linkiesta un’inchiesta di interesse pubblico. Ora tocca alle istituzioni, alla politica, alla stampa e alla società civile dimostrare che chi racconta le zone d’ombra del potere russo non viene lasciato solo.
Un’Europa che non difende i suoi giornalisti non difende se stessa. Non possiamo sopportare un’istituzione che tollera capitali opachi mentre denuncia l’aggressione russa, che lascia soli i cronisti davanti ai potentati ostili. La vera sovranità deve emergere proprio in questi frangenti.
Noi stiamo dalla parte di chi fa luce. E chiediamo che l’Italia e l’Unione europea facciano lo stesso, senza esitazioni, senza calcoli, senza sconti.









