Quello di Gergiev non era un concerto, ma un segnale mafioso del Cremlino

Piercamillo Falasca
23/07/2025
Orizzonti

Solo in apparenza si trattava di un evento culturale. Il direttore d’orchestra Valery Gergiev, senza dubbio uno dei più talentuosi musicisti del nostro tempo, avrebbe dovuto salire sul podio della Reggia di Caserta il 27 luglio per dirigere un concerto sinfonico. Ma dietro quel gesto artistico si nascondeva qualcosa di più, molto di più di un programma musicale. A pochi giorni dall’esibizione, dopo un’ondata crescente di proteste, l’evento è stato annullato. E con esso è stato respinto anche il messaggio politico implicito che quel concerto intendeva lanciare.

A cogliere la natura strategica dell’operazione è Peter W. Krueger, in un post su X: «Questa era un’operazione ben mirata da parte del Cremlino per aprire un’ulteriore breccia di penetrazione in un Paese già tra i più infiltrati d’Europa». Un’azione che, secondo Krueger, ricalca la logica mafiosa del “segnale”: mostrare che il Cremlino può fare come vuole, anche nei luoghi simbolici dell’Europa democratica, con modalità non dissimili da quelle già viste nell’eliminazione di dissidenti e traditori all’estero. Un’operazione, conclude, che avrebbe potuto aprire la strada a molte altre, tutte all’insegna della sedicente “cultura russa”, usata come cavallo di Troia della propaganda.

Valery Gergiev non è un artista qualsiasi. È da tempo una delle figure simboliche della cultura russa più vicine al potere di Vladimir Putin. Ha diretto concerti celebrativi in Crimea pochi giorni dopo l’annessione, ha giustificato pubblicamente l’intervento militare in Ucraina, ha partecipato a eventi ufficiali del Cremlino, e la sua presenza a Caserta, in piena estate italiana, non poteva essere considerata una casualità. Quella serata si sarebbe trasformata in un atto simbolico, in un segnale a tutto il continente: il Cremlino è ancora capace di entrare nei teatri d’Europa con i suoi ambasciatori più raffinati, e l’Italia è forse il terreno più fertile su cui testare una nuova forma di penetrazione culturale.

La reazione dell’opinione pubblica è stata, fortunatamente, netta. Centinaia di intellettuali, attivisti e cittadini – molti dei quali russi o ucraini in esilio – hanno chiesto che il concerto fosse cancellato. Tra questi, anche Yulia Navalnaya, vedova dell’oppositore Alexei Navalny, che ha denunciato l’iniziativa come una legittimazione culturale del regime di Mosca. In pochi giorni, la raccolta firme lanciata da Memorial Italia ha raccolto oltre 16.000 adesioni, diventando una delle più visibili campagne civiche contro la penetrazione soft del potere russo in Occidente.

Il governo italiano, inizialmente silente, ha poi fatto sentire la sua voce. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito l’iniziativa “insensata”, ribadendo come l’Italia non possa offrire palcoscenici pubblici a chi legittima l’aggressione russa in Ucraina. Anche la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, che più di tutti si è battuta per l’annullamento del concerto, ha parlato di “errore morale”. A cedere non è stato però la Regione Campania, organizzatrice dell’evento, ma la direzione della Reggia di Caserta, che ha deciso di annullare l’evento, facendo leva sul principio di “non neutralità della cultura” in tempi di guerra.

L’atteggiamento più controverso è stato quello avuto per settimane dal presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che ha difeso l’invito a Gergiev in nome della libertà artistica e dell’autonomia della cultura dalla politica. Una posizione che, nella sua pretesa neutralità, ha finito col rendersi funzionale alla narrazione del Cremlino, per cui l’arte sarebbe un ambito neutro, impermeabile a ogni responsabilità morale. Ma in una fase storica in cui la Russia si serve della cultura come leva geopolitica, ignorarne le implicazioni significa accettare passivamente la sua strategia.

Ciò che è accaduto a Caserta non è un episodio isolato, ma un tassello di un’operazione più ampia. Da anni il Cremlino tenta di mantenere una presenza simbolica in Europa attraverso festival, scambi accademici, mostre e concerti. Questi eventi diventano spazi ambigui in cui la propaganda si traveste da arte e il potere si cela dietro l’eleganza della musica classica. L’Italia, per posizione geografica, fragilità istituzionale e retorica politica talvolta indulgente verso Mosca, rappresenta il ventre molle dell’Europa. Una terra di mezzo su cui il Cremlino scommette, oggi più che mai.

Annullare il concerto di Gergiev è stata una vittoria. Non tanto contro un uomo, ma contro un’idea di impunità. È stata una risposta collettiva che dimostra come esistano ancora anticorpi civici, morali e istituzionali capaci di opporsi a forme sofisticate di infiltrazione. Ma non bisogna abbassare la guardia. L’episodio dimostra che la pressione culturale russa non si esprime solo attraverso i canali ufficiali, ma può assumere forme eleganti, difficili da contestare senza apparire censorie.

L’Europa, e l’Italia in particolare, devono elaborare un nuovo lessico politico e culturale per rispondere a queste sfide. Non si tratta di proibire, ma di comprendere. Non si tratta di isolare gli artisti, ma di discernere tra libertà creativa e legittimazione del potere. La vicenda del concerto di Gergiev, con la presenza annunciata e poi ritirata, ha mostrato quanto sia sottile la linea tra cultura e propaganda, tra arte e dominio. E ha ricordato a tutti noi che anche un concerto, a volte, può essere un’arma.

La campagna che ha portato alla cancellazione di quel concerto – promossa tra gli altri dagli amici di Europa Radicale – non è stata censura. È stata una forma di resistenza liberale, una difesa razionale dei fondamenti aperti della democrazia. Come ammoniva Karl Popper, non si può essere tolleranti con gli intolleranti: l’ospitalità culturale ha un limite, ed è quello oltre cui l’arte diventa strumento del dominio. Difendere questo limite significa difendere la libertà stessa.