Quella proposta che l’Occidente accetterebbe ma che Putin non fa
Parliamoci chiaro: se al vertice di venerdì in Alaska il dittatore russo proponesse di congelare il fronte ucraino lungo le linee attuali, chiuderla qui e non pensarci più, gli americani e gli europei farebbero a gara per accontentarlo.
Il vero interesse dell’Europa
Certo, per l’Europa non sarebbe affatto la soluzione ottimale. Entro il 2030, come hanno mostrato i dati raccolti dal Kiel Institute e come i media di stato russi ripetono ogni giorno in prima serata, il Cremlino sarebbe pronto ad aggredire i paesi baltici: un’aggressione che costringerebbe a intervenire almeno la Polonia e la Finlandia (se non anche la Germania) e provocherebbe uno shock economico senza precedenti anche nei paesi che si credono lontani e al sicuro.
Se noi europei non vogliamo perdere in meno di cinque anni quel poco di benessere che ci resta e migliaia delle persone che amiamo, dovremmo sostenere al massimo la resistenza ucraina fino all’esaurimento dei mezzi finanziari e militari dell’invasore, che a quel punto non potrebbe più servirsene contro di noi.
Le illusioni di appeasement
Questo, però, lo diciamo sottovoce in quattro gatti “guerrafondai”.
La vasta maggioranza dei politici del nostro continente, che in questo rispecchiano fedelmente il sentimento della loro base elettorale, vuole soltanto che in Ucraina si smetta di sparare il prima possibile e, in alcuni casi, che si torni addirittura a fare affari con gli oligarchi di Mosca.
Se quindi fosse questa la proposta di Putin, ad accoglierla con sollievo sarebbero non solo Trump e i repubblicani americani, ma anche i leader europei di ogni colore politico. Il governo ucraino avrebbe poca scelta di fronte a un consenso così universale.
E pazienza per il diritto internazionale fatto a pezzi, per gli oltre 19.000 bambini ucraini rapiti e destinati a restare in mano ai russi per sempre, per gli oltre centomila stupri destinati a restare impuniti. Sarebbero dettagli di poca importanza di fronte al presunto “ritorno della pace”.
La domanda, quindi, sorge spontanea: perché Putin non fa questa richiesta che chiunque accetterebbe?
Perché si ostina a pretendere concessioni impossibili, come la consegna a tavolino delle città del Donetsk che non ha ancora conquistato?
Il diavolo è nei dettagli
La prima spiegazione è che, anche una volta stabilito che i territori occupati resteranno occupati, rimarrebbero ostacoli rilevanti.
Anzitutto la questione delle garanzie di sicurezza per gli ucraini. Visto quel che accadde dopo gli accordi del 2014 e del 2015, che congelarono il fronte ma non impedirono ulteriori invasioni russe, stavolta gli ucraini pretendono in cambio l’ingresso nella NATO o almeno una missione militare europea a difesa dei loro confini.
C’è inoltre il tema delle sanzioni: se dopo le invasioni del 2014 e del 2015 sono state mantenute, che senso avrebbe eliminarle dopo l’invasione del 2022, che è stata molto più sanguinaria?
Un conto è bloccare qui il conflitto, ma con le sanzioni che continuano a stritolare la macchina industriale russa e con una deterrenza internazionale che impedisce ai russi di attaccare di nuovo.
Tutt’altro conto è bloccare qui il conflitto lasciando l’Ucraina inerme e riavviando la Russia alla crescita industriale.
Sarebbero due “paci” radicalmente diverse, anche se in entrambe i territori occupati resterebbero occupati. E Putin, per ovvie ragioni, non può acconsentire alla prima.
Per il Congresso americano e per i parlamenti europei è facile alzare le spalle e accettare il fatto compiuto delle conquiste di Putin: dopotutto non è in loro potere annullarle.
Molto più difficile è rinunciare alle sanzioni e al sostegno militare all’Ucraina, che invece sono del tutto in loro potere. Su questo il consenso (per fortuna) non sarebbe universale come (purtroppo) lo è sui territori occupati.
C’è una Caporetto ucraina all’orizzonte?
Nel rendere Putin così ostinato, però, potrebbero pesare anche altri elementi. Uno di questi è l’impressione che sia possibile una vittoria schiacciante sul campo di battaglia, e che dunque non esista alcun motivo per fermarsi adesso.
Proprio negli ultimi giorni c’è stata una fuga di notizie allarmante dall’area di Dobropillya, sul fronte Est: per la prima volta dal 2023, alcune unità russe sarebbero riuscite ad infiltrarsi per più di 13 km oltre le linee ucraine, rischiando di far collassare una linea fortificata di centinaia di km.
Una riedizione (con motociclette e droni) di quello che accadde agli italiani nella disfatta di Caporetto del 1917.
Alcuni analisti OSINT (Open-source Intelligence) hanno ingigantito la portata di questo sfondamento, approfittandone per mettere sotto accusa la corruzione e il nepotismo di Syrsky.
Altri l’hanno ridimensionata, osservando che si trattava di piccoli gruppi sparpagliati a cui il battaglione Azov era già pronto a dare la caccia da quattro giorni. Non sarebbe la prima volta, del resto, che gli ucraini “lasciano entrare” alcune unità russe per poi affrontarle in condizioni più vantaggiose: è già accaduto qualche settimana fa vicino Sumy.
C’è infine chi, con il senso della misura che è sempre necessario nel seguire questa guerra, ha commentato che è un’operazione potenzialmente pericolosissima, che mette in luce le difficoltà degli ucraini nel presidiare larghi tratti del fronte, ma non è uno sfondamento né una vittoria decisiva.
Non c’è dubbio, però, che Putin, nel ricevere la notizia, avrà senz’altro fiutato l’odore del sangue e si sarà sentito ancora più in posizione di forza.
Ricordiamo quello che ci dicono da tempo gli oppositori russi: l’inquilino del Cremlino, quanto e più di altri dittatori, vive in una bolla informativa dove le sconfitte non esistono mai e i successi appaiono sempre più promettenti di quello che sono.
Per noi è strano guardare Putin con questi occhi, perché siamo convinti che “i grandi della Terra” abbiano accesso a informazioni dettagliate e riservate che danno loro una consapevolezza perfetta della situazione.
Ma Putin, come anche Trump (che nelle ultime ore ha mostrato a più riprese di non aver capito nulla dell’Ucraina, a partire dalla geografia e dal diritto costituzionale), stanno lì a dimostrarci che non sempre è così.
Il cuore del Faraone
E, a proposito di questo, c’è una terza spiegazione che non si può escludere.
Per anni Vladimir Putin ha costruito intorno a sé un mito propagandistico, che i russi devono sorbirsi sui media, nei cartelli per strada e finanche nelle scuole elementari: questo mito fa di lui il vendicatore dei torti subiti dalla Russia, il restauratore dell’impero sovietico (se non addirittura dell’impero zarista, Alaska compresa) e il distruttore della malata società occidentale.
Si è fatto paragonare a Stalin e a Pietro il Grande. Ha giurato che “la giunta nazista di Kiev” sarebbe stata annientata e, con lei, “l’Occidente collettivo” (qualunque cosa sia).
È davvero così improbabile che Putin sia caduto lui stesso vittima della sua propaganda e abbia iniziato a credere sul serio in questo mito?
E se crede sul serio in questo mito, come può spiegare ai suoi adepti che ha portato a casa “soltanto” il 20% dell’Ucraina, lasciando intatti “la giunta nazista di Kiev” e “l’Occidente collettivo”?
Come può l’erede di Pietro il Grande tornare a casa senza neanche il villaggio di Pokrovsk, dove in un anno di assedio sono caduti più russi di quanti americani siano caduti in Vietnam, di quanti tedeschi siano caduti a Stalingrado o di quanti romani siano caduti a Canne?
Può darsi che il popolo russo accetterebbe questo magro risultato, dal momento che gli interessano solo la fine dei combattimenti e il ritorno alla normalità.
Ma Putin accetterebbe questo magro risultato da sé stesso?
La Bibbia ci racconta che Dio indurì il cuore del Faraone, in modo che si ostinasse a non liberare gli israeliti e che finisse sprofondato negli abissi con tutto il suo esercito.
Anche nella storia più recente non sono mancati i sovrani che, prigionieri del loro stesso mito, sono rimasti sordi alla voce del calcolo e della convenienza: sappiamo bene che a Stalingrado tutti quei soldati tedeschi morirono perché il loro führer aveva dato l’ordine insensato di non ritirarsi.
Venerdì il dittatore russo si godrà senza dubbio un trionfo d’immagine che nutrirà il suo mito ancora di più. Ma non è detto che le conseguenze concrete saranno piacevoli per lui.









