Quattro focolai, un solo sistema: la guerra dell’attrito globale

Étienne Delacroix
03/01/2026
Orizzonti

All’inizio del 2026 il mondo sembra incendiarsi in punti lontani tra loro, come se si trattasse di crisi distinte, locali, scollegate. La guerra tra Ucraina e Russia continua senza una soluzione politica all’orizzonte; in Iran le proteste contro il regime tornano a scuotere un sistema di potere logoro ma ancora feroce; in Venezuela nelle ultime ore si è svolto l’inizio del regime change sotto l’egida USA, con l’arresto di Maduro; nello Yemen, l’area di Hadramawt è teatro di un attacco sostenuto dallArabia Saudita, che riporta il conflitto yemenita al centro delle dinamiche strategiche del Golfo.

La tentazione europea è quella di leggere questi eventi come capitoli separati di un mondo caotico: dossier diversi, tavoli diplomatici diversi, comunicati diversi. È una tentazione rassicurante. Ed è, quasi certamente, un errore.

La tesi: non crisi regionali, ma una guerra dell’attrito

La tesi che propongo è semplice e scomoda: non siamo di fronte a quattro crisi, ma a un solo sistema di pressione globale. Un sistema in cui attori statali e para-statali testano, simultaneamente, la resilienza delle grandi architetture politiche—Occidente incluso—attraverso una strategia di attrito diffuso.

Non si tratta di una guerra coordinata nel senso classico. Non esiste una “cabina di regia” unica. Ma esiste una convergenza di incentivi: rendere il mondo più instabile, più costoso, più lento da governare. In questo contesto, l’obiettivo non è vincere rapidamente, ma stancare, frammentare, normalizzare il disordine.

La guerra in Ucraina non è più solo un conflitto territoriale: è una macchina che consuma risorse, attenzione politica, capitale industriale e coesione sociale europea. Le proteste in Iran non sono solo una questione di diritti civili: sono un banco di prova per un regime che sa di poter reprimere sapendo che il sistema internazionale è già sovraccarico. Il Venezuela non è solo un problema latinoamericano: è un laboratorio di instabilità controllata ai margini del sistema occidentale. Lo Yemen, infine, non è una guerra “dimenticata”: è un punto di frizione strutturale tra sicurezza energetica, rivalità regionali e credibilità delle potenze del Golfo.

Il filo che unisce i quattro eventi: il costo del tempo

Il filo che lega questi focolai non è ideologico, né culturale. È temporale. Tutti e quattro producono la stessa conseguenza: aumentano il costo del tempo per le democrazie avanzate.

Ogni crisi aggiunge:

incertezza sulle catene di approvvigionamento, pressione sui mercati energetici e assicurativi, distrazione strategica per governi già lenti, logoramento dell’opinione pubblica.

Chi beneficia di questo meccanismo non è necessariamente chi “vince” sul campo, ma chi riesce a sopravvivere più a lungo in un ambiente degradato. L’attrito diventa una strategia razionale per attori che sanno di non poter battere frontalmente l’Occidente, ma di poterlo rendere più costoso da governare.

L’errore europeo: trattare l’attrito come emergenza

L’Europa continua a reagire come se ogni crisi fosse temporanea, eccezionale, destinata prima o poi a “rientrare”. Questo approccio è figlio di un mondo che non esiste più.

Nel 2026 il problema europeo non è l’assenza di valori, ma l’assenza di capacità sistemiche adeguate a un mondo di crisi permanenti. L’attrito non è un incidente: è la nuova normalità strategica.

Continuare a pensare in termini di gestione dell’emergenza—anziché di architettura della resilienza—significa accettare di giocare sempre in difesa, sempre in ritardo, sempre al prezzo fissato da altri.

Che cosa dovrebbe fare un’Europa più assertiva

Un’Europa più assertiva non è un’Europa più aggressiva. È un’Europa che smette di confondere moderazione con passività.

Tre atteggiamenti sono cruciali.

  • Trattare la sicurezza come infrastruttura. Difesa, energia, reti digitali, assicurabilità delle catene logistiche non sono capitoli separati. Sono elementi di un’unica infrastruttura di stabilità. Senza investimenti continui e coordinati, ogni crisi locale diventa un moltiplicatore di vulnerabilità.
  • Accettare che il tempo è una risorsa strategica. Accelerare autorizzazioni, procurement, decisioni comuni non è tecnocrazia: è potere. In un mondo di attrito, chi decide più lentamente perde opzioni prima ancora di perdere battaglie.
  • Parlare meno di valori e più di conseguenze. I valori contano. Ma senza strumenti producono frustrazione, non deterrenza. Un’Europa assertiva deve essere capace di dire: se accade X, il costo sarà Y. La prevedibilità delle conseguenze è la forma più sottovalutata di deterrenza.


Il 2026 come soglia

Il 2026 non è l’anno in cui “tutto peggiora”. È l’anno in cui diventa evidente ciò che era già in corso: la transizione da un mondo di crisi episodiche a un mondo di pressione continua.

I quattro focolai di questo inizio d’anno non chiedono all’Europa di scegliere dove intervenire. Chiedono all’Europa di scegliere che tipo di attore vuole essere: un gestore stanco di emergenze o un costruttore lucido di capacità.

La pace, per troppo tempo, è stata trattata come un servizio in promozione. Nel 2026 è chiaro a tutti che è a tariffa piena. La vera domanda è chi è disposto a pagarla- e come.


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