Quando la Francia affossò la difesa comune europea, della quale oggi è il primo sponsor
Questo è un saggio breve, il cui tempo di lettura è di circa 10 minuti.
La Francia è oggi la principale promotrice dell’autonomia strategica dell’Unione Europea: un drastico rovesciamento rispetto al 1954, quando la sua stessa Assemblea Nazionale affossò la Comunità Europea di Difesa (CED).
Thierry Breton, ex commissario UE a cui gli Usa negarono il visto di ingresso a causa del suo ruolo chiave nella promozione e nell’applicazione del Digital Service Act (DSA) dell’Unione Europea, nel suo ultimo libro “Le Dix renoncements qui ont fait la France” (Le dieci rinunce che hanno fatto la Francia), edizioni Plon, spiega cosa accadde nel 1954.
I padri dell’integrazione europea: Monnet e Schuman
I francesi Jean Monnet e Robert Schuman furono i padri dell’integrazione europea. Incoraggiati dai successi della loro prima “comunità” (la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, CECA, del 1952) e spronati dagli americani, si spinsero oltre, proponendo la creazione di un esercito europeo, ritenuto necessario per la difesa dell’Europa occidentale nel teso contesto della Guerra Fredda.
La ratifica del trattato fu approvata abbastanza rapidamente da tutti gli Stati membri. Tranne che in Francia, dove si impantanò in un acceso dibattito che divise i partiti, riaccendendo vecchi sentimenti antitedeschi e antiamericani da una parte, e sentimenti filosovietici dall’altra, che a loro volta formarono una strana coalizione di opposizione.
Il fallimento della CED e la nascita dell’Europa economica
Il Primo Ministro Pierre Mendès France, rifiutandosi di prendere posizione, lasciò che fosse il Parlamento a decidere, senza dare istruzioni esplicite. Il 30 agosto 1954, un voto negativo segnò la fine della difesa europea.
Per riprendersi e guardare avanti, i padri fondatori dell’Europa proposero subito la costruzione di un’Europa economica, fondata sulla forza del mercato unico. Un progetto decisamente più consumistico che politico.
Ci sarebbero voluti settant’anni per iniziare a restituire all’Europa gli attributi di potere necessari per affrontare collettivamente i brutali cambiamenti del mondo.
Da oppositori a promotori
Un paradosso della storia: è la Francia che, pur avendo rinunciato alla difesa europea (non del tutto per motivi sbagliati all’epoca), oggi ne è in prima linea, nel rispetto della sovranità degli Stati membri.
Mario Monti, nel suo applauditissimo intervento a Milano all’assemblea de L’Europeista, ha definito Monnet uno dei padri fondatori dell’integrazione europea.
L’approccio di Monnet prevedeva la cessione graduale di quote di sovranità nazionale a istituzioni sovranazionali attraverso passi concreti e solidarietà di fatto. Secondo Mario Monti, l’Unione Europea deve praticare una governance multilaterale ambiziosa ispirandosi a questo schema.
L’idea europea: da Victor Hugo a Aristide Briand
L’Europa è un’idea francese. Il 22 agosto 1849, al Congresso Internazionale per la Pace Universale di Parigi, Victor Hugo evocò la prospettiva messianica degli “Stati Uniti d’Europa”.
Dieci anni dopo la Grande Guerra, un vero e proprio suicidio per l’Europa, Aristide Briand, allora Ministro degli Affari Esteri, pronunciò l’11 settembre 1929, di fronte all’Assemblea Generale della Società delle Nazioni, uno storico discorso sull’indispensabile unione dei popoli europei attorno a un “vincolo federale”.
La crisi economica globale, la chiusura di stati ed economie, l’ascesa dei totalitarismi e poi una nuova guerra mondiale che trasformò l’Europa in un campo di macerie, decisero diversamente.
La dichiarazione Schuman e la nascita della CECA
Fu la Francia a rilanciare questa visione, proponendo al contempo mezzi concreti per realizzarla. Il 9 maggio 1950, Robert Schuman pronunciò una breve dichiarazione al Salon de l’Horloge del Quai d’Orsay sui mezzi per stabilire una pace duratura in Europa.
Il termine “costruzione europea” fu utilizzato per la prima volta in un discorso ufficiale, definendo il nuovo orizzonte della diplomazia francese.
Schuman delineò il progetto di un’unione che avrebbe sigillato concretamente la riconciliazione franco-tedesca attraverso il controllo delle materie prime essenziali per l’industria bellica. Per evitare un’altra guerra, era necessario unire i produttori di armi e costringerli alla solidarietà europea all’interno di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio.
Schuman era nato nel 1886 in Lussemburgo da padre originario della Lorena, una regione aspramente contesa. Era particolarmente sensibile all’idea di spezzare una volta per tutte il ciclo di guerre nel Vecchio Continente.
Schuman introdusse anche l’idea di un’autorità superiore indipendente dai governi nazionali, le cui decisioni sarebbero state vincolanti per gli Stati membri – in altre parole, l’elemento sovranazionale.
Il progetto portava l’impronta del suo amico Jean Monnet, le cui idee circolavano allora negli alti uffici governativi, negli ambienti diplomatici e industriali.
Monnet era un uomo di visione internazionale, convinto da tempo che i problemi della Francia, come quelli di qualsiasi altro paese europeo, non potessero più essere risolti esclusivamente entro i confini nazionali.
Il successo della CECA e i principi dell’integrazione
Tuttavia, per lui la cooperazione intergovernativa non era sufficiente a rilanciare l’Europa, ed era necessario orientarsi verso soluzioni di integrazione sovranazionale, che avrebbero necessariamente comportato rinunce parziali ma dolorose di sovranità nazionale.
Nel 1950, fu Commissario Generale per il Piano di Modernizzazione e Rifornimento della Francia.
Avviata rapidamente e istituita nel luglio del 1952, la CECA, che riuniva Francia, Italia, Germania Ovest (RFT), Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, fu un successo clamoroso. Normalizzò l’idea che il riavvicinamento tra ex nemici non solo fosse possibile, ma anche vantaggioso.
La CECA creò il germe di una coscienza europea tra sei Stati e un’élite amministrativa europea.
Parallelamente, Schuman, Monnet e i loro partner europei, come il belga Paul-Henri Spaak, l’italiano Alcide de Gasperi o il tedesco Konrad Adenauer, ebbero l’opportunità di mettere in pratica gli stessi principi nel campo, ben diverso, della difesa.
In questo contesto bellicoso, gli americani volevano che l’Europa occidentale si riarmasse il più rapidamente possibile per resistere a un potenziale attacco sovietico, anche a costo del riarmo della Germania, appena dieci anni dopo la capitolazione del Terzo Reich.
Per loro era importante ricreare le unità militari tedesche, ma sotto il comando della NATO, l’organizzazione integrata di assistenza militare e strategica istituita da Washington nel 1949.
Il Piano Pleven e la Comunità Politica Europea
Il piano fu presentato il 24 ottobre 1950 dal Primo Ministro francese René Pleven, che lo illustrò al Parlamento, il quale rimase colpito dalle sue solenni dichiarazioni di principio.
In questo “Piano Pleven”, che fu modificato e discusso per due anni, Monnet e i suoi collaboratori affrontarono il problema della difesa con lo stesso principio della CECA: l’integrazione settoriale, in questo caso all’interno di un esercito comune, sotto l’egida di un’istituzione politica sovranazionale.
Il Piano Pleven prevedeva ambiziose proposte: la formazione di divisioni europee che incorporassero battaglioni nazionali, la nomina di un Ministro della Difesa europeo che rispondesse all’Assemblea della CECA, e così via.
Ma, per Jean Monnet, la CECA, come il progetto europeo a cui aspirava in generale, non doveva essere una forza concorrente della NATO, bensì estenderne la portata.
L’opposizione francese: comunisti e gollisti
Per questo motivo, nel 1953, l’Assemblea CECA propose una Comunità politica europea (PEC), di ispirazione federalista, da affiancare alla CED.
Ma le due principali formazioni politiche francesi si opposero con veemenza al progetto: il Partito Comunista, guidato da Maurice Thorez, e il nascente “Rassemblement du Peuple Français” (RPF) del generale de Gaulle.
Questi due partiti formarono un curioso fronte del rifiuto, nonostante l’abisso ideologico che li separava.
I comunisti, che ufficialmente propugnavano il pacifismo ma ufficiosamente servivano gli interessi strategici dell’URSS, vedevano nella CED un segno di militarizzazione imperialista orchestrata dagli americani.
Dal canto loro, i gollisti del RPF vedevano la Comunità Europea di Difesa (CED) come un segno di abdicazione nazionale.
Per loro, la CED sarebbe stata dannosa per l’indipendenza nazionale della Francia e avrebbe messo in pericolo i suoi interessi vitali privandola del suo esercito.
Il progetto dell’esercito europeo era, secondo il generale de Gaulle, completamente assurdo: un esercito può essere solo nazionale, che era l’essenza stessa dell’impegno militare, e questa “Babele militare” che la CED avrebbe rappresentato non avrebbe potuto infondere nei suoi soldati un autentico desiderio di combattere.
L’intellettuale Emmanuel Mounier, ad esempio, vedeva nel progetto, nel contesto di una Francia sempre più influenzata dalla cultura di massa americana, solo il pericolo di una sottomissione a una cultura straniera proveniente d’oltreoceano.
Sulla rivista Esprit, Jean-Marie Domenach denunciò nel 1953 una “falsa Europa” asservita agli Stati Uniti.
Anche gli interessi dell’impero coloniale influenzarono l’ostilità al trattato. François Mitterrand, presidente dell’Unione Democratica e Socialista della Resistenza (UDSR), riteneva che la Comunità Europea di Difesa (CED) avrebbe compromesso la presenza francese in Africa, incrinando l’unità dell’esercito francese.
Il peso della memoria storica
Il socialista Jules Moch, ministro della Difesa Nazionale nel governo Pleven nel 1950, non usò mezzi termini quando parlò della minaccia tedesca: tre invasioni in settantacinque anni, e soprattutto la morte di milioni di persone nelle camere a gas e nei forni crematori, costituivano, per lui, ragioni sufficienti per ritenere che i tedeschi avessero una “mentalità diversa” e che sarebbe stato saggio diffidare del loro riarmo.
Organizzazioni ebraiche, come il CRIF (Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia), si batterono contro la CED, ricordando i “crimini tedeschi”.
Poco prima del voto, l’anziano deputato radicale Édouard Herriot pronunciò una solenne e commovente dichiarazione, rievocando i suoi ricordi di deportazione in Germania e i crimini che quel paese aveva commesso contro la Francia e altri stati europei.
Il suo sentimento sembrava sincero, riecheggiando quello dell’anziano Daladier, che al congresso del Partito Radicale del marzo 1954 aveva dichiarato che una visita ad Auschwitz era essenziale prima di qualsiasi discussione sul riarmo tedesco.
Anche i gollisti Michel Debré, futuro padre della Costituzione della V Repubblica, e Jacques Chaban-Delmas, si espressero contro il testo.
Poi i deputati votarono e, con 319 voti contro 263, l’Assemblea respinse la CED.
Il paradosso del riarmo tedesco
Paradossalmente, la Francia aveva ripudiato l’Europa nell’agosto del 1954 per proteggersi da un riarmo tedesco in gran parte orchestrato e meno di un anno dopo, poté solo accettare l’inevitabile rimilitarizzazione della Germania Ovest.
Negli anni Cinquanta, il popolo tedesco era diventato, paradossalmente, uno dei più pacifisti d’Europa.
Gli americani e gli inglesi, così come molti stati europei, un tempo occupati dagli eserciti tedeschi e crudelmente assoggettati alle loro leggi di guerra, sembravano aver superato i pregiudizi antitedeschi.
Solo i francesi continuavano a non riuscire a liberarsi completamente delle loro riserve, che non erano certo del tutto illegittime.
Cancelliamo il passato? Non è così semplice!
Quanto al “gioco” americano e alle sue potenziali ripercussioni sulla sovranità europea, nessuno può dire che le riserve dei gollisti di allora fossero infondate. Gli eventi attuali ce lo ricordano quotidianamente.
No, ciò che è stato indubbiamente cruciale in quel momento decisivo per il futuro del nostro continente fu l’incapacità francese di affrontare collettivamente e tempestivamente una questione essenziale per l’Europa, rinunciando ad esercitare la sua influenza attraverso azioni diplomatiche appropriate e attentamente coordinate con tutte le parti coinvolte, al fine di redigere un testo che servisse sia l’interesse generale europeo sia le aspirazioni francesi.
In ogni caso, settant’anni dopo, la difesa europea ha ancora bisogno di essere (re)inventata.
Ma il tempo stringe!








