Putin non si fermerà finché non verrà fermato

Piercamillo Falasca
22/08/2025
Frontiere

«Putin is not going to stop until he is stopped. Putin only understands strength.» – con questa frase netta, l’ex vicepresidente americano Mike Pence ha condensato il senso di una lezione storica che l’Occidente sembra dimenticare a ondate ricorrenti. Di fronte all’aggressione russa in Ucraina, non è la diplomazia accomodante né il compromesso al ribasso a garantire la pace, ma la capacità di deterrenza, la fermezza, la disponibilità a resistere.

La logica della forza

La politica estera russa degli ultimi vent’anni non lascia spazio a dubbi: da Grozny a Tbilisi, da Donetsk a Kyiv, Vladimir Putin ha mostrato di interpretare ogni concessione occidentale come segno di debolezza. Il linguaggio che egli comprende – e a cui reagisce – non è quello delle conferenze multilaterali o dei colloqui di pace evocati senza prospettiva, ma quello della forza. Non a caso, dopo il ritiro americano dall’Afghanistan e le ambiguità europee sulle sanzioni energetiche, il Cremlino ha colto l’occasione per allargare la sua sfera di influenza con un’invasione su larga scala.

Il rischio dell’illusione diplomatica

La frase di Pence andrebbe incisa sulle scrivanie di chi, in Europa, continua a ripetere che “serve più dialogo con Mosca”. Non perché il dialogo sia in sé da rifiutare, ma perché, nel contesto attuale, significa soltanto offrire tempo e margini a un aggressore che non intende arretrare. Pensare di fermare la guerra con concessioni territoriali o con l’abbandono delle aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina equivale a consegnare a Putin il premio della sua strategia: la dimostrazione che la violenza paga.

Il Memorandum di Budapest tradito

Un monito particolarmente amaro arriva dal 1994, quando l’Ucraina, appena uscita dall’orbita sovietica, accettò di rinunciare al terzo arsenale nucleare più grande del mondo in cambio di garanzie di sicurezza. Con il Memorandum di Budapest, Russia, Stati Uniti e Regno Unito si impegnarono solennemente a rispettarne l’integrità territoriale e la sovranità. Quelle firme avrebbero dovuto sancire un nuovo ordine europeo basato sulla fiducia e sulla cooperazione. Oggi sappiamo che quell’accordo è stato completamente disatteso: Mosca non solo ha violato la promessa, ma ha trasformato l’Ucraina in bersaglio privilegiato delle proprie ambizioni imperiali. Anche gli altri firmatari, pur avendo sostenuto Kyiv, non hanno potuto impedire l’aggressione russa. La vicenda del Memorandum di Budapest dimostra che la forza delle garanzie internazionali è nulla se non sostenuta da deterrenza reale: la pace, in altre parole, non si regge sulla carta ma sull’impegno concreto degli Stati a difendere chi subisce l’aggressione.



La scelta europea

Se davvero l’Unione Europea vuole essere attore geopolitico e non semplice spazio economico, deve prendere atto di questa realtà: l’Ucraina resiste anche per noi. La libertà, la sicurezza delle nostre democrazie, la stabilità del continente dipendono dalla capacità di sostenere Kyiv con mezzi militari, economici e politici adeguati. Non è un dovere “per altruismo”, ma un investimento nella nostra stessa sopravvivenza politica e strategica.

La storia insegna che i regimi aggressivi non si placano con le mezze misure. Nel Novecento lo abbiamo visto con Hitler e Stalin; oggi lo vediamo con Putin. Le parole di Mike Pence sono un monito: il Cremlino non conosce pause, né compromessi. Sa riconoscere soltanto la forza. Sta a noi decidere se esercitarla o subirne le conseguenze.