Punire i regolatori per proteggere le piattaforme: la rappresaglia USA contro il DSA
Con una mossa senza precedenti, il 23 dicembre 2025 gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni contro cinque personalità europee impegnate nella regolamentazione del settore tecnologico, vietando loro l’ingresso nel Paese.
Il provvedimento, annunciato dal Dipartimento di Stato, mira a colpire figure legate al Digital Services Act (DSA), il regolamento con cui l’Unione Europea impone obblighi stringenti ai colossi digitali in materia di contenuti e responsabilità. Il DSA era già stato oggetto degli attacchi di Elon Musk, a seguito della multa comminata a X per la scarsa trasparenza sui dark pattern e sulle opache modalità di accesso ai dati pubblici per i ricercatori.
Secondo l’amministrazione statunitense, le autorità di Bruxelles avrebbero esercitato pressioni indebite sulle aziende americane, minando la libertà di espressione e utilizzando a fini politici la regolamentazione digitale comunitaria.
Un atto di rappresaglia contro il DSA – Thierry Breton
L’atto si configura come una vera e propria rappresaglia nei confronti dell’Unione. È emblematico che tra i cinque nomi colpiti spicchi quello di Thierry Breton, ex Commissario europeo per il Mercato Interno e principale architetto del DSA.
Breton ha utilizzato proprio X per ribadire che il DSA è stato votato dal 90% dei parlamentari europei provenienti da tutti i 27 Stati membri, evocando l’immagine di un ritorno a una “caccia alle streghe in stile maccartista”.
Is McCarthy’s witch hunt back? 🧹
— Thierry Breton (@ThierryBreton) December 23, 2025
As a reminder: 90% of the European Parliament — our democratically elected body — and all 27 Member States unanimously voted the DSA 🇪🇺
To our American friends: “Censorship isn’t where you think it is.”
Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon – HateAid
Assieme a Breton, sono state sanzionate altre quattro figure chiave dell’attivismo digitale, tra cui Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon, fondatrici di HateAid, organizzazione non governativa tedesca senza scopo di lucro impegnata nel contrasto all’odio online, alle minacce digitali e alle campagne di diffamazione.
HateAid è entrata in conflitto con Musk dopo il suo ingresso alla guida di Twitter/X, assumendo una posizione pubblicamente critica sempre più marcata. L’organizzazione sostiene che le scelte della nuova proprietà abbiano indebolito in modo significativo i meccanismi di tutela delle vittime di odio e molestie online. In diversi interventi e iniziative legali, HateAid ha evidenziato come contenuti chiaramente illegali secondo il diritto europeo – minacce, incitamento all’odio, antisemitismo – siano rimasti online nonostante le segnalazioni. Emblematico il caso dell’azione giudiziaria promossa in Germania contro X per la mancata rimozione di contenuti antisemiti.

Clare Melford – Global Disinformation Index (GDI)
Analogamente, Clare Melford, co-fondatrice e CEO del Global Disinformation Index (GDI), è finita al centro di forti controversie per il lavoro svolto sull’analisi dei flussi pubblicitari che alimentano l’ecosistema della disinformazione online. Attraverso studi sistematici, GDI ha dimostrato come molti siti che diffondono disinformazione o contenuti estremisti sopravvivano non grazie al traffico organico, ma alla pubblicità programmatica erogata automaticamente da grandi circuiti globali. L’idea di fondo è che la disinformazione sia anche un fenomeno economico e che colpirne i finanziamenti sia spesso più efficace della sola moderazione dei contenuti.
Imran Ahmed – Center for Countering Digital Hate (CCDH)
Infine, Imran Ahmed, fondatore del Center for Countering Digital Hate (CCDH), incarna il livello più avanzato dello scontro tra piattaforme, potere politico e società civile. Il CCDH ha dimostrato, con analisi empiriche, come gli algoritmi di X tendano a favorire la diffusione di contenuti antisemiti e d’odio, soprattutto dopo l’acquisizione da parte di Elon Musk. Nel 2024 Musk ha tentato di colpire legalmente l’organizzazione con una causa civile negli Stati Uniti, ma il giudice ha respinto il caso, affermando che fosse evidente come X Corp, la società alla base di X, non tollerasse le critiche ricevute.
Ahmed, residente permanente negli Stati Uniti, ha quindi citato in giudizio l’amministrazione Trump davanti al distretto meridionale di New York, sostenendo di essere stato preso di mira per il lavoro del CCDH nel monitorare le piattaforme social, in violazione del Primo Emendamento. Il caso potrebbe diventare un simbolo della resistenza civile contro una politica statunitense sempre più ostile a chi promuove regolamentazioni digitali come il DSA europeo o l’Online Safety Act britannico.
Le reazioni europee
La Commissione Europea e i governi di diversi Stati membri hanno respinto le accuse dell’amministrazione Trump, definendo la misura un atto ostile e una forma di intimidazione politica. Bruxelles rivendica la piena legittimità del proprio impianto normativo, ribadendo che il DSA non riguarda la libertà di espressione, ma la responsabilità delle piattaforme nella gestione dei contenuti illegali, nel contrasto alla disinformazione e nella garanzia di trasparenza.
Ferma la replica di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea:
“La libertà di parola è il fondamento della nostra democrazia europea, forte e vibrante. Ne siamo orgogliosi e la proteggeremo. L’Unione Europea non si lascerà intimidire mentre difende i propri cittadini e le proprie leggi democratiche”.
Anche Emmanuel Macron ha bollato i divieti statunitensi come forme di “intimidazione e coercizione” contro la sovranità digitale europea, rivendicando il carattere democratico e sovrano della regolamentazione UE. Preoccupazione è stata espressa anche dal governo britannico che, pur extra-UE, ha dichiarato di sostenere la libertà di parola e l’impegno a mantenere Internet libero da contenuti dannosi.
La battaglia per la regolamentazione degli ambienti digitali entra ora nel vivo.








