Gli psichiatri dell’Iran sulle orme di Beccaria
Quest’anno la Repubblica Islamica dell’Iran ha già giustiziato almeno 841 dei suoi cittadini.
Molti erano dissidenti politici, arrestati durante le ondate di protesta degli ultimi anni o accusati di legami con gruppi proibiti. Spesso sono stati torturati per estorcergli confessioni false e a volte sono stati impiccati sulla pubblica piazza.
Sapendo che altre centinaia di iraniani rischiano di fare la stessa fine, con alcune sentenze che sono state già confermate all’ultimo grado di giudizio (ad esempio per una sindacalista, per un’attivista curda e per un blasfemo), negli ultimi giorni di agosto l’Associazione degli Psichiatri ha indirizzato una lettera al capo della magistratura.
“Fedele al suo dovere scientifico e professionale di preservare e promuovere la salute mentale della società”, l’Associazione esprimeva “la sua grave preoccupazione su questa materia”.
Il contenuto della lettera
Le argomentazioni elencate dagli psichiatri erano le seguenti:
- L’esecuzione pubblica delle sentenze “non ha alcun effetto provato e durevole sul ridurre i crimini”, anzi, può causare “un potenziale aumento della violenza. Secondo alcuni studi, dopo le esecuzioni capitali il tasso di omicidi nelle località interessate è temporaneamente aumentato“;
- Soprattutto nei bambini che assistono all’uccisione, “essere testimoni diretti di scene del genere può causare gravi danni psicologici, tra cui la sindrome da stress post-traumatico, e l’insorgere di atteggiamenti imitativi inconsapevoli”.
- “Ostentare la violenza negli spazi pubblici può erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni governative e creare un senso di umiliazione collettiva”;
- A maggior ragione in un contesto tecnologico nel quale “il danno di simili azioni non si limita agli individui presenti sul momento, ma include anche quelli che guardano le immagini registrate”.
Una critica conforme al diritto islamico
Sulla carta, quindi, la lettera si limitava a elencare i “danni psichici e sociali” causati dalle esecuzioni spettacolari in pubblico, senza addentrarsi in una critica frontale alla pena di morte che sotto l’attuale regime sarebbe stata impensabile.
Del resto, dal punto di vista del diritto islamico, non è chiaro se sia opportuno uccidere in pubblico i condannati a morte. Il Corano raccomanda “che una parte dei credenti faccia da testimone” per la punizione di crimini come l’adulterio (24:2), ma solo alcune scuole giuridiche ci hanno visto un’allusione alle esecuzioni in pubblico.
Quanto alla pena di morte in sé, invece, il discorso cambia. Che si debba giustiziare almeno “chi ha mosso guerra contro Dio e il suo Messaggero o ha seminato corruzione sulla terra” è scritto esplicitamente nel Libro (5:33). In questo caso il giurista deve fare uno sforzo interpretativo per risparmiare la pena, non per infliggerla.
L’Associazione degli Psichiatri aveva già ragionato in modo simile due anni fa, quando aveva preso posizione contro il tentativo di catalogare il rifiuto del velo come un disturbo mentale e di aprire delle “cliniche del velo” in cui internare le donne che non volevano indossarlo.
In quell’occasione, gli psichiatri si erano ben guardati dal sostenere che l’obbligo del velo in sé fosse ingiusto. Avevano però sostenuto che medicalizzare la contrarietà al velo fosse una decisione infondata e controproducente.
Anche in tale circostanza, perciò, avevano sfruttato la loro esperienza settoriale sulla salute mentale per mettere in discussione non un precetto coranico esplicito (la copertura dei capelli) ma una decisione contingente delle autorità iraniane su come trattare chi trasgrediva (la cura clinica).
Tuttavia la domanda resta valida: davvero si può contestare la forma senza travolgere anche la sostanza?
Davvero le critiche alle esecuzioni in pubblico non hanno come estrema conseguenza la critica alla pena di morte in sé?
Gli echi di Beccaria
Impossibile non notare le somiglianze sorprendenti tra la lettera degli psichiatri iraniani e alcune delle celebri pagine in cui Cesare Beccaria, nel 1764, contestò la pena di morte, nel quadro di un più vasto ripensamento dei rapporti di forza tra stato e suddito.
Nel testo di Dei delitti e delle pene, in effetti, non c’è alcuna distinzione di piani tra l’uccisione in sé e la sua visibilità pubblica. Argomenti analoghi a quelli degli psichiatri iraniani venivano impiegati dal giurista milanese per delegittimare la pena capitale stessa, non solo la sua spettacolarizzazione in piazza.
Il motivo è che per Beccaria le pene non servono a punire i crimini ma ad evitare i crimini. Il punto di vista che assume, quindi, è quello di un potenziale criminale che deve decidere se commettere il delitto oppure no: quali leggi sarebbero più efficaci nel convincerlo a rinunciare?
Sangue chiama sangue
Non certo la pena di morte, pubblica o segreta che sia.
Anche Beccaria, come gli psichiatri iraniani, osservava infatti che “I paesi e i tempi dei più atroci supplizi furon sempre quelli delle più sanguinose e inumane azioni, poiché il medesimo spirito di ferocia che guidava la mano del legislatore reggeva quella del parricida e del sicario”.
Sul perché diede diverse spiegazioni. Scrisse, ad esempio, che “a misura che i supplizi diventano più crudeli, gli animi umani, che come i fluidi si mettono sempre a livello cogli oggetti che li circondano, s’incalliscono”.
Suggerì che “l’atrocità stessa della pena fa che si ardisca tanto più per schivarla quanto è grande il male a cui si va incontro”:“fa sì che si commettano più delitti per fuggir la pena di uno solo”.
Ma soprattutto notò che “l’animo nostro resiste più alla violenza e agli estremi ma passeggeri dolori che al tempo e all’incessante noia”, come quella del carcere o dei lavori forzati, perché “può, per così dire, condensar tutto sé stesso per un momento per respinger i primi”, mentre “la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi”.
La forca alimenta narrazioni eroiche
Mettendosi nei panni di un ladro che sta per commettere un furto, Beccaria immaginò con quanta eccitazione si sarebbe sentito un vendicatore dei torti fatti dai potenti ai deboli: “Rompiamo questi legami, fatali alla maggior parte e utili ad alcuni pochi e indolenti tiranni, attacchiamo l’ingiustizia alla sua sorgente” avrebbe pensato.
Sapere che tutto sarebbe finito con la pena di morte sarebbe stato un incentivo, non un disincentivo: “Ritornerò nel mio stato d’indipendenza naturale, vivrò libero e felice per qualche tempo coi frutti del mio coraggio, verrà forse il giorno del dolore e del pentimento, ma sarà breve questo tempo, e avrò un giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri”.
Ora, se persino un ladro adotterebbe questa narrazione eroica su quello che sta per fare, quanto più legittimamente lo fa un oppositore politico, un apostata dell’Islam o una sindacalista sotto un regime oppressivo?
Sfiducia nelle istituzioni
Mettendosi invece nei panni della gente comune, Beccaria osservava che “la pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambedue occupano più l’animo degli spettatori che il salutare terrore che la legge pretende inspirare”. Dunque rende molti indifferenti, alcuni solidali con i criminali e solo pochissimi spaventati.
Come mai, si chiede ad esempio Beccaria, i soldati che difendono lo stato dai pericoli esterni vengono compatiti dal popolo, mentre il boia che elimina i nemici interni viene disprezzato?
La pena capitale abitua le persone a ritenere che “le leggi non sono che i pretesti della forza”, e dunque indebolisce, non rafforza, l’autorità.
D’altronde il libro di Beccaria, almeno ufficialmente, serviva a convincere i sovrani a riformare il diritto nel loro stesso interesse. E anche in questo mostra sorprendenti analogie con l’appello degli psichiatri alla Repubblica Islamica.
Ricordiamoci chi siamo
Certo, la ragione profonda per cui Beccaria criticava i supplizi cruenti non era la loro inutilità ma la loro ingiustizia, alla luce della concezione contrattualistica tutta occidentale che egli aveva dello Stato. Ed è su questo terreno che un iraniano, almeno per il momento, non può seguirlo.
Secondo il contrattualismo, il potere del sovrano deriva dalla cessione di piccole porzioni di libertà da parte dei sudditi. Ebbene, quale uomo cederebbe mai ad un altro uomo la libertà di togliergli la vita?
Sapendo che questa idea rivoluzionaria del rapporto tra governanti e governati è una conquista della nostra civiltà e un caposaldo della nostra identità, c’è da intristirsi ancora di più nel vedere in giro per l’Italia tanti nostalgici della pena di morte.
Nostalgici che, per giunta, rimpiangono della pena di morte proprio l’aspetto vendicativo ed esemplare, scavalcando in questo persino gli psichiatri dell’Iran, che almeno chiedono di applicarla con discrezione e lontano dagli occhi.
È triste che nel paese di Beccaria, e sotto una democrazia, ci sia chi è affezionato alla pena capitale più di persone che vivono in Iran sotto il regime degli ayatollah.
Dovremmo più spesso ricordarci chi siamo.








