Prima del 1953, c’è stato il 1941. Quando l’Iran fu occupato per salvare l’URSS

Vilijar Ujkay
13/02/2026
Radici

In Iran da più di un mese sono cominciate proteste e rivolte gigantesche contro il regime degli ayatollah e le guardie della rivoluzione islamica, con innumerevoli immagini strazianti condivise sui social media e il regime che ha bloccato l’accesso a internet. Fonti dissidenti iraniane parlano di oltre 30.000 morti in poche settimane.

Nella narrativa più diffusa, l’attualità iraniana viene letta attraverso il prisma del 1953: dopo la nazionalizzazione dell’industria petrolifera (1951) e la crisi con Londra, il governo di Mohammad Mossadeq fu rovesciato nell’agosto 1953 da un colpo di Stato sostenuto da CIA e MI6. Spesso si cerca una causalità diretta o quasi, tra il colpo di Stato del 1953 e la situazione odierna in Iran, anche in modo un po’ forzato. C’è però un’altra invasione (e occupazione) dell’Iran che l’opinione pubblica e i media sembrano aver dimenticato e che è stata di fondamentale importanza nella storia recente: l’invasione anglo-sovietica del 1941.

L’Iran e la Seconda guerra mondiale

L’Iran dello Shah Reza Pahlavi si era avviato verso la modernità e cercava di ridurre le interferenze straniere, soprattutto quelle di due attori che da secoli si scontravano per l’influenza sull’Iran e sulle sue risorse: Regno Unito e Russia (zarista prima, sovietica poi). Per controbilanciare l’influenza di questi due attori, Pahlavi trovò un alleato eccellente nella Germania, fornitrice di know-how industriale e tecnico, consulenti, ingegneri, rapporti commerciali, e soprattutto un alleato che non sembrava intenzionato a mettere un piede così grande in Iran. Il paese si era dichiarato neutrale allo scoppio del secondo conflitto mondiale, ma i suoi rapporti amichevoli con la Germania destavano molte preoccupazioni agli Alleati, anche perché nel paese risiedevano molti cittadini tedeschi. Il numero e l’influenza che essi avevano fu comunque ingigantito dalla propaganda alleata per paventare motivi concreti nel giustificare la necessità di un’invasione, le stime parlano di circa un migliaio di persone in totale.

Nel giugno del 1941, con l’invasione tedesca dell’URSS (operazione Barbarossa), la situazione sovietica divenne critica. Lo Shah si rifiutò di arrestare e consegnare i cittadini tedeschi nel paese e di consentire il libero transito a britannici e sovietici, non volendo perdere sovranità sul proprio territorio; seguì l’invasione da parte del Regno Unito e dell’Unione Sovietica, nome in codice Operation Countenance. I britannici entrarono nel paese dal confine iracheno, mentre i sovietici da quello con Azerbaigian e Turkmenistan a partire dal 25 agosto 1941. Il paese crollò rapidamente, non avendo le risorse militari per contrastare i due paesi invasori, e il 16 settembre lo Shah dichiarò la resa, abdicò in favore di suo figlio Mohammad Reza, e andò in esilio. Sia lui che suo figlio morirono in esilio. L’occupazione anglo-sovietica risultò pesante per il popolo iraniano, che dovette sopportare drastiche riduzioni di cibo (a Tehran scoppiò la rivolta del pane nel 1942) e problemi logistici, oltre all’evidente sovranità persa: strade, ferrovie e apparati di potere piegati ai bisogni degli Alleati.



Il Lend-Lease e il corridoio persiano

Per capire il motivo che rendeva l’Iran così importante occorre fare un breve passo indietro e approfondire cosa fosse concretamente uno degli elementi più decisivi della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale: il Lend-Lease Act americano. Il Lend-Lease Act (11 marzo 1941) fu un cambio di paradigma: il Congresso diede al presidente degli USA la facoltà di fornire (prestare, affittare, trasferire) materiali e servizi militari ai paesi la cui difesa veniva considerata vitale per gli Stati Uniti. In pratica, Washington pagava le proprie industrie e poi faceva arrivare ai paesi alleati i beni: aerei, camion, munizioni, rotaie, locomotive, cibo, materie prime, carburanti e molto altro.

Rimaneva il problema logistico: tonnellate di materiale utile pronto, che doveva arrivare fisicamente sul territorio sovietico. Le rotte principali (anche se non le uniche) di rifornimenti americani verso l’URSS furono tre: la rotta artica, la rotta pacifica e il menzionato corridoio persiano. La rotta artica rischiò di essere compromessa durante l’invasione tedesca, dato il concreto rischio per i sovietici di perdere il porto di Murmansk, l’unico grande porto sovietico sull’Artico operativo tutto l’anno e con sbocco diretto nelle rotte oceaniche globali. Attraverso il corridoio persiano passò circa il 24% degli aiuti americani che arrivarono in URSS, Winston Churchill arrivò a definire l’Iran “bridge of victory”, ponte della vittoria, per sottolineare la sua importanza.

Il Lend-Lease non era un finanziamento classico con rate e interessi come quelli che chiede un privato a una banca. La logica, nero su bianco nelle trattative postbelliche, era questa: niente pagamento per ciò che era stato consumato nello sforzo bellico; e, in generale, niente pagamento per i materiali di tipo strettamente militare rimasti in custodia, la contabilità si concentrava semmai su ciò che aveva ancora valore economico residuo a guerra finita. Automobili e camion, materiale ferroviario, macchinari utensili. Nel caso dell’Unione Sovietica, la questione si protrasse a lungo: solo nel 1972, i sovietici acconsentirono a pagamenti per un totale di 722 milioni di dollari, su circa 2,6 miliardi di dollari di valore residuo stimati dagli americani. I pagamenti si fermarono però a 48 milioni, il resto rimase incagliato nelle condizioni politiche e commerciali della Guerra Fredda.

Il corridoio umano

Nel 1942, mentre l’Iran occupato dagli Alleati vedeva la propria sovranità ridotta e le sue infrastrutture piegate allo sforzo bellico, il paese divenne anche il punto d’approdo di uno degli esodi più dimenticati della Seconda guerra mondiale: quello dei profughi polacchi provenienti dall’Unione Sovietica. L’accordo Sikorski–Mayski (30 luglio 1941) ristabilì i rapporti tra il governo polacco in esilio e l’URSS, aprendo la strada alla liberazione di decine di migliaia di polacchi detenuti o deportati nel periodo di occupazione sovietica della Polonia (1939-1941). Da quel bacino nacque l’Armata Anders, formata in territorio sovietico e poi evacuata via Iran insieme a moltissimi civili. Dopo l’occupazione anglo-sovietica dell’Iran nel 1941, Mosca accettò che una parte di quell’esercito e molti civili venissero evacuati verso la Persia: la rotta più battuta attraversava il Mar Caspio e portava al porto di Pahlevi (oggi Bandar-e Anzali), che arrivò a ricevere fino a 2.500 persone al giorno. In totale, le stime più citate nelle ricostruzioni museali e istituzionali parlano di oltre 116.000 tra soldati e civili transitati in Iran. Lo sbarco fu l’inizio di una convalescenza collettiva: molti arrivavano devastati da anni di fame e di stenti, con malaria, tifo e malattie legate alla malnutrizione. Dopo giorni di quarantena in magazzini vicino al porto, vennero inviati soprattutto a Tehran, dove la quantità di persone fu tale da richiedere l’uso di edifici pubblici per ospitarle. Ci furono anche tragedie immediate: casi di morte, soprattutto tra i bambini, per dissenteria acuta legata all’abbuffarsi dopo lunghi periodi di denutrizione. Una parte della storia si sposta poi a Isfahan, dove tra 1942 e 1945 passarono circa 2.000 bambini polacchi, tanto che la città venne ricordata come “la città dei bambini polacchi”; altri finirono in orfanotrofi a Mashhad. Tra di loro, anche migliaia di ebrei, inclusi i bambini che vennero soprannominati “Tehran children”, che in seguito raggiunsero la Palestina britannica nel 1943.

Le conseguenze: relazioni internazionali, sentimento popolare, eredità

Mohammad Reza Pahlavi, il figlio dello Shah fuggito in esilio, adottò ovviamente una linea politica filo-alleata, e il fatto che una delle conferenze più importanti del XX secolo avvenne su territorio iraniano (Conferenza di Tehran tra Roosevelt, Stalin e Churchill nel 1943) è una delle testimonianze più evidenti. L’opinione pubblica iraniana rimase molto segnata dal periodo di occupazione, culminato con uno stand-off molto teso con le truppe sovietiche che non volevano abbandonare il paese, adducendo motivi di protezione: nel gennaio 1946, la protesta iraniana contro l’URSS fu la prima crisi internazionale portata formalmente davanti al neonato Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Quando l’operazione Ajax del 1953 rimosse Mossadeq dal potere, a ferire il popolo fu l’esasperazione di quello che sembrava un destino ricorrente per il paese, come sale su una ferita ancora molto fresca: i britannici avevano abbandonato il paese nel marzo del 1946, i sovietici a maggio dello stesso anno. L’ayatollah Khomeini, nel 1963, aizzava la folla rivolgendosi allo Shah:

“Popolo iraniano! Quelli tra voi che hanno trent’anni, quarant’anni o più ricordano bene come, durante la Seconda guerra mondiale, tre Paesi stranieri ci attaccarono. L’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e l’America invasero l’Iran e occuparono il nostro Paese. I beni della gente furono messi in pericolo e il suo onore fu calpestato. Eppure — Dio mi è testimone — tutti erano contenti, perché i Pahlavi se n’erano andati!

Shah, non voglio che capiti lo stesso a te; non voglio che tu faccia la fine di tuo padre. Ascolta il mio consiglio, ascolta gli ulema dell’Islam: vogliono il bene della nazione, il bene del Paese. Non dare ascolto a Israele: Israele non può fare nulla per te. Miserabile, hai già quarantacinque anni: non è forse il momento di fermarti a pensare un po’, di riflettere su dove ti sta portando tutto questo, di trarre una lezione dall’esperienza di tuo padre?”

La battaglia khomeinista contro i “grandi Satana”

Khomeini faceva intelligentemente leva sul malcontento popolare causato da mancanza di libertà e democrazia che creavano un mix esplosivo potente, unito all’insofferenza dell’orgoglioso popolo iraniano riguardo le intromissioni estere negli affari interni dello Stato. Nel suo discorso nominò anche gli USA come invasori quando, a onor del vero, nessuna forza armata americana partecipò all’invasione —gli Stati Uniti entrarono in guerra nel dicembre 1941 — anche se ovviamente personalità americane furono coinvolte nella gestione della logistica, dei trasporti e dell’amministrazione.

Difficile dire se il popolo iraniano avesse capito che Khomeini intendeva sostituire la dittatura dello Shah con quella degli ayatollah, sorvegliata dai guardiani della rivoluzione islamica armi alla mano. Adesso, da più di un mese, il popolo iraniano si sta rivoltando contro il regime, e si sentono spesso cori che intonano “Javid Shah” (“lunga vita allo Shah”) ed evidenti richiami al ritorno dello Shah: il figlio di Mohammed Reza, il principe Reza Pahlavi. In molti hanno espresso forti perplessità verso un ritorno della monarchia Pahlavi, dato il passato di leader autoritario dell’ultimo monarca, temendo che lo schema si ripeta nuovamente: sostituire un leader autoritario con un altro. 

Pahlavi ha dichiarato che il suo ruolo all’interno del paese, al suo ritorno, sarebbe unicamente quello di simbolo dell’unità nazionale e di leader transitorio, in attesa di un referendum che chiarisca la volontà degli iraniani e verso quella che spera essere una nuova era del paese, che possa dare finalmente libertà e democrazia al popolo iraniano.