Pride, Israele e Palestina: il diritto di essere coerenti senza smettere di essere liberi

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Riccardo Lo Monaco
27/05/2026
Appunti di Viaggio

La decisione degli organizzatori del Roma Pride di escludere dalla manifestazione l’associazione ebraica LGBTQIA+ ha aperto una frattura politica, culturale e persino antropologica che va ben oltre la polemica del momento.
Perché qui non si sta discutendo soltanto di geopolitica mediorientale, né semplicemente del governo Netanyahu, delle sue responsabilità o delle atrocità che il mondo osserva da mesi a Gaza. Qui si sta discutendo di qualcosa di ancora più delicato: chi abbia il diritto di definirsi “degno” di appartenere a una comunità fondata sui diritti, sull’inclusione e sulla libertà.

Ed è proprio questo il punto più inquietante.

Comprendere le ragioni emotive e politiche che hanno portato a quella scelta è possibile. Le immagini provenienti da Gaza, il numero spaventoso di vittime civili, la devastazione umanitaria e l’arroganza sempre più esplicita di una parte del governo israeliano hanno generato indignazione in tutto il mondo, anche tra persone che per anni hanno considerato Israele l’unico presidio democratico del Medio Oriente.
È umano, logico e persino doveroso prendere le distanze dalle mostruosità politiche e militari del governo Netanyahu. Sarebbe anzi inquietante il contrario.

Ma una cosa è la critica durissima a un governo; altra cosa è trasformare quella critica in una forma di esclusione identitaria.

Escludere un’associazione ebraica da un Pride significa introdurre un criterio pericolosissimo: stabilire che qualcuno possa essere ritenuto “non abbastanza degno” di partecipare a uno spazio di diritti sulla base della propria appartenenza culturale, religiosa o politica percepita.
È una logica che tradisce la natura stessa del Pride, nato storicamente non come spazio di purezza ideologica, ma come luogo di liberazione, pluralismo e autodeterminazione.

E colpisce ancora di più osservare come, in certi ambienti, questa rigidità morale selettiva conviva serenamente con simpatie mai realmente nascoste verso regimi o figure politiche che sui diritti civili hanno posizioni infinitamente più repressive. Perché se si decide di distribuire patenti etiche e certificati di indegnità, allora bisognerebbe essere coerenti fino in fondo.
Altrimenti il rischio è quello di trasformare il Pride in un tribunale politico dominato da una sorta di megalomania morale: l’idea che alcuni soggetti possano arrogarsi il monopolio della definizione di ciò che è giusto, progressista o degno di cittadinanza civile.

E qui emerge un’altra contraddizione enorme, quasi rimossa dal dibattito.

Personalmente faccio sempre più fatica a guardare la bandiera israeliana come l’ho guardata per anni. Per me — e per moltissime persone LGBTQIA+ — quella bandiera ha rappresentato a lungo l’idea dell’unico luogo del Medio Oriente in cui avrei potuto vivere liberamente la mia identità, amare senza paura, esistere senza il timore della persecuzione.
Israele, con tutte le sue contraddizioni, è stato percepito per decenni come un’isola di diritti civili in una regione spesso dominata da autoritarismi religiosi, omofobia istituzionalizzata e repressione.

Ed è proprio per questo che ciò che sta accadendo oggi genera uno smarrimento ancora più doloroso. Perché vedere quella stessa bandiera associata a bombardamenti indiscriminati, distruzione, umiliazione di civili, violazioni del diritto internazionale e alla retorica feroce di ministri estremisti produce una frattura morale difficilissima da ricomporre.

Ma esiste anche il problema opposto, che troppo spesso viene eluso con ipocrisia.

Io sostengo profondamente il diritto del popolo palestinese di avere uno Stato. Credo che opporsi all’annessione della Cisgiordania, denunciare la violenza dei coloni e contrastare l’idea folle secondo cui “non esisteranno mai due popoli e due Stati” sia non soltanto corretto sul piano giuridico, ma moralmente necessario.
Difendere la popolazione palestinese massacrata dalla guerra è un dovere umano prima ancora che politico. Così come sarebbe sacrosanto aiutare quel popolo a liberarsi dell’incubo criminale rappresentato da Hamas, che ha trasformato la sofferenza palestinese anche in uno strumento di potere e fanatismo.

Eppure, nonostante tutta l’empatia possibile verso la causa e il popolo palestinese, io non riesco a sventolare la sua bandiera.

Non per ostilità verso un popolo. Non per negazione del suo diritto a una terra, a una casa, a uno Stato. Ma perché una bandiera non rappresenta soltanto il dolore di un popolo: rappresenta anche il modello culturale e sociale che quella società esprime o tollera.

Ed è qui che emerge una verità che molti fingono di non vedere.

La Palestina — compresa la Cisgiordania governata dalla più moderata Autorità Nazionale Palestinese — non rappresenta oggi, per una persona LGBTQIA+, un luogo sicuro, libero o realmente emancipato. In gran parte dei territori palestinesi l’omosessualità continua a essere vissuta dentro una cultura profondamente repressiva.
Le discriminazioni sociali sono pervasive, le aggressioni diffuse e la libertà personale tutt’altro che garantita. Per molte persone queer palestinesi, paradossalmente, l’unico luogo relativamente sicuro resta proprio Israele.

E allora emerge una domanda scomoda ma inevitabile: come può il Pride trasformare la bandiera palestinese in un simbolo universale di liberazione senza interrogarsi su ciò che quella stessa realtà rappresenta concretamente per le persone LGBTQIA+ che lì vivono?

Una causa giusta non rende automaticamente giusto tutto ciò che le ruota attorno. E sostenere il diritto di un popolo a esistere non obbliga moralmente a trasformare i simboli nazionali di quel popolo in simboli della propria identità politica o personale.

Per questo la scelta del Roma Pride rischia di apparire non soltanto incoerente, ma profondamente ideologica. Perché se si decide che la presenza di un’associazione ebraica sia incompatibile con il Pride a causa delle politiche del governo israeliano, allora la coerenza imporrebbe di interrogarsi anche sul significato politico e culturale della bandiera palestinese all’interno di una manifestazione che nasce per rivendicare diritti LGBTQIA+.

Altrimenti il messaggio implicito diventa pericoloso: alcuni nazionalismi sarebbero moralmente imperdonabili, altri automaticamente assolti; alcune oppressioni intollerabili, altre relativizzabili; alcune vittime degne di empatia universale, altre sospette per definizione.

Ma i diritti civili non dovrebbero mai funzionare così. Non dovrebbero dipendere dalla geopolitica, dalle simpatie ideologiche o dalle gerarchie morali delle piazze.

Un Pride dovrebbe avere il coraggio di restare ciò che è nato per essere: uno spazio di libertà radicale, non un luogo di scomuniche politiche.
Perché nel momento in cui la comunità LGBTQIA+ comincia a escludere sulla base dell’identità percepita, smette lentamente di essere una comunità di liberazione e rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso: un’arena ideologica in cui il diritto di esistere dipende dall’allineamento politico del momento.