Il prezzo della democrazia: l’Ucraina, l’Occidente e il coraggio della verità

Raniero Maria Cartocci
05/12/2025
Poteri

Negli ultimi giorni, gonfi di tensione e aspettative tradite, abbiamo visto la possibilità di una pace giusta scivolare via, inghiottita da un orizzonte sempre più buio. La modifica al piano di pace – nata per essere la chiave di volta e, per alcuni, persino la resa di Kyiv – è stata ridotta in fretta e furia da 28 a 20 punti. Un tentativo disperato di renderla digeribile che ha ottenuto l’effetto opposto: Mosca l’ha respinta con disprezzo, chiudendo la porta nel modo più plateale possibile. E con quel gesto, a tremare non è solo il negoziato, ma anche il sogno di gloria diplomatica di Donald Trump, oggi più incrinato che mai.


Il presidente americano, che sperava di risolvere il conflitto con uno schiocco di dita, si scontra ora con la dura realtà della storia, che non si piega agli slogan elettorali, ma azzanna gli stolti che provano a imporre le proprie condizioni.

L’Ucraina trema ma non cade

Ma mentre sul fronte internazionale la diplomazia annaspa, all’interno dei confini ucraini si consuma un altro dramma che porta con se anche un non meno rilevante vento di democrazia.
Gli scandali di corruzione che hanno travolto alcuni esponenti di spicco del governo di Kiev e i vertici dell’azienda energetica statale Energoatom non sono rimasti circoscritti; come una macchia d’olio, hanno raggiunto gli uffici di uno dei personaggi più potenti e vicini al Presidente Zelensky: Andriy Yermak.
In questo clima febbrile, l’incertezza tocca i massimi livelli storici dall’inizio dell’invasione, ora che la pressione esercitata sugli alleati occidentali affinché non abbandonino la nave si fa inevitabile, quasi disperata.


Eppure, anche in un momento del genere, in cui il frastuono delle bombe rischia di coprire ogni altro suono, nessuno nota forse il più grande “elefante nella stanza” della storia democratica moderna.
L’Ucraina sta compiendo un miracolo politico senza precedenti: mentre si difende con le unghie e con i denti dall’aggressore russo, non ferma la propria vendetta interna contro i corrotti, perseguendo e combattendo contro chi, dall’interno, ha affamato il proprio popolo, contro chi ha speculato sulla pelle dei soldati al fronte in cambio dei cosiddetti “water d’oro”, simbolo di un lusso osceno pagato con il sangue dei difensori.

Democrazia in stato di guerra.


Diviene facile, quasi doveroso, chiedersi come sia umanamente possibile. Uno Stato in guerra totale, che sta cercando di sopravvivere fisicamente all’annientamento, continua a rispettare l’obbligo democratico e morale di perseguire i corrotti, di inseguire la serpe che cova in seno fino a schiacciarne la testa. Questa, a ben guardare, è la più grande e lampante prova di democrazia che ci possa essere.

In un contesto di guerra, la logica vorrebbe che le priorità fossero altre: la sopravvivenza a ogni costo, l’unità di facciata e laddove la necessità militare, la sete di giustizia e la desolazione generata dai combattimenti dovrebbero portare a un fronte comune che nasconde la polvere sotto il tappeto, gli ucraini non dimenticano una verità fondamentale: il peggiore dei mali non è solo l’invasore esterno, ma l’essere una democrazia contaminata, marcia al suo interno.


L’impietoso confronto con la nostra realtà


Da una parte ci siamo noi italiani che abbiamo vissuto e viviamo la corruzione in maniera quasi religiosa, fatalista. Nonostante siamo consapevoli che sia un cancro per la democrazia, un male che dovremmo combattere con ogni mezzo, ci siamo arresi all’idea che essa debba esistere come una autorità occulta, una componente inevitabile del sistema, ma che lo distrugge allo stesso tempo, e quindi la tolleriamo, la lasciamo stare, quasi la rispettiamo come si rispetta una vecchia tradizione scomoda.


Ma su questo punto sono proprio gli ucraini, oggi, a salire in cattedra e a insegnarci cos’è davvero la democrazia. Con una lama rivolta alla gola dal nemico russo e una puntata al proprio petto per estirpare il male interno, avanzano nel processo democratico inesorabili avvicinandosi a una purezza istituzionale data dalla trasparenza assoluta, e fanno tutto questo sotto il fuoco dell’artiglieria, in un contesto di guerra dove ogni errore si paga con la vita di civili, soldati, medici e soccorritori.

Le colpe dei pavidi stati europei


Se c’è qualcuno che deve battersi il petto gridando “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”, non sono certo loro, ma siamo proprio noi occidentali! Noi che ci riempiamo la bocca parlando di valori nei convegni eleganti, ma li tradiamo reiteratamente tutti alla prima difficoltà. Abbiamo promesso supporto incrollabile a Kyiv (“as long as it takes”, dicevamo), e ci siamo fermati, tremanti, appena Trump ha battuto i piedi minacciando il disimpegno.

Abbiamo promesso una pace giusta in Ucraina, basata sul diritto internazionale, ma tentenniamo noi stessi a prendere provvedimenti seri persino quando la minaccia bussa alle nostre porte, in Romania, in Svezia, in Polonia e nella stessa Germania vengono avvistati droni nemici sopra le nostre basi militari e le nostre infrastrutture critiche, scegliamo la via del silenzio e dell’ignavia per paura di un’escalation, dimostrando tutta la nostra debolezza e codardia.


Forse è una verità scomoda, ma va detta: forse è a noi europei, assopiti nella nostra campana del benessere, che servirebbe una guerra in casa per ritornare a essere Stati davvero democratici, per riscoprire il valore della libertà.

Forse la democrazia ha una scadenza, proprio come il latte, e noi l’abbiamo superata da un pezzo. Per rinnovarla, per renderla di nuovo viva e pulsante, serve davvero quel tributo di sangue, sudore e lacrime che Churchill evocava e che gli ucraini stanno versando ogni giorno. Troppo a lungo ci siamo arresi a quei mostri del “sottosopra”, abbiamo flirtato con le autocrazie per convenienza economica, e alla fine, senza nemmeno accorgercene, ne siamo diventati le pedine stesse, ostaggi della nostra stessa codardia.


Perché signori alla fine di tutto, nessuno può sopravvivere con la testa nelle fauci del leone.